In attesa che Silvio/Mandrake e Angelino/Lothar svelino a tutti noi la rivoluzione politica del secolo qualcuno, meno fantasioso ma con le spalle ben coperte, ha deciso di giocare d’anticipo lanciando un’idea altisonante. Pierferdinando Casini, ex doroteo allievo di Toni Bisaglia, ex forlaniano, tuttora democristiano doc ha annunciato lo scioglimento di fatto del suo partito destinato a costituire l’ossatura attorno alla quale far nascere il Partito della Nazione. Che non sarà una riedizione moderna della vecchia e mai rimpianta Dc ma, se possibile, qualcosa di peggio. Perché la nuova formazione politica che si propone di raccogliere sotto le sue bandiere l’Italia moderata si preannuncia come una sorta di partito delle corporazioni sotto lo sguardo benedicente del Vaticano.
Le prove tecniche le hanno già fatte quando, nei mesi passati, in molti hanno accolto l’appello di papa Ratzinger per un nuovo impegno dei cattolici nella vita pubblica del paese e i meno generici inviti del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei. Che, in un paese dove la stragrande maggioranza dei cittadini, oltre che dei politici, è di fede cattolica non avrebbero senso se non significassero che la ricreazione è finita ed è giunta l’ora di serrare i ranghi. Più volte rappresentanti del mondo sindacale, industriale, politico, bancario, del volontariato e dell’associazionismo cattolico si sono ritrovati per discutere di come mettere in pratica le sollecitazioni. Una platea variegata, che comprendeva esponenti dei diversi schieramenti parlamentari e organizzazioni spesso in guerra tra loro, come Comunione e Liberazione e Azione Cattolica, fino ad oggi apertamente in dissenso.
Ma non saranno certo questi dettagli a frenare il progetto quando la prospettiva è di far tornare sulla scena, come unico soggetto politico, ciò che i casi della vita (e quelli giudiziari) hanno separato. A questo già di per sé ampio parterre, si dovrebbe poi aggiungere qualche noto imprenditore tentato da uno scranno governativo o illuso di giocare da play maker e persino qualche laico, in versione foglia di fico, da spendere per poter negare di essere un partito confessionale, quale neppure la Dc nella sua lunga e travagliata storia è mai stata. Non è un caso che il primo a storcere il naso di fronte all’iniziativa di Casini sia stato il suo alleato Gianfranco Fini il quale si rende ben conto che il nuovo partito potrebbe segnare la fine del lungo percorso che lo ha portato ad affrancarsi dal retaggio fascista per approdare a posizioni, specie sui temi dei diritti, spesso sgradite alla chiesa e a quel mondo che, da un lato e dall’altro dell’emiciclo parlamentare, continua a ritenersi, prima di ogni altra cosa, democristiano.
Casini è un uomo abile, dotato di fiuto e di furbizia: ha saputo defilarsi al momento giusto, dopo aver capito che l’alleanza con Berlusconi lo avrebbe trascinato a fondo nel volgere di pochi anni. Ha intuito per tempo ciò che Fini ha compreso in ritardo, anche se poi è stata proprio la rottura di quest’ultimo con il leader del Pdl a determinarne la caduta e lo sfaldamento di un partito che oggi è dilaniato da sempre meno celate rivalità e faide interne.
Con la sua mossa il leader dell’Udc (che ha ancora nel Pdl buoni amici che gli hanno anticipato che qualcosa si stava muovendo) ha buttato sul tavolo il jolly, sperando di attirare i delusi alla Beppe Pisanu (anch’egli ex Dc, pur se proveniente da una corrente diversa) e anche qualche scontento del Pd, dove i malumori tra le due anime del partito sono ben visibili anche agli osservatori meno attenti.
Una mossa, insomma, da non sottovalutare perché se malauguratamente avesse successo potrebbe significare la nascita di un partito egemone, senza contrappesi a fermarne lo strapotere. Tanto più che mai come ora le opposizioni sono state tanto divise, con un Di Pietro che gioca a fare il Bossi “di sinistra” (e qui le virgolette sono necessarie), la Federazione della sinistra che non riesce ad esprimere un programma sensato che vada oltre il no a tutto e al contrario di tutto e Nichi Vendola che oscilla tra la tentazione governativa e la paura di perdere i consensi per ora virtuali che i sondaggi gli assegnano. Mentre il Pd, all’interno del quale si alzano le voci di quanti come Casini premono perché il governissimo dei tecnici non sia una esperienza da chiudere dopo il voto del 2013, si ritrova nuovamente a correre il rischio di affrontare una lunga campagna elettorale senza alleati. Che, forse, lo vedrà primo partito nel paese. Ma costretto o ad essere subalterno nel caso di una affermazione consistente del nuovo partito di Casini o ricattabile ed esposto ai capricci di compagni di strada inaffidabili, come ai tempi dell’Unione.