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loscarafaggio

Le Br sono morte, il terrorismo no

diario 17/5/2012

 

La buona notizia è che le Brigate Rosse sono defunte. Il certificato di morte lo hanno stilato i cosiddetti brigatisti di ultima generazione sotto processo a Milano quando dalle sbarre hanno inneggiato all’attentato di Genova contro il dirigente dell’Ansaldo nucleare Roberto Adinolfi. Le Br, quelle vere, mai avrebbero avallato un’azione compiuta da anarchici. Neppure quell’ala movimentista guidata da Giovanni Senzani che pure non disdegnava rapporti con la malavita organizzata. Per le Br la “purezza rivoluzionaria”, la fedeltà ideologica rappresentavano tratti distintivi e irrinunciabili dell’organizzazione. Il proclama dei detenuti milanesi è il segno di una grande debolezza che li costringe a cercare di mettere il cappello su sedie altrui. Il che significa, però, consapevolezza della propria debolezza, sia ideologica che organizzativa.
E poi c’è la cattiva notizia, la prima azione armata della Federazione Anarchica Informale che, al contrario delle Br, non è una organizzazione ma solo una sigla. Una sorta di marchio in franchising che chiunque può utilizzare, a Genova o in Calabria. La Fai ha sicuramente un ideologo, quell’Alfredo Bonanno allontanato a suo tempo dalla Federazione anarchica italiana che nel 2009 è stato arrestato in Grecia per una rapina ed è stato condannato a quattro anni poi ridotti a due e rilasciato nel novembre 2010 essendo ultrasettantenne. Quello che non ha è una struttura paragonabile a quelle delle formazioni terroristiche italiane ed europee degli anni Settanta/Ottanta. Un aspetto che da un lato la rende più permeabile, dall’altro più pericolosa dato che di fatto autorizza chiunque ad agire utilizzandone la sigla.
Nei giorni scorsi, dopo l’arrivo ad un quotidiano calabrese di un volantino nel quale erano contenute minacce nei confronti di Equitalia qualcuno, anche tra gli inquirenti, lo ha definito poco attendibile poiché sarebbe in contrasto con la “linea” indicata nella rivendicazione dell’attentato contro Adinolfi dove si legge che, al contrario, Equitalia non è tra gli obiettivi da colpire. Se è vero quanto detto sopra, i due testi sono entrambi “veri”, nel senso che sono stati redatti da persone diverse, che vivono in realtà differenti e che seguono logiche non coincidenti. E che hanno come unico punto di contatto il comune riferimento alla matrice anarco-insurrezionalista della quale si sentono in diritto di utilizzare logo e nome. Se i genovesi non sono alla “ricerca di un facile consenso”, i calabresi la pensano in maniera differente. Tutti qui. Per tornare al raffronto con le organizzazioni terroristiche tradizionali, quelle che abbiamo imparato a conoscere molti anni fa, le Br si sarebbero affrettate a smentire la legittimità del secondo volantino. Ciò che non possono fare quelli che hanno sparato nel capoluogo ligure perché non sono loro i titolari della ditta. C’è poi da ricordare che in passato, a militanti della Federazione anarchica informale sono stati attribuiti attentati contro sedi di Equitalia oltre che azioni per così dire “ambientaliste” (come attentati ai tralicci dell’Enel) più in linea con l’attentato di Genova.
Infine, anche se non si dovrebbe, una piccola notazione personale. Alfredo Bonanno dice di ispirarsi alla figura di José Luis Facerias, un anarchico catalano ucciso dalla polizia spagnola nel 1957 mentre progettava un attentato contro il dittatore Francisco Franco. Ho conosciuto Facerias, Alberto, da bambino, quando mio padre militava nella Federazione anarchica ligure e il Face viveva a Genova. Conosco la sua storia e il suo pensiero. E non credo che sarebbe felice di essere accostato all’autore de “La gioia armata” né a quanti pensano che anarchia significhi caos. Quel “facciamo un po’ come cazzo ci pare” che sembra una parodia di Forza Italia
 

oltre il giardino

diario 10/5/2012

 

Alcuni giorni fa, la mia amica Daniela ha pubblicato un breve post su Facebook per annunciare l’intenzione di non dare più amicizia “a chi ha tra i suoi amici solo donne, mi dispiace se sono lesbiche, ma i monotematici/che mi annoiano mortalmente”. Imprenditrice, attivista del movimento Lgbt, Daniela ha fatto una cosa importante e intelligente che, temo, proprio per questo non riscuoterà molti consensi, al di là di un piccolo numero di “mi piace”.
Con il suo post ha toccato un nervo scoperto. Sono troppi coloro che pensano che il mondo si fermi alla porta della loro casa e che tutto si limiti alla difesa di interessi di genere, di casta, di categoria.
Colpisce, seguendo i social network, la quantità di persone che hanno un unico interesse, il proprio. Come se tutto il resto fosse ininfluente e tutto non si legasse, come se i diritti delle persone (all’affettività, al lavoro, alla dignità tanto per dirne alcuni) non fossero uno spicchio di un unico diritto collettivo.
Per questo le due righe secche di Daniela sono importanti, perché rappresentano un invito a tutti noi a mettere da parte pur legittime rivendicazioni individuali e a superare logiche di piccolo o grande gruppo. Cantava Ivan Della Mea che “quando la lotta è di tutti per tutti il tuo padrone lo sai cederà, se invece vince è perché il crumiro gli dà la forza che lui non ha”. E se fosse arrivato il momento di dire basta ai crumiri?

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elezioni, c'è poco da stare allegri

diario 8/5/2012

 

Come il commissario Rock della brillantina Linetti, capita anche a Giorgio Napolitano di commettere qualche errore. Uomo di grande esperienza politica, al quale va il merito di aver impedito che il legame tra cittadini e istituzioni si logorasse definitivamente in questo ultimo quinquennio, il presidente della Repubblica non può non ricordare che, giusto una ventina di anni fa, un suo predecessore al Colle, Francesco Cossiga cercò di dare una scossa alla politica dell’epoca, in crisi come oggi. Il 5 aprile 1992 si erano svolte le elezioni per il rinnovo delle Camere e la Lega, che fino a pochi giorni prima poteva contare su un solo parlamentare (il Senatur Umberto Bossi) e una base elettorale che non arrivava ai duecentomila voti, era arrivata a sfiorare i quattro milioni di consensi. Un terremoto certo più devastante, per i partiti, di quanto non siano i risultati delle amministrative di ieri che peraltro hanno riguardato solo un quinto dell’elettorato. Cossiga decise di rimettere il mandato con un paio di mesi di anticipo sulla scadenza naturale, sperando che il suo gesto costringesse le forze politiche tradizionali a una seria riflessione sulle ragioni di quanto stava accadendo nel paese.
A Napolitano non avrebbe senso chiedere un gesto simile a quello di Cossiga. Ma certo gli si può suggerire di evitare di cavarsela, di fronte ai risultati delle urne e all’emergere di nuovi soggetti politici e soprattutto davanti alla conferma della disaffezione degli elettori rispetto a certe forme e rituali della politica (per non parlare degli scandali che hanno riguardato indistintamente forze di maggioranza e di opposizione) con una battuta. “Il solo boom che ricordo è quello degli anni Sessanta”, ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano un commento sui risultati delle liste del Movimento 5 Stelle. Un errore, anche perché consente al battutista genovese di replicare a modo suo.
Quanto al voto di ieri, è sinceramente difficile capire il perché dell’esultanza della sinistra. Gli unici elementi positivi sono la disfatta del Pdl e il tracollo soprattutto in Lombardia della Lega. Per il resto sarà anche vero che il Pd ha tenuto, ma ad un prezzo molto alto come è stato quello di doversi presentare in molti casi agli elettori con candidati improbabili imposti da primarie “taroccate” come è avvenuto a Palermo con il giovane Ferrandelli che ha battuto Rita Borsellino grazie all’appoggio di Raffaele Lombardo. O come a Genova dove è stato costretto (come già a Milano un anno fa) a digerire la scelta di un outsider come Marco Doria, un ex comunista senza tessera dalle caratteristiche simili a quelle di Pisapia. Né hanno motivo di gioire quanti interpretano il buon risultato e la probabile elezione di Leoluca Orlando a sindaco di Palermo come una rivincita della politica “buona”. Orlando, candidatosi contro la volontà del suo leader Antonio Di Pietro, tutto può essere definito tranne che “nuovo”: già sindaco democristiano del capoluogo siciliano, ottenne un secondo mandato come candidato della Rete, una invenzione politica del gesuita padre Pintacuda, suo mentore. Si parlò di “primavera palermitana”, anche se probabilmente a non essere d’accordo con questa definizione era Giovanni Falcone che da Orlando venne attaccato con l’accusa di nascondere nei cassetti le carte che accusavano politici siciliani e non (leggi Andreotti) di rapporti con la mafia.
Se qualcuno ha motivo di essere contento sono solo i giovani “grillini”, chiamati ora a confrontarsi con la dura realtà. Dovranno dimostrare di non essere l’ennesimo fuoco di paglia, la calamità dell’insofferenza dei cittadini e contribuire a governare le loro città. Qualcosa di più serio e complesso che non sparare insulti e slogan ad effetto da un palco, come ha fatto fino ad oggi il loro leader.
Da ultimo, tra gli scontenti figurano a buon diritto il presidente del Consiglio Mario Monti e quegli esponenti del governo tecnico che fino a ieri coltivavano ambizioni politiche. Il testo elettorale ha nettamente bocciato queste ultime e ha esposto il governo senza maggioranza propria al rischio di “tirare a campare” schiacciato tra la voglia del Pd di incidere maggiormente sulle scelte dell’esecutivo e la tentazione dei berluscones del Pdl di far pesare ancor più di quanto abbiano fatto finora i propri voti in parlamento. Sapendo che sarà la loro ultima occasione perché nel prossimo saranno minoranza. Anche se, come diceva il Trap, è sempre meglio “non dire gatto se non l’hai nel sacco”.

l'appuntamento

diario 5/5/2012

 

Adesso lo chiama appuntamento. Qualche anno fa, ai tempi della Dc e dei traballanti governi di centrosinistra perennemente in bilico avrebbe chiesto una verifica. Pierferdinando Casini, uno che nella prima Repubblica e nei suoi riti politici ha iniziato la carriera, si deve essere morso la lingua per non pronunciare una parola che era quasi sempre sinonimo di crisi alle porte e, spesso, di elezioni anticipate. Il leader dell’Udc (ma non più di quel Grande centro che è abortito sul nascere e al quale nessuno sembra ormai credere) in queste settimane si gioca molto del proprio futuro politico. Lui che sul governo Monti ha investito tutti i risparmi accumulati in anni di opposizione a Prodi prima e a Berlusconi poi è ben consapevole che questa potrebbe essere l’ultima chance per dare un futuro a una forza politica che non è mai decollata e che rischia nuovamente di essere oscurata dalla rinnovata conflittualità tra Pd e Pdl i quali, sentendo odore di elezioni e temendo di cedere troppi consensi, hanno ripreso a fare la voce grossa pur rinnovando quotidianamente le dichiarazioni di fedeltà a Monti e ai suoi tecnici.
Se Casini è nei guai, però, la colpa (o il merito, secondo i punti di vista) non è dei due maggiori partiti e dei loro timori. La responsabilità prima è proprio dei signori che siedono a palazzo Chigi i quali, chiamati a svolgere il lavoro sporco da una classe dirigente incapace di assumere responsabilità, hanno peccato di presunzione e si sono convinti di poter approfittare della debolezza della politica per far digerire al paese misure “greche”. Senza però avere il coraggio di andare fino in fondo e di incidere su settori quali la finanza, la ricchezza improduttiva, la lobby dei petrolieri ma anche quella dei tassisti che, in fondo, rappresentano il loro mondo di riferimento. I professori si sono mossi con la delicatezza di un panzer rifiutando di fatto il confronto con le parti sociali e con le stesse forze politiche che li sostengono in Parlamento convinti di essere “unti della Bce”, come se bastasse questo a tenere assieme i cocci di una nazione non nazione come l’Italia ormai contaminata da un berlusconesimo che si è diffuso come un virus ovunque, anche là dove sembrerebbe impossibile. Basta guardare la gestione “padronale” e personalistica di alcuni partiti di opposizione, dall’Idv di Antonio Di Pietro a Sel di Nichi Vendola fino al Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo per rendersi conto di quanti danni abbia fatto il “modello” imposto alla politica e alla società dal ventennio che ci separa dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi.
Pierferdinando Casini viene da una scuola politica seria, da un partito che ha gestito a lungo il potere in virtù delle sue molte anime che rappresentavano, nel bene e nel male, le anime del paese. Se vuole far fruttare il suo investimento più che a Bersani e a Berlusconi dovrebbe chiedere un appuntamento a Mario Monti. E’ a lui che dovrebbe spiegare come il consenso sociale sia fondamentale per governare un paese, tanto più in un momento di crisi come quello attuale. E, magari, dirgli che convocare i sindacati su un tema delicato come quello dei lavoratori esodati per metterli di fronte al fatto compiuto di un decreto del ministro del Lavoro, la signora Elsa Fornero, che affronta solo una minima parte del problema non è il modo migliore di governare.

Beccati a scrivere

diario 2/5/2012

 

C’è galera e galera. Ci sono le carceri sovraffollate, quelle dove i detenuti subiscono una doppia pena e ci sono strutture che cercano di dare un senso alle parole della Costituzione. E’ il caso della III Casa circondariale di Rebibbia, a Roma, dove l’11 maggio sarà presentata “Beccati a scrivere”, rivista semestrale curata dai detenuti. Tiratura 1500 copie che saranno diffuse nelle carceri laziali, 32 pagine, la pubblicazione nasce per iniziativa dell’associazione Express Onlus, con il patrocinio e il contributo del Garante ei Diritti dei Detenuti del Lazio e del Dipartimento di comunicazione della università la Sapienza di Roma.
 
Diretta da Claudia Farallo, giornalista specializzata in media education, Beccati a scrivere avrà una redazione composta dai detenuti presenti nell’istituto dove si trovano giovani tossicodipendenti in fase avanzata di trattamento e con un residuo di pena non superiore ai sei anni.
Sempre l’11 maggio, il carcere di Rebibbia ospiterà anche la mostra d'arte "Dentro la GAL(l)ER(i)A"  curata dall’associazione Made in Jail, con dimostrazioni pratiche di serigrafia.
 
 

L’uomo che morde il cane

diario 26/4/2012

 

I carabinieri del Ros che danno la caccia al capo di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro hanno deciso di decurtarsi l’indennità di missione da 100 a cinquanta euro al giorno pur di continuare nel loro lavoro. E gli uomini della squadra mobile di Palermo, anche loro impegnati nella ricerca del boss della mafia, da otto mesi – si legge sull’edizione siciliana di Repubblica - anticipano di tasca proprio le spese per le missioni a Trapani. Così come a suo tempo altri loro colleghi fecero pur di arrivare all’arresto di Bernardo Provenzano.
C’è stato un tempo, quando l’informazione era diversa rispetto a quella di oggi, in cui questa sarebbe stata una notizia. Il classico uomo che morde il cane, ovvero un fatto fuori dalla normalità. Oggi non più. E questo dovrebbe far riflettere su come è cambiato il modo di fare giornalismo. Dovrebbe, certo, ma dubito che qualcuno lo farà.

Aspettando la rivoluzione

diario 20/4/2012

 

In attesa che Silvio/Mandrake e Angelino/Lothar svelino a tutti noi la rivoluzione politica del secolo qualcuno, meno fantasioso ma con le spalle ben coperte, ha deciso di giocare d’anticipo lanciando un’idea altisonante. Pierferdinando Casini, ex doroteo allievo di Toni Bisaglia, ex forlaniano, tuttora democristiano doc ha annunciato lo scioglimento di fatto del suo partito destinato a costituire l’ossatura attorno alla quale far nascere il Partito della Nazione. Che non sarà una riedizione moderna della vecchia e mai rimpianta Dc ma, se possibile, qualcosa di peggio. Perché la nuova formazione politica che si propone di raccogliere sotto le sue bandiere l’Italia moderata si preannuncia come una sorta di partito delle corporazioni sotto lo sguardo benedicente del Vaticano.
Le prove tecniche le hanno già fatte quando, nei mesi passati, in molti hanno accolto l’appello di papa Ratzinger per un nuovo impegno dei cattolici nella vita pubblica del paese e i meno generici inviti del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei. Che, in un paese dove la stragrande maggioranza dei cittadini, oltre che dei politici, è di fede cattolica non avrebbero senso se non significassero che la ricreazione è finita ed è giunta l’ora di serrare i ranghi. Più volte rappresentanti del mondo sindacale, industriale, politico, bancario, del volontariato e dell’associazionismo cattolico si sono ritrovati per discutere di come mettere in pratica le sollecitazioni. Una platea variegata, che comprendeva esponenti dei diversi schieramenti parlamentari e organizzazioni spesso in guerra tra loro, come Comunione e Liberazione e Azione Cattolica, fino ad oggi apertamente in dissenso.
Ma non saranno certo questi dettagli a frenare il progetto quando la prospettiva è di far tornare sulla scena, come unico soggetto politico, ciò che i casi della vita (e quelli giudiziari) hanno separato. A questo già di per sé ampio parterre, si dovrebbe poi aggiungere qualche noto imprenditore tentato da uno scranno governativo o illuso di giocare da play maker e persino qualche laico, in versione foglia di fico, da spendere per poter negare di essere un partito confessionale, quale neppure la Dc nella sua lunga e travagliata storia è mai stata. Non è un caso che il primo a storcere il naso di fronte all’iniziativa di Casini sia stato il suo alleato Gianfranco Fini il quale si rende ben conto che il nuovo partito potrebbe segnare la fine del lungo percorso che lo ha portato ad affrancarsi dal retaggio fascista per approdare a posizioni, specie sui temi dei diritti, spesso sgradite alla chiesa e a quel mondo che, da un lato e dall’altro dell’emiciclo parlamentare, continua a ritenersi, prima di ogni altra cosa, democristiano.
Casini è un uomo abile, dotato di fiuto e di furbizia: ha saputo defilarsi al momento giusto, dopo aver capito che l’alleanza con Berlusconi lo avrebbe trascinato a fondo nel volgere di pochi anni. Ha intuito per tempo ciò che Fini ha compreso in ritardo, anche se poi è stata proprio la rottura di quest’ultimo con il leader del Pdl a determinarne la caduta e lo sfaldamento di un partito che oggi è dilaniato da sempre meno celate rivalità e faide interne.
Con la sua mossa il leader dell’Udc (che ha ancora nel Pdl buoni amici che gli hanno anticipato che qualcosa si stava muovendo) ha buttato sul tavolo il jolly, sperando di attirare i delusi alla Beppe Pisanu (anch’egli ex Dc, pur se proveniente da una corrente diversa) e anche qualche scontento del Pd, dove i malumori tra le due anime del partito sono ben visibili anche agli osservatori meno attenti.
Una mossa, insomma, da non sottovalutare perché se malauguratamente avesse successo potrebbe significare la nascita di un partito egemone, senza contrappesi a fermarne lo strapotere. Tanto più che mai come ora le opposizioni sono state tanto divise, con un Di Pietro che gioca a fare il Bossi “di sinistra” (e qui le virgolette sono necessarie), la Federazione della sinistra che non riesce ad esprimere un programma sensato che vada oltre il no a tutto e al contrario di tutto e Nichi Vendola che oscilla tra la tentazione governativa e la paura di perdere i consensi per ora virtuali che i sondaggi gli assegnano. Mentre il Pd, all’interno del quale si alzano le voci di quanti come Casini premono perché il governissimo dei tecnici non sia una esperienza da chiudere dopo il voto del 2013, si ritrova nuovamente a correre il rischio di affrontare una lunga campagna elettorale senza alleati. Che, forse, lo vedrà primo partito nel paese. Ma costretto o ad essere subalterno nel caso di una affermazione consistente del nuovo partito di Casini o ricattabile ed esposto ai capricci di compagni di strada inaffidabili, come ai tempi dell’Unione.
  

Beppe Grillo, niente di nuovo sotto il sole

diario 15/4/2012

 

“Abbasso tutti, siamo stufi di tutti, non ci rompete più le scatole!”. Con questo programma politico, nel 1946 Guglielmo Giannini riuscì a far eleggere, nel 1946, la bellezza di 30 deputati all’Assemblea Costituente, ottenendo il 5,3 per cento dei voti. Più o meno la percentuale che i sondaggi attribuiscono al movimento di Beppe Grillo. Il cui programma elettorale, pur se adeguato e involgarito dai tempi e dai mutamenti di costume, poco differisce da quello del fondatore del Fronte dell’Uomo qualunque. Anche lui proveniente dal mondo dello spettacolo, Giannini nell’immediato dopoguerra visse un momento di gloria in un paese fiaccato dalla guerra che assisteva al ritorno sulla scena politica dei partiti tradizionali ritenuti, anche a ragione, responsabili di aver consentito con le loro divisioni e la loro inerzia l’avvento del fascismo.
Gloria effimera, che durò pochi anni e che vide il giornalista-drammaturgo-regista napoletano oscillare da una parte all’altra nel disperato tentativo di sopravvivere politicamente. Dapprima tentando di allearsi con la Dc di De Gasperi, poi offrendosi al neonato Movimento sociale e infine cercando un accordo anche con il tanto detestato Pci di Palmiro Togliatti, definito solo poco tempo avanti un “verme, farabutto e falsario”. Un linguaggio, per inciso, molto simile a quello della Lega dei primi anni Novanta (basti pensare agli insulti nei confronti del futuro grande alleato Berlusconi dopo la rottura del 1994) e, di recente, a quello usato nei suoi comizi da Beppe Grillo, nuovo tribuno della plebe.
Che le prossime elezioni politiche potrebbero premiare con un risultato che sarebbe frutto solo della incapacità dei partiti di recuperare quella credibilità che hanno perso negli ultimi anni anche per merito di una lunga stagione che ha visto il trionfo del berlusconismo e la nascita, in molte delle forze politiche tradizionali, di metodi e prassi che nulla hanno a che invidiare a quel “modello” se così si può definire.
Raccontano le cronache di un Pierluigi Bersani preoccupato per la simpatia che il movimento del comico genovese raccoglierebbe tra la gente. E ci dicono di un segretario Pd con la mente a Grillo quando ha parlato a Tgcom24 di “apprendisti stregoni che sollevano un vento cattivo”. Così come palese è la preoccupazione espressa da Nichi Vendola secondo il quale si tratta di “un fenomeno inquietante”. Bersani e Vendola fanno bene a denunciare il populismo di un signore che avendo nulla da dire blatera su tutto senza tema di contraddirsi facendo dell’insulto, della facile battuta da avanspettacolo la propria bandiera. Ma, senza cadere nel moralismo, farebbero bene anche ad ascoltare la pancia dei rispettivi partiti e le voci di quanti li hanno votati dando loro fiducia. Che hanno il diritto di sapere se la prossima volta saranno nuovamente chiamati a portare in Parlamento persone che non li rappresentano come i Calearo o le Binetti, se dovranno votare per indagati come Lusi, Tedesco o Penati. I quali sono, fino a condanna, innocenti per la giustizia ma di sicuro poco hanno a che vedere con quel popolo della sinistra che ancora, e non è un caso, rimpiange la moralità di Enrico Berlinguer.
Quanto a Grillo che oggi nel suo blog scrive che “i partiti stanno svanendo nell’aria come i sogni del mattino”, forse dovrebbe sapere che una democrazia senza partiti si chiama in modo diverso, è null’altro che una dittatura.

Brescia 1974, quello che non è mai accaduto

diario 14/4/2012


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Lega, pulizia è fatta. O anche no

diario 12/4/2012

 

Roberto Maroni ha vinto. L’ex ministro dell’Interno del governo Berlusconi, al quale Mario Monti aveva offerto di rimanere al Viminale unico politico in una formazione di tecnici, è il nuovo padrone della Lega. L’ultimo atto della conquista del potere prima della incoronazione ufficiale che avverrà a fine giugno, si è svolto questo pomeriggio a via Bellerio, in quella stessa sede che nel 1996 il non ancora ministeriale Maroni difese con il proprio corpo dagli agenti di polizia che su mandato del procuratore di Verona pretendevano di effettuare una perquisizione. Francesco Belsito, l’ex tesoriere indagato da sei procure italiane e Rosi Mauro, la terrona vicepresidente del Senato, sono stati espulsi dal movimento. Pulizia è finalmente fatta, proprio come aveva chiesto a gran voce Maroni dal palco di Bergamo un paio di giorni fa quando aveva costretto l’ex capo ormai alle corde a pronunciare un auto da fè e la pubblica condanna dei suoi figli.
La Lega torna ora alle origini, alla “purezza” sventolata nelle piazze e ai raduni di Pontida, alle ampolle, ai riti fondanti di una terra che non esiste né come entità geografica né tantomeno come entità politica. Gridata ad alta voce alle folle di militanti ma mai praticata se è vero che Maroni si è ben guardato nelle scorse settimane di invocare le dimissioni di Davide Boni, presidente del Consiglio regionale lombardo indagato per tangenti. E se è altrettanto vero che la stessa purezza non rivendicò neppure ai tempi di Mani Pulite qundo l’allora leader indiscusso venne condannato per una tangente assieme al tesoriere dell’epoca, il pirla Patelli senza che dall’interno del movimento si levasse una voce di riprovazione. E zitto zitto Maroni rimase anche negli anni successivi, quando un altro tesoriere della Lega, Maurizio Balocchi, pensò bene di fondare la Ceit srl per costruire un villaggio turistico in Istria: 180 appartamenti, albergo e campo da golf. Nell’operazione furono coinvolti 114 azionisti tra i quali figuravano diversi parlamentari del Carroccio, la moglie di Bossi Manuela Marrone e tal Stefano Stefani, colui che oggi dovrebbe far chiarezza sulle disinvolte operazioni di Belsito, grande amico di Balocchi. L’operazione immobiliare si conclude in un fallimento e con dieci avvisi di garanzia.
Né si è sentita alzarsi la voce di Maroni quando lo stesso Balocchi, con il benestare del capo, nel 2000, decide che è arrivato il momento per fondare una banca padana, Credieuronord. Il “sogno” rischia di costare i risparmi di una vita ad alcune centinaia di entusiasti in camicia verde che solo grazie all’intervento della Banca Popolare di Lodi presieduta da Giampiero Fiorani in seguito coinvolto (e condannato) nel crack Parmalat e nel tentativo di scalata alla Antonveneta.
Tutto questo avveniva prima del 2004. Bossi ancora non era stato colpito da ictus e Bobo, già in odor di eresia, preferiva mantenere un profilo basso, accettando che di lui si dicesse che rappresentava l’anima ministeriale e dialogante della Lega. L’improvvisa malattia del capo, la sua assenza dalla scena per molti mesi, il muro eretto dai pochi ammessi al capezzale scelti da Manuela Marrone in base al grado di fedeltà, l’ascesa di nuovi dirigenti venuti dal nulla e dalla famiglia, come il giovanissimo Renzo, sembrarono segnarne il declino, essere quasi la premessa per una definitiva estromissione dai vertici del Movimento. Ma Maroni non si è arreso. Se nel movimento era tenuto ai margini, nei governi di centrodestra ha ricoperto ruoli di primo piano: disponibile, sorridente anche se capace di una insospettata durezza, gran lavoratore, si è imposto come uno dei pochi leghisti presentabili, conquistando pian piano la simpatia della base anche grazie al lavoro sottotraccia di uomini a lui fedeli, come il sindaco di Verona Flavio Tosi e il milanese Matteo Salvini. Una realtà della quale Umberto Bossi probabilmente si è reso conto solo al raduno di Pontida dello scorso anno quando per la prima volta Bobo gli rubò la scena con una coreografia ben preparata e una piazza acclamante il suo nome. Fu una scommessa azzardata che rischiò di costare cara a Maroni: i bossiani mal digerirono lo spettacolo e spinsero l’acceleratore per affrettarne la cacciata. Non ci sono riusciti, complici un ex tesoriere, segretarie, autisti, figli scapestrati e parentele avide che hanno fornito al nostro l’arma per l’affondo finale. Che qualcuno chiama pulizia ma che in realtà è la resa dei conti tra due bande rivali, il massacro di San Valentino dei bossiani.
Oggi sotto il fuoco amico è caduta Rosi Mauro, la Grimilde, la Pasionaria, la Nera, la Strega, la Terrona. Ma la guerra continua. E i Barbari sognanti non faranno prigionieri. Si accontenteranno di tenere come ostaggio un uomo malato, finito e ricattato.