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loscarafaggio

I piccoli indiani di Beppe

diario 22/12/2014

Diecipoveri negretti se ne andarono a mangiar: 
unofece indigestione, solo nove ne restar. 

Novepoveri negretti fino a notte alta vegliar: 
unocadde addormentato, otto soli ne restar. 

Ottopoveri negretti se ne vanno a passeggiar: 
uno,ahimè, è rimasto indietro, solo sette ne restar. 

Settepoveri negretti legna andarono a spaccar: 
undi lor s'infranse a mezzo, e sei soli ne restar. 

Isei poveri negretti giocan con un alvear: 
dauna vespa uno fu punto, solo cinque ne restar. 

Cinquepoveri negretti un giudizio han da sbrigar: 
unlo ferma il tribunale, quattro soli ne restar. 

Quattropoveri negretti salpan verso l'alto mar: 
unoun granchio se lo prende, e tre soli ne restar. 

Itre poveri negretti allo zoo vollero andar: 
unol'orso ne abbrancò, e due soli ne restar. 

Idue poveri negretti stanno al sole per un po': 
unsi fuse come cera e uno solo ne restò. 

Solo,il povero negretto in un bosco se ne andò: 
adun pino s'impiccò, e nessuno ne restò."


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permalink | inviato da danrep il 22/12/2014 alle 17:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Grillo, le puttane e l'informazione

diario 27/6/2014


di Marta Repetto

'Puttana trovati un lavoro vero'. Correva l'anno 2009, era dicembre, e la dirigenza di RedTv annunciava la chiusura della rete a causa dei tagli del governo Berlusconi ai contributi pubblici per l'editoria, non rinnovando i contratti a chi, come me, non era assunto. Gli altri avrebbero perso il lavoro pochi mesi dopo, in totale più di 20 persone a casa tra giornalisti e tecnici. Correva l'anno 200
9, dicevo, e sul blog di Grillo si festeggiava la chiusura di un canale di 'ladri di soldi dei cittadini'. Poco importava si trattasse di servizio pubblico, poco importava che venti e più persone perdessero il lavoro rimanendo in mezzo a una strada: l'importante era festeggiare, grazie a Silvio Berlusconi, la chiusura di una rete di 'pennivendoli parassiti dello Stato'. Io mi ricordo i commenti, tutti. Mi ricordo di persone che come sciacalli si buttavano sul cadavere ancora caldo dei lavoratori. Mi ricordo, soprattutto, le mail agli indirizzi di Red, quel 'puttana trovati un lavoro vero' che arrivò in posta dieci minuti scarsi dopo la pubblicazione della notizia sul blog di san beppe. Mi ricordo il disgusto di leggere gente che ci accusava di rubare stipendi da sogno per vendere il culo al padrone. Mi faceva schifo la totale assenza di comprensione, si parlava anche di me che ero parte in causa e stavo male: di me, che per un anno e mezzo, lavorando per circa 12 ore al giorno e con mansioni che nemmeno erano sul contratto, avevo percepito 600 (leggi SEICENTO) euro al mese. Prima ancora, per sei mesi, ne avevo presi ben 450. Roba da leccarsi i baffi. 
Oggi, sul sacro blog, appare l'ennesimo post contro un giornalista, stavolta a quanto ne so precario e in scadenza di contratto, mentre attivisti del Movimento entravano al Secolo XIX a minacciare i colleghi della redazione con un cordiale 'voi sarete i prossimi'. E mi viene un rigurgito nel leggere gli stessi commenti, la stessa violenza di 5 anni fa, con in più la spocchia di chi si sente forte perché è ormai dentro le istituzioni. E mi sale una malinconia bestiale a leggere il disprezzo verso le opinioni altrui - ché la vera verità te la dice solo beppe e il resto è una bugia. E mi piange il cuore a leggere commenti di gente che conosco, che con noi ci ha lavorato a lungo, che continua a lavorare per aziende dello Stato ma che ha una facilità imbarazzante nell'accusare di 'furto' chiunque non la pensi come il santo. Che a quanto pare è più pura di noi, ché i soldi in busta paga ogni mese che prende dallo Stato, nel suo caso, sono soldi che lo Stato gli deve e non puzzano di ladrocinio. E sono stanca, stanchissima. Ma almeno ho la certezza di non essermi sbagliata, di non aver sbagliato giudizio 5 anni fa: siete dei fascisti, vigliacchi e codardi. E questo sarete sempre.

notte prima degli esami

diario 20/6/2012

 

Per uno strano scherzo del destino, mentre migliaia di studenti affronteranno la prima prova dell’esame di maturità, domani anche i senatori saranno chiamati a una difficile prova. Dovranno decidere se autorizzare o meno l’arresto del loro collega Luigi Lusi, ex tesoriere della Margherita accusato dalla magistratura di aver sottratto alle casse del partito una ventina di milioni di euro, centesimo più centesimo meno. Sulla carta quasi una formalità, dal momento che nessuno ha difeso più di tanto la barcollante posizione di Lusi, neppure i più garantisti (se questo termine può essere usato per indicare persone che si schierano pro o contro le inchieste e le richieste della magistratura solo quando in ballo sono le sorti degli amici). Ma dopo il recente scivolone sul caso di Sergio De Gregorio nulla vi è di certo. Per essere sicuri del risultato della votazione si dovrà attendere che si illumini il tabellone luminoso alle spalle del presidente, l’equivalente dei maxi schermi che allo stadio sanciscono il risultato definitivo della partita. Con la differenza che qui non sono in gioco i tre punti bensì qualcosa di più serio. Quella di domani è forse l’ultima prova di appello per una classe politica in parte giustamente e in parte no accusata di essere una “casta” interessata solo ai propri interessi. Se anche Lusi sarà salvato, come prima di lui il senatore De Gregorio o il deputato Marco Milanese, a parte il diretto interessato l’unico a guadagnarci sarà Beppe Grillo. In termini di credibilità, visto che si è sbilanciato a dare per certo il salvataggio di Lusi, e in termini di consensi elettorali per adesso virtuali tra qualche mese reali.
 

Perché Sanremo è Sanremo

diario 15/2/2012

 

Tutto secondo copione. Anche quest’anno, ringraziando Iddio, il Festival della Canzone italiana ci ha regalato la solita settimana di chiacchiere al vento. Merito di Adriano Celentano in versione predicatore. Che poi non sarebbe neanche una novità dal momento che sono anni che ci rompe le scatole con i suoi predicozzi banali invece che farci ascoltare le sue canzoni. Tanto che la sua partecipazione sarebbe passata quasi inosservata se il nostro, che fesso non è e sa come conquistare le prime pagine dei giornali, non avesse pensato bene di andare a ravanare là dove altri non osano, prendendo di petto Famiglia Cristiana e l’Avvenire, cioè uno dei più letti settimanali italiani e il quotidiano dei vescovi. Che, in tempi recenti, non hanno esitato a lisciare il pelo all’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, per inciso (e forse anche per questo non è casuale l’applauso del pubblico in sala alle parole di Adriano). Giornali “inutili” che dovrebbero essere chiusi secondo Celentano, paladino della libertà di parola, ma evidentemente non della libertà di stampa. Apriti cielo! Da Roma è partito un “commissario”, il vice direttore leghista della Rai Antonio Marano (il quale dovrebbe essere allenato a sentir sparare cazzate a ruota libera visto il leader che si è scelto) con il compito di rimettere in riga i reprobi. Cioè di censurare il censore. A Marano l’arduo compito di chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati, come dice il proverbio. Ai geni di viale Mazzini invece il compito di cominciare a preparare l’edizione 2013 e il prossimo “scandalo”. Chissà, forse faranno presentare il Festival al predicatore laico Beppe Grillo o a un testimone di Geova. O al direttore di Pontifex, per par condicio.  
Da affezionato telespettatore del Festival (negli ultimi trenta anni non ne ho perso un’edizione, anche a costo di indicibili sofferenze personali e di accese discussioni familiari) quest’anno ho deciso di fare obiezione di coscienza. Non guarderò il Festival in tv anche se so già che me ne pentirò perché per tutta la prossima settimana non saprò di cosa parlare con gli amici al bar o sui social network. Queste poche righe, quindi, rappresentano il mio unico e definitivo contributo alla discussione. Almeno per quest’anno. Perché il mio non è un addio definitivo. E’ una pausa di riflessione.

lo scarafaggio

diario 19/2/2011

Sono uno scarafaggio. E lo sono da una quarantina d'anni. Però lo ho scoperto in tempi più recenti, solo qualche anno fa quando un vecchio comico genovese ormai in disarmo (tanto che per continuare a far ridere ha dovuto inventarsi un altro mestiere) mi ha aperto gli occhi, dichiarando ad alta voce che i giornalisti sono per l'appunto scarafaggi. Dato che lui di insetti se ne dovrebbe intendere, quantomeno per via del suo cognome, prendo per buona la sua parola. Quindi mi dichiaro senza vergogna e senza timidezze. Sono uno scarafaggio. E tutto sommato non mi dispiace, anzi. In fondo ho sempre ammirato questi insetti blattoidei (definizione del Devoto Oli), se non altro per la loro capacità di infilarsi dappertutto, fregandosene della decenza, e di frugare tra le cose del mondo, anche le più ignobili. Che, poi, è proprio quello che dovrebbero fare i giornalisti.