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loscarafaggio

a pensar male si fa peccato, ma...

diario 8/10/2015


tra due mesi esatti avrà inizio il Giubileo straordinario. Ghiotta occasione per Roma. Soprattutto per quella parte della città che vive di affari, di appalti e di speculazioni. Quegli stessi affari, appalti e speculazioni che "l'ingenuo Marino" ha messo in discussione scoperchiando il malaffare nel quale erano coinvolti esponenti di primo piano delle precedenti giunte, del suo stesso partito (il Pd), delle cooperative e di parte del mondo imprenditoriale (con rispetto parlando) romano. Non sarà, allora, che tutta questa frenesia nel cercare di liberarsi di Ignazio Marino, le inchieste giornalistiche indipendenti condotte da quotidiani legati a costruttori e affaristi, nascondono la voglia di tornare allo status quo ante, all'epoca del "libero intrallazzo in libera giunta"?
Come diceva uno che di queste cose era esperto, a pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca


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l'erba del vicino è sempre più rossa

diario 8/7/2015


Che Beppe Grillo e Matteo Salvini cerchino di usare Tsipras è comprensibile. Così come si comprende che che non gliene freghi assolutamente alcunché che il diretto interessato abbia prontamente preso le distanze dai due. Che, invece, lo facciano alcuni personaggi che si dichiarano di sinistra lo è molto meno. Eppure nei giorni scorsi ad Atene, a sostenere la campagna per il no al referendum indetto dal leader greco c'era persino Niki Vendola. E, assieme a lui, molti dei capi e capetti dei tanti partitini che ostentano nel simbolo la falce e il martello e la definizione di comunista. I quali hanno finto di non accorgersi che a schierarsi per il no, oltre a Syriza, sono stati i neonazisti di Alba Dorata. Strana dimenticanza da parte di chi in Italia ha criticato aspramente Matteo Renzi per il Patto del Nazareno siglato con Silvio Berlusconi. Che avrà tanti difetti ma è sempre meglio di gente che si richiama al Terzo Reich.

Ma, d'altra parte, quella di accodarsi alla scia di personaggi ritenuti vincenti è una vecchia tradizione di una parte della sinistra nostrana che, in assenza di idee proprie si ritrova a cercare di cavalcare quelle altrui. Nel 1974, all'epoca della Rivoluzione dei Garofani che portò alla deposizione di Caetano in Portogallo, mettendo fine alla dittatura instaurata da Salazar, molti "rivoluzionari" di casa nostra si precipitarono a Lisbona per spiegare al colonnello Otelo Saraiva de Carvalho, leader della nuova giunta militare, come governare il paese. Furono cortesemente invitati a risalire sulle loro due cavalli e a tornarsene là da dove erano venuti. Ma non bastò a smorzarne gli entusiasmi: cinque anni dopo si rimisero in viaggio per andare a imparare la rivoluzione a Teheran, dove l'ayatollah Khomeini aveva appena instaurato una repubblica islamica. Ancora una volta vennero rispediti a casa.

Ma l'entusiasmo è duro a morire. Soprattutto se grazie ai social network ci si può esporre tranquillamente senza dover affrontare lunghi viaggi e brutte figure. Così, nel 2004 trovarono una ragione di essere in Zapatero, leader socialista spagnolo che veniva contrapposto come esempio di vero uomo di sinistra ai leader dell'Ulivo. Con il passare del tempo, però, anche Zapatero passò di moda e nel 2011 ad appassionare la sinistra italiana alla perenne ricerca di una causa da sposare arrivò il Movimiento 15-M, cioè gli Indignados spagnoli. Che, mentre i nostri affilavano le armi su Twitter e Facebook, scendevano in piazza contro il governo a guida socialista colpevole di non aver saputo risolvere i problemi del paese. L'anno dopo, il 2012, è stato l'anno della stella di Hollande, anch'egli socialista, eletto presidente della Repubblica francese con un programma di sinistra ben presto passato nel dimenticatoio e sostituito con uno più realistico. Tra il 2012 e i primi mesi del 2015 ad infiammare nuovamente gli animi dei sinistri nostrani, ecco Podemos (filiazione degli Indignados) e soprattutto Syriza di Alexis Tsipras. Il cui nome è stato anche utilizzato per una variegata lista elettorale che alle elezioni europee ha superato a fatica la soglia di sbarramento del 4 per cento e che pochi mesi dopo ha conosciuto defezioni e polemiche.

Personalmente non sono un fan di Matteo Renzi e del Pd. Ma non credo che una sinistra litigiosa, velleitaria e legata a vecchi schemi, che non è in grado di esprimere un progetto proprio limitandosi a rincorrere successi altrui e tutto ciò che si agita nel mondo, giusto o sbagliato che sia, possa avere l'ambizione di porsi come forza alternativa all'attuale coalizione di governo e al suo leader. Se questa è la capacità propositiva di ciò che resta della sinistra italiana mi tengo "er puzzone". Casomai posso sempre incazzarmi. Magari su Facebook, che si fa meno fatica. 

 

Io sto con Ignazio Marino

diario 29/6/2015

Stanno incazzati neri perché Ignazio Marino ha tagliato le fonti di finanziamento, quel fiume di quattrini che a Roma finanziavano un po' tutti, dalla destra alle correnti (o ai capi corrente) del Pd. Se potessero gli farebbero fare la fine di Giordano Bruno: al rogo in piazza Campo de' Fiori. Ma non possono. E allora si sono inventati il ritornello "si, è onesto, però è ingenuo e inadeguato". Che tradotto significa "è un coglione". Mentre loro, quei gentiluomini di campagna che hanno coperto le più squallide ruberie, loro sarebbero quelli intelligenti, quelli capaci. Che adesso si stanno preparando a regalare la città a qualche demente grillino o a qualche altro losco figuro. O,magari, a quell’Alfio Marchini, fascinoso discendente di una illustre e democratica famiglia di costruttori, il quale rivendica il proprio essere uomo di sinistra ma non disdegna – stando a notizie finora non smentite pubblicate da alcuni giornali – l’appoggio di Silvio Berlusconi e Matteo Salvini.

Che poi tutto tornerà come prima

I piccoli indiani di Beppe

diario 22/12/2014

Diecipoveri negretti se ne andarono a mangiar: 
unofece indigestione, solo nove ne restar. 

Novepoveri negretti fino a notte alta vegliar: 
unocadde addormentato, otto soli ne restar. 

Ottopoveri negretti se ne vanno a passeggiar: 
uno,ahimè, è rimasto indietro, solo sette ne restar. 

Settepoveri negretti legna andarono a spaccar: 
undi lor s'infranse a mezzo, e sei soli ne restar. 

Isei poveri negretti giocan con un alvear: 
dauna vespa uno fu punto, solo cinque ne restar. 

Cinquepoveri negretti un giudizio han da sbrigar: 
unlo ferma il tribunale, quattro soli ne restar. 

Quattropoveri negretti salpan verso l'alto mar: 
unoun granchio se lo prende, e tre soli ne restar. 

Itre poveri negretti allo zoo vollero andar: 
unol'orso ne abbrancò, e due soli ne restar. 

Idue poveri negretti stanno al sole per un po': 
unsi fuse come cera e uno solo ne restò. 

Solo,il povero negretto in un bosco se ne andò: 
adun pino s'impiccò, e nessuno ne restò."


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Grillo, le puttane e l'informazione

diario 27/6/2014


di Marta Repetto

'Puttana trovati un lavoro vero'. Correva l'anno 2009, era dicembre, e la dirigenza di RedTv annunciava la chiusura della rete a causa dei tagli del governo Berlusconi ai contributi pubblici per l'editoria, non rinnovando i contratti a chi, come me, non era assunto. Gli altri avrebbero perso il lavoro pochi mesi dopo, in totale più di 20 persone a casa tra giornalisti e tecnici. Correva l'anno 200
9, dicevo, e sul blog di Grillo si festeggiava la chiusura di un canale di 'ladri di soldi dei cittadini'. Poco importava si trattasse di servizio pubblico, poco importava che venti e più persone perdessero il lavoro rimanendo in mezzo a una strada: l'importante era festeggiare, grazie a Silvio Berlusconi, la chiusura di una rete di 'pennivendoli parassiti dello Stato'. Io mi ricordo i commenti, tutti. Mi ricordo di persone che come sciacalli si buttavano sul cadavere ancora caldo dei lavoratori. Mi ricordo, soprattutto, le mail agli indirizzi di Red, quel 'puttana trovati un lavoro vero' che arrivò in posta dieci minuti scarsi dopo la pubblicazione della notizia sul blog di san beppe. Mi ricordo il disgusto di leggere gente che ci accusava di rubare stipendi da sogno per vendere il culo al padrone. Mi faceva schifo la totale assenza di comprensione, si parlava anche di me che ero parte in causa e stavo male: di me, che per un anno e mezzo, lavorando per circa 12 ore al giorno e con mansioni che nemmeno erano sul contratto, avevo percepito 600 (leggi SEICENTO) euro al mese. Prima ancora, per sei mesi, ne avevo presi ben 450. Roba da leccarsi i baffi. 
Oggi, sul sacro blog, appare l'ennesimo post contro un giornalista, stavolta a quanto ne so precario e in scadenza di contratto, mentre attivisti del Movimento entravano al Secolo XIX a minacciare i colleghi della redazione con un cordiale 'voi sarete i prossimi'. E mi viene un rigurgito nel leggere gli stessi commenti, la stessa violenza di 5 anni fa, con in più la spocchia di chi si sente forte perché è ormai dentro le istituzioni. E mi sale una malinconia bestiale a leggere il disprezzo verso le opinioni altrui - ché la vera verità te la dice solo beppe e il resto è una bugia. E mi piange il cuore a leggere commenti di gente che conosco, che con noi ci ha lavorato a lungo, che continua a lavorare per aziende dello Stato ma che ha una facilità imbarazzante nell'accusare di 'furto' chiunque non la pensi come il santo. Che a quanto pare è più pura di noi, ché i soldi in busta paga ogni mese che prende dallo Stato, nel suo caso, sono soldi che lo Stato gli deve e non puzzano di ladrocinio. E sono stanca, stanchissima. Ma almeno ho la certezza di non essermi sbagliata, di non aver sbagliato giudizio 5 anni fa: siete dei fascisti, vigliacchi e codardi. E questo sarete sempre.

Matteo Renzi e i piccoli fan

diario 5/2/2014

Nostalgico, vecchio, rincoglionito. Persino comunista. Se solo ti permetti di esprimere il benché minimo dubbio su Matteo Renzi ormai sei out, fuori moda, all’indice. A sinistra come a destra, che anche il cittadino Berlusconi ha vietato ai suoi dipendenti di criticarlo. E allora cerco di chiarire una volta per tutte, almeno per quanto mi riguarda. Nostalgico non lo sono per niente, non mi mancano i bei tempi andati, che per l’appunto sono andati. Anche se non li rinnego e anzi li rivendico come parte della mia storia personale. Vecchio si, gli anni si cominciano a sentire. Ma non mi sembra una colpa (se non per l’ente che paga la mia pensione). E d’altra parte, poichè molti giustificano la propria passata militanza nel Pci definendola un errore di gioventù, mi sembra lecito escludere che l’esser giovani sia un pregio in sé, visto che a volte porta a far cazzate. Né posso dimenticare che lo smantellamento della sinistra ha avuto inizio anche grazie all’opera di due giovani: quando ci fu il congresso della Bolognina che sancì il passaggio alla guida del partito (o almeno di quel che ne rimaneva) ai “giovani”, Massimo D’Alema aveva poco più di quarant’anni e Valter Veltroni viaggiava attorno ai 36. Il che mi induce a diffidare dalle valutazioni basate sull’anagrafe. Quanto a rincoglionito, se mi guardo attorno direi che sono nella media. Resta comunista, una parola che in tutta sincerità ancora non riesco a considerare un insulto, ma che non mi appartiene più da tempo, da quando si è esaurita la mia personale “spinta propulsiva” e mi sono scoperto una vena socialdemocratica (intesa in senso europeo, non tanassiano). Mi sembra, invece, che altri, pur negandolo con forza, conservino intatto il proprio comunismo giovanile. Lo vedo in una sorta di nostalgia per il tanto esecrato centralismo che attribuiva tutto il potere e tutta la ragione al vertice, al leader che si ama e non si discute; nella voglia di tacitare il dissenso con anatemi e inviti ad andare altrove, per non disturbare il manovratore; nel riconoscersi acriticamente nell’uomo solo al comando, rifiutando il confronto e ridicolizzando (o cercando di farlo) il dissenso, rifiutando a priori, quasi per fede, qualsiasi obiezione. Che tanto si sa, vengono sempre da nostalgici vecchi e ormai un po’rincoglioniti. Personalmente non so se Renzi sarà davvero la carta vincente per il centrosinistra italiano. Ma di una cosa sono certo: che il tifo, l’adesione fideistica, il “comunismo” di tanti suoi sostenitori non gli giovano. 

il caso Cancellieri e la voglia di manette

diario 3/11/2013

Lo dico subito, a scanso di equivoci: nella vicenda Cancellieri-Ligresti io sto dalla parte della ministra. Non trovo nulla di strano, anzi troverei assurdo il contrario, che un ministro della Giustizia si preoccupi dello stato di salute di un detenuto. Che poi che questo si chiami Giulia Ligresti o Mario Rossi, le cose non cambiano. Mi rendo conto che è una scelta di campo non facile in un paese che ha eletto a opinionisti e opinion leader personaggi come Marco Travaglio o Beppe Grillo, un paese nel quale la voglia di carcere -soprattutto quando a finire in cella è qualche cosiddetto potente- ha preso il sopravvento sulla voglia di giustizia. Ma sono in buona compagnia. A cominciare da Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, ucciso dalla malagiustizia. La quale ha ricordato come la ministra Cancellieri non sia sensibile solo al richiamo del potere, ma abbia incontrato, nel suo ruolo istituzionale, "anche vittime sconosciute". "Non so e non conosco la vicenda giudiziaria di Giulia Ligresti -ha aggiunto Ilaria Cucchi- quel che so è che se fosse stata ministro lei ed avesse saputo delle condizioni di mio fratello, oggi forse non esisterebbe il caso Cucchi. Stefano forse sarebbe con noi".
Dello stesso tenore le parole di Mauro Palma, di Antigone, una associazione da sempre attiva sul fronte carceri. "I fan delle manette sembrano essere all'opera. Sono perplesso dalle affermazioni di coloro che sembrano partire da un grande desiderio di egualitarismo e finiscono per declinarlo volenti o nolenti in termini di maggiore reclusione, di desiderio di galera (leggo così le dichiarazioni dei vari Di Pietro, Ingroia, ma anche qualche perla in casa Pd). Altro tema importante, ma diverso è come fare in modo che la salute sia effettivamente tutelata per tutti e che il sistema non abbia bisogno neppure di essere allertato perché già in grado di agire da solo (cosa che nello specifico caso aveva anche fatto). Tema essenziale, su cui occorre portare avanti attenzione e lavoro senza alcun rigurgito di facile populismo".
Da ultimo, vorrei ricordare quanto ha detto un magistrato sicuramente al di sopra di ogni sospetto, il procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, spesso e a torto indicato come "inquisitore". Caselli ha fornito, fin dai primi momenti della vicenda, una spiegazione tecnica che, in un paese normale, taglierebbe sul nascere ogni polemica. I domiciliari a Giulia Ligresti - ha affermato - sono stati concessi per una serie di "circostanze obiettive" e "sarebbe arbitraria e del tutto destituita di fondamento ogni illazione che ricolleghi la concessione degli arresti domiciliari a circostanze esterne di qualunque natura". "Tutte le risultanze del fascicolo (ormai pubbliche e riscontrabili: documenti, acquisizioni processuali, atti d'indagine e accertamenti peritali) testimoniano in modo univoco e incontrovertibile che la concessione degli arresti domiciliari è avvenuta esclusivamente in base alla convergenza di decisive circostanze obiettive: le condizioni di salute verificate con consulenza medico-legale e l'intervenuta richiesta di 'patteggiamento' da parte dell' imputata, risalente al 2 agosto e perciò di molto antecedente le conversazioni telefoniche oggetto delle notizie".

 

Giornalisti e black bloc

diario 20/10/2013

Certo,c’è andato giù pesante Enzo Foschi quando ieri sera, al termine della manifestazione del Movimento per la Casa a Roma, si è sfogato su Facebook: “i giornalisti sono i veri black bloc, infiltrati nel corteo… delusi dal fatto che non scorra sangue”. La frase del capo della segreteria del sindaco Ignazio Marino ha ovviamente suscitato immediate reazioni sdegnate, prima fra tutte quella del non rimpianto Gianni Alemanno. Al quale, in tarda serata, ha fatto eco Romano Bartoloni, presidente del Sindacato cronisti romani, il quale ha stigmatizzato come “vergognose” e “irresponsabili” le parole di Foschi.

Con buona pace del mio vecchio amico Bartoloni, non riesco a dare torto a Foschi. La sua affermazione, per quanto irritante e anche un po’ fuori misura perché colpevolizza singoli cronisti i quali hanno la sola colpa, nella gran parte dei casi, di fare quello che viene loro richiesto, l’ho pensata anche io seguendo per tutto il pomeriggio le cronache televisive sulla manifestazione. Nelle quali il fatto che migliaia e migliaia di persone sfilassero per le strade di Roma pacificamente è passato in secondo piano. Tutte le attenzioni erano concentrate su quelle decine di dementi incappucciati che in due o tre occasioni hanno provato a far saltare i nervi alle forze di polizia nella speranza, delusa, di poter ripetere i fasti del 15 ottobre 2011, quando Roma fu teatro di scontri violentissimi e una grande dimostrazione venne sporcata dalla violenza stupida e gratuita di ragazzotti ai quali è difficile attribuire una etichetta che non sia quella della pura idiozia.

Ieri il gioco non è riuscito. Nonostante che tutti i mezzi di informazione abbiano rivolto la propria attenzione sui pochi episodi di violenza. Per tutto il giorno, le cronache televisive hanno insistito in maniera ossessiva e quasi morbosa a riproporre le stesse immagini degli scontri, quasi a far credere che “quella” fosse la piazza, non le decine di migliaia di persone che davano vita al corteo e che non avevano nessuna intenzione di mettere a ferro e a fuoco la città. Nessun servizio ha dato conto delle ragioni della protesta, giuste o sbagliate che fossero. Chi ha seguito le dirette televisive o i siti internet dei giornali, probabilmente ancora si chiede cosa ci facevano per strada tutte quelle persone tranquille, mentre Roma bruciava e i black bloc assalivano i blindati della polizia e attentavano ai ministeri.

A Romano Bartoloni, in amicizia e da vecchio collega, vorrei dire che –al di là della legittima solidarietà nei confronti dei cronisti e dello sdegno per le brucianti parole di Foschi – varrebbe la pena di riflettere su come sia cambiato il nostro mestiere. Di parlare di come sia degenerato il modo di fare informazione, ammesso che di informazione si possa ancora parlare in presenza di politiche editoriali che mortificano le professionalità e privilegiano le “grida”,i titoli urlati a nove colonne in prima pagina fregandosene altamente del fatto che poi i fatti siano diversi. Perché tanto l’importante non è offrire un servizio ai lettori (che, avendolo capito, i giornali non li comprano più) ma “buttarla in caciara”, spararla più grossa degli altri, fare sensazione. Un giornalismo per il quale le olgettine valgono più di una finanziaria. 

 

Coso

diario 23/6/2013

Mi viene incontro spalancando la bocca in un sorriso a quattro denti. “’Nvedi chi cc’è. Da mo’ che nun se vedemo…..”. Mi guardo attorno per essere sicuro che stia dicendo proprio a me. Non ci sono dubbi, in giro non c’è nessun altro.

“Come stai? Te trovo bene, nun sei invecchiato pe’ gnente, sempre ‘n figurino…”.

Io sono sicuro di non averlo mai visto, ma il suo tono non ammette dubbi: “Aho, mica me dirai che nun me riconosci… So’ Coso…”. Non dice il suo nome, è Coso.

“Io invece t’ho riconosciuto subbito”, insiste mollandomi una pacca sulla spalla.

“E a casa tutti bene?” rilancia. Dalla mia espressione capisce di aver toccato un tasto sbagliato. “Si, c’hai ragione, mejo nun parlanne. Io pure c’ho certi cazzi,,,!”. Cambia discorso: “e Coso l’hai più incontrato? Coso, quello che c’aveva er negozio…”. Quale negozio e dove non lo saprò mai, né chi sia quest’altro Coso. Anche se lui si prodiga nel cercare di rinfrescarmi la memoria. “Dai, quello piccoletto, pallocchetto, tutto riccio… Coso, no?”

Il gioco mi diverte, comincio a fargli domande: “e tu abiti sempre a…”. “Si, nun me so mai mosso, sto sempre co’ mamma”. “Se non sbaglio avevi una sorella…”. “S’è sposata, c’ha du fiji grandi, du’ stronzi che nun te dico….”.

“E come mai da queste parti?”, gli chiedo. “Devo anna’ ‘n farmacia a compra’ le medicine pe’ mamma…”. Pausa. “Anzi, nun è che c’avresti cinque euro, che nun so’ sicuro che i sordi me bastano…”. Mi guarda per capire se il gioco ha funzionato, regalandomi un altro sorriso sdentato.

“Certo, figurati. Con te non ci sono problemi”. Tiro fuori la banconota e gliela allungo. “Oh, guarda che la prossima volta te li ridò”, mi dice allontanandosi. “E che nun lo so? Ciao Coso, se vedemo”  

 




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salvatori della patria

diario 18/1/2013

 

Nutro da sempre una profonda diffidenza nei confronti di coloro che si sentono investiti da una missione, dei portatori di verità. Mi ricordano quei bravi uomini in abito talare inviati secoli fa a convertire alla vera religione gli indios sud americani. Talmente compresi nel loro sacro dovere da infliggere a quei poveracci senza dio anche le peggiori torture pur di salvare loro l’anima.
Uno zelo che in questi ultimi tempi ritrovo nello slancio impetuoso con il quale molti esponenti della “società civile” (che per me resta un oggetto indefinito, un non senso) hanno abbracciato la politica. In un paese che ha già visto e scontato sulla propria pelle salvatori della Patria del calibro di Silvio Berlusconi o, più modestamente, di Antonio Di Pietro, si sono di recente proposti come nuovi redentori un comico, un tecnico e un giudice. Tutti e tre decisi a salvare dalla perdizione una Nazione altrimenti destinata a un rapido e definitivo declino. Beppe Grillo, il primo del trio in ordine di apparizione, non propone nulla se non se stesso e le sue battutacce ormai scontate. Il suo programma si sintetizza in poche parole: tutti fuori dalle palle che ci adesso ve la do io l’Italia. Magari strizzando l’occhio ai fascisti di Casa Pound e cacciando fuori dai confini gli immigrati. Come e peggio di un leghista della prima ora, alla Borghezio tanto per capirci. Il secondo, arrivato a palazzo Chigi un anno fa dopo aver rappresentato l’Italia in Europa su delega di Silvio Berlusconi (e della finanza internazionale) ci ha spiegato in questi giorni che ritiene suo preciso dovere salvare l’Italia dallo sfascio. E per questo è ben deciso a continuare da politico l’opera cominciata con la casacca di tecnico. Non ci ha detto (anche se si è lasciato scappare di aver votato Forza Italia nel 1994) che la sua decisione, a molti incomprensibile, è figlia di quel voto di quasi venti anni fa ed è maturata negli stessi ambienti che a suo tempo sostennero l’avventura vincente dell’uomo di Arcore nella ingenua convinzione di poterlo controllare, di farne uno strumento dei propri interessi, sottovalutandone le capacità, il fiuto e le ambizioni. Oltre che quella vena di onnipotente follia che, con il passare degli anni, ha portato Berlusconi ad essere ingombrante e impresentabile, dannoso anche per chi lo aveva aiutato nella scalata al potere, cioè il mondo dell’industria e della finanza. Lo stesso mondo che oggi investe su Mario Monti, il quale offre bel altre garanzie di lealtà e di immagine negli ambienti che contano in Europa e oltre oceano.
Ultimo in ordine cronologico a “prestarsi alla politica” il magistrato palermitano Antonio Ingroia, a ben vedere l’unico del terzetto ad essere realmente un “uomo di fede”, a credere ciecamente nella propria missione salvifica e a essere disposto a portarla avanti a qualsiasi prezzo, a differenza del suo più noto predecessore (e oggi suo sponsor) Antonio Di Pietro che dietro la facciata di uomo tutto d’un pezzo si è, nel corso degli anni, ben adattato e adagiato alle forme della politica politicante. Che avrebbe continuato a praticare se avesse trovato maggiore disponibilità da parte dei suoi vecchi alleati ormai stanchi dei suoi tentativi di resistere al declino politico alzando i toni della polemica oltre ogni limite, tanto da spaccare il suo stesso partito. Se il comico in disarmo Beppe Grillo e l’uomo della finanza Mario Monti rappresentano la continuazione sotto altre vesti del populismo becero della prima orda padana e del tentativo solo in parte riuscito per colpa di un inaffidabile Silvio Berlusconi di cambiare in peggio i rapporti sociali, Ingroia è la vera novità di questa campagna elettorale. Una novità pericolosa perché introduce nella politica un elemento nuovo, la fede. Non in un Dio (che dal quel punto di vista abbiamo già dato a lungo), non in un ideale, ma in una missione. Quella di liberarci dal male dovunque si annidi, costi quel che costi. L’autodefinito “partigiano della Costituzione” non conosce sfumature. Per lui il grigio non esiste. O bianco o nero. O con lui o contro di lui. Che poi è un dettaglio secondario se tra le sue truppe raccogliticce ci sono personaggi che definire ambigui sarebbe un eufemismo e sopravvissuti di mille scissioni che sono stati capaci di dilapidare patrimoni di consensi. Tanto, se le cose dovessero andar male, ad attenderlo c’è sempre il sud America. Proprio come i missionari che l’Inquisizione inviava a redimere le anime dei selvaggi.