Emma Marcegaglia è una donna coraggiosa. E ce ne vuole davvero di coraggio per uscirsene, come ha fatto ieri nel pieno di una trattativa delicata e difficile, con un invito ai sindacati a “non proteggere assenteisti cronici, ladri e quelli che non fanno il loro lavoro”. Da quattro anni alla guida di Confindustria, dopo esserne stata a lungo vicepresidente, Marcegaglia conosce la realtà imprenditoriale italiana. E, per questo, dovrebbe avere il buon gusto di risparmiare a se stessa e a tutti noi tirate un po’ fuori tempo. Sempre che, come si diceva una volta, il suo non sia stato un modo di parlare a nuora perché suocera intenda. Dove il ruolo di suocera spetta di diritto a Confindustria che, in fondo, altro non è che il “sindacato” degli imprenditori. Tra i quali, per la verità, assenteisti cronici, ladri o incapaci ce ne sono parecchi. Anche tra i più rappresentativi e stimati, si fa per dire.
Tanto per non fare nomi, l’elenco potrebbe cominciare proprio in casa Marcegaglia dove il fondatore del gruppo, Steno, papà di Emma, è indagato dalla procura di Grosseto nell’ambito dell’inchiesta Golden Rubbish per una brutta storia di smaltimento di rifiuti tossici. O dove il fratello di Emma, Antonio, vicepresidente del gruppo, ha patteggiato nel 2008, davanti al Tribunale di Milano, una pena di undici mesi di reclusione per una mazzetta pagata nel 2003 a un manager Enipower per un appalto.
Peccato veniale di fronte ai sedici anni di carcere ai quali è stato condannato l’anno scorso l’amministratore delegato delle acciaierie Thyssen Krupp Harald Espenhahn ritenuto responsabile dal Tribunale di Torino della morte di sette operai ma assolto dai suoi colleghi imprenditori che l’anno scorso a Bergamo gli hanno tributato un caloroso e solidale applauso.
L’industria italiana, quella rappresentata da Emma Marcegaglia, così attenta a mettere in guardia il sindacato dalla difesa di qualche disgraziato che si dà malato per andare allo stadio a vedere la partita, è la stessa che nel corso dei decenni ha spremuto le finanze pubbliche come un limone, direttamente o indirettamente, ottenendo finanziamenti a fondo perduto, regalie che hanno preso il nome di incentivi (alla rottamazione delle auto ma anche dei frigoriferi, degli aspirapolvere e di quanto ha saputo partorire la fantasia di una classe politica spesso incapace a volte asservita), la stessa che, incapace di investire in innovazione e ricerca, per competere sul mercato delocalizza le aziende in paesi dove la manodopera ha costi inferiori ma soprattutto non ci sono sindacati a mettere i bastoni tra le ruote. Imprenditori che apprezzano i sindacati dei lavoratori solo quando avallano politiche industriali come quelle dell’ad della Fiat Sergio Marchionne basate sul ricatto ai lavoratori: o mangiate questa minestra o chiudiamo e ce ne andiamo all’estero. Che poi accadrà lo stesso.
Ma, per rimanere al tema dei compagni di strada di Emma Marcegaglia e a quella che avrebbe avuto un senso se si fosse trattato di una autocritica, come dimenticare il re del latte Calisto Tanzi, fiore all’occhiello dell’imprenditoria d’assalto, in carcere dopo che la Cassazione ha confermato (riducendola da 10 a 8 anni) la condanna inflitta dal Tribunale di Milano per il crac Parmalat e sul quale pendono altre due sentenze di condanna in primo grado per complessivi 27 anni di carcere.
Quello di Tanzi (sul quale non si sono ascoltate reprimende da parte dell’associazione degli imprenditori) è un caso eclatante. Ma solo perché nella sua vicenda si è arrivati a una condanna definitiva, non certo perché sia una mosca bianca. Altri manager e industriali di primo piano magari non hanno truffato i risparmiatori, corrotto o rubato. Però buon senso vorrebbe che fossero i primi a cercare di tenere a freno le intemperanze verbali della presidente di Confindustria. Quanto meno per evitare che a qualcuno venga voglia di capire come funzionano le cose dal lato degli “onesti e capaci”.
Perché, ad esempio, qualcuno potrebbe ricordare il “capitano coraggioso” (definizione di Massimo D’Alema) Roberto Colaninno, presidente della Compagnia Aerea Italiana (CAI) alla quale il governo Berlusconi ha ceduto l’Alitalia praticamente a costo zero rinunciando alla vendita a condizioni favorevoli a Air France. Oppure quel Carlo Debenedetti, già compagno di scuola di Umberto Agnelli, che da presidente della Olivetti vendette allo Stato migliaia di computer inutilizzabili e che, nel 1993, in piena Tangentopoli, si presentò davanti al pool di Mani Pulite per ammettere il pagamento di una tangente di 10 miliardi in cambio di una commessa a Poste Italiane.
Giunta agli sgoccioli del suo mandato, Emma Marcegaglia è in queste settimane impegnata a trattare con governo e sindacati la riforma del mercato del lavoro sulla quale incombe l’ombra dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori che vieta i licenziamenti senza giusta causa. Una norma di puro buonsenso che dovrebbe impedire la cacciata di dipendenti a discrezione del padrone. E forse è proprio questo il motivo delle sue parole di ieri, il senso di frustrazione degli imprenditori di “non essere padroni a casa propria”, come diceva spesso uno che conoscevo bene. Dimenticando però che casa loro spesso e volentieri l’abbiamo pagata anche noi.