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loscarafaggio

l'erba del vicino è sempre più rossa

diario 8/7/2015


Che Beppe Grillo e Matteo Salvini cerchino di usare Tsipras è comprensibile. Così come si comprende che che non gliene freghi assolutamente alcunché che il diretto interessato abbia prontamente preso le distanze dai due. Che, invece, lo facciano alcuni personaggi che si dichiarano di sinistra lo è molto meno. Eppure nei giorni scorsi ad Atene, a sostenere la campagna per il no al referendum indetto dal leader greco c'era persino Niki Vendola. E, assieme a lui, molti dei capi e capetti dei tanti partitini che ostentano nel simbolo la falce e il martello e la definizione di comunista. I quali hanno finto di non accorgersi che a schierarsi per il no, oltre a Syriza, sono stati i neonazisti di Alba Dorata. Strana dimenticanza da parte di chi in Italia ha criticato aspramente Matteo Renzi per il Patto del Nazareno siglato con Silvio Berlusconi. Che avrà tanti difetti ma è sempre meglio di gente che si richiama al Terzo Reich.

Ma, d'altra parte, quella di accodarsi alla scia di personaggi ritenuti vincenti è una vecchia tradizione di una parte della sinistra nostrana che, in assenza di idee proprie si ritrova a cercare di cavalcare quelle altrui. Nel 1974, all'epoca della Rivoluzione dei Garofani che portò alla deposizione di Caetano in Portogallo, mettendo fine alla dittatura instaurata da Salazar, molti "rivoluzionari" di casa nostra si precipitarono a Lisbona per spiegare al colonnello Otelo Saraiva de Carvalho, leader della nuova giunta militare, come governare il paese. Furono cortesemente invitati a risalire sulle loro due cavalli e a tornarsene là da dove erano venuti. Ma non bastò a smorzarne gli entusiasmi: cinque anni dopo si rimisero in viaggio per andare a imparare la rivoluzione a Teheran, dove l'ayatollah Khomeini aveva appena instaurato una repubblica islamica. Ancora una volta vennero rispediti a casa.

Ma l'entusiasmo è duro a morire. Soprattutto se grazie ai social network ci si può esporre tranquillamente senza dover affrontare lunghi viaggi e brutte figure. Così, nel 2004 trovarono una ragione di essere in Zapatero, leader socialista spagnolo che veniva contrapposto come esempio di vero uomo di sinistra ai leader dell'Ulivo. Con il passare del tempo, però, anche Zapatero passò di moda e nel 2011 ad appassionare la sinistra italiana alla perenne ricerca di una causa da sposare arrivò il Movimiento 15-M, cioè gli Indignados spagnoli. Che, mentre i nostri affilavano le armi su Twitter e Facebook, scendevano in piazza contro il governo a guida socialista colpevole di non aver saputo risolvere i problemi del paese. L'anno dopo, il 2012, è stato l'anno della stella di Hollande, anch'egli socialista, eletto presidente della Repubblica francese con un programma di sinistra ben presto passato nel dimenticatoio e sostituito con uno più realistico. Tra il 2012 e i primi mesi del 2015 ad infiammare nuovamente gli animi dei sinistri nostrani, ecco Podemos (filiazione degli Indignados) e soprattutto Syriza di Alexis Tsipras. Il cui nome è stato anche utilizzato per una variegata lista elettorale che alle elezioni europee ha superato a fatica la soglia di sbarramento del 4 per cento e che pochi mesi dopo ha conosciuto defezioni e polemiche.

Personalmente non sono un fan di Matteo Renzi e del Pd. Ma non credo che una sinistra litigiosa, velleitaria e legata a vecchi schemi, che non è in grado di esprimere un progetto proprio limitandosi a rincorrere successi altrui e tutto ciò che si agita nel mondo, giusto o sbagliato che sia, possa avere l'ambizione di porsi come forza alternativa all'attuale coalizione di governo e al suo leader. Se questa è la capacità propositiva di ciò che resta della sinistra italiana mi tengo "er puzzone". Casomai posso sempre incazzarmi. Magari su Facebook, che si fa meno fatica. 

 

il caso Cancellieri e la voglia di manette

diario 3/11/2013

Lo dico subito, a scanso di equivoci: nella vicenda Cancellieri-Ligresti io sto dalla parte della ministra. Non trovo nulla di strano, anzi troverei assurdo il contrario, che un ministro della Giustizia si preoccupi dello stato di salute di un detenuto. Che poi che questo si chiami Giulia Ligresti o Mario Rossi, le cose non cambiano. Mi rendo conto che è una scelta di campo non facile in un paese che ha eletto a opinionisti e opinion leader personaggi come Marco Travaglio o Beppe Grillo, un paese nel quale la voglia di carcere -soprattutto quando a finire in cella è qualche cosiddetto potente- ha preso il sopravvento sulla voglia di giustizia. Ma sono in buona compagnia. A cominciare da Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, ucciso dalla malagiustizia. La quale ha ricordato come la ministra Cancellieri non sia sensibile solo al richiamo del potere, ma abbia incontrato, nel suo ruolo istituzionale, "anche vittime sconosciute". "Non so e non conosco la vicenda giudiziaria di Giulia Ligresti -ha aggiunto Ilaria Cucchi- quel che so è che se fosse stata ministro lei ed avesse saputo delle condizioni di mio fratello, oggi forse non esisterebbe il caso Cucchi. Stefano forse sarebbe con noi".
Dello stesso tenore le parole di Mauro Palma, di Antigone, una associazione da sempre attiva sul fronte carceri. "I fan delle manette sembrano essere all'opera. Sono perplesso dalle affermazioni di coloro che sembrano partire da un grande desiderio di egualitarismo e finiscono per declinarlo volenti o nolenti in termini di maggiore reclusione, di desiderio di galera (leggo così le dichiarazioni dei vari Di Pietro, Ingroia, ma anche qualche perla in casa Pd). Altro tema importante, ma diverso è come fare in modo che la salute sia effettivamente tutelata per tutti e che il sistema non abbia bisogno neppure di essere allertato perché già in grado di agire da solo (cosa che nello specifico caso aveva anche fatto). Tema essenziale, su cui occorre portare avanti attenzione e lavoro senza alcun rigurgito di facile populismo".
Da ultimo, vorrei ricordare quanto ha detto un magistrato sicuramente al di sopra di ogni sospetto, il procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, spesso e a torto indicato come "inquisitore". Caselli ha fornito, fin dai primi momenti della vicenda, una spiegazione tecnica che, in un paese normale, taglierebbe sul nascere ogni polemica. I domiciliari a Giulia Ligresti - ha affermato - sono stati concessi per una serie di "circostanze obiettive" e "sarebbe arbitraria e del tutto destituita di fondamento ogni illazione che ricolleghi la concessione degli arresti domiciliari a circostanze esterne di qualunque natura". "Tutte le risultanze del fascicolo (ormai pubbliche e riscontrabili: documenti, acquisizioni processuali, atti d'indagine e accertamenti peritali) testimoniano in modo univoco e incontrovertibile che la concessione degli arresti domiciliari è avvenuta esclusivamente in base alla convergenza di decisive circostanze obiettive: le condizioni di salute verificate con consulenza medico-legale e l'intervenuta richiesta di 'patteggiamento' da parte dell' imputata, risalente al 2 agosto e perciò di molto antecedente le conversazioni telefoniche oggetto delle notizie".

 

salvatori della patria

diario 18/1/2013

 

Nutro da sempre una profonda diffidenza nei confronti di coloro che si sentono investiti da una missione, dei portatori di verità. Mi ricordano quei bravi uomini in abito talare inviati secoli fa a convertire alla vera religione gli indios sud americani. Talmente compresi nel loro sacro dovere da infliggere a quei poveracci senza dio anche le peggiori torture pur di salvare loro l’anima.
Uno zelo che in questi ultimi tempi ritrovo nello slancio impetuoso con il quale molti esponenti della “società civile” (che per me resta un oggetto indefinito, un non senso) hanno abbracciato la politica. In un paese che ha già visto e scontato sulla propria pelle salvatori della Patria del calibro di Silvio Berlusconi o, più modestamente, di Antonio Di Pietro, si sono di recente proposti come nuovi redentori un comico, un tecnico e un giudice. Tutti e tre decisi a salvare dalla perdizione una Nazione altrimenti destinata a un rapido e definitivo declino. Beppe Grillo, il primo del trio in ordine di apparizione, non propone nulla se non se stesso e le sue battutacce ormai scontate. Il suo programma si sintetizza in poche parole: tutti fuori dalle palle che ci adesso ve la do io l’Italia. Magari strizzando l’occhio ai fascisti di Casa Pound e cacciando fuori dai confini gli immigrati. Come e peggio di un leghista della prima ora, alla Borghezio tanto per capirci. Il secondo, arrivato a palazzo Chigi un anno fa dopo aver rappresentato l’Italia in Europa su delega di Silvio Berlusconi (e della finanza internazionale) ci ha spiegato in questi giorni che ritiene suo preciso dovere salvare l’Italia dallo sfascio. E per questo è ben deciso a continuare da politico l’opera cominciata con la casacca di tecnico. Non ci ha detto (anche se si è lasciato scappare di aver votato Forza Italia nel 1994) che la sua decisione, a molti incomprensibile, è figlia di quel voto di quasi venti anni fa ed è maturata negli stessi ambienti che a suo tempo sostennero l’avventura vincente dell’uomo di Arcore nella ingenua convinzione di poterlo controllare, di farne uno strumento dei propri interessi, sottovalutandone le capacità, il fiuto e le ambizioni. Oltre che quella vena di onnipotente follia che, con il passare degli anni, ha portato Berlusconi ad essere ingombrante e impresentabile, dannoso anche per chi lo aveva aiutato nella scalata al potere, cioè il mondo dell’industria e della finanza. Lo stesso mondo che oggi investe su Mario Monti, il quale offre bel altre garanzie di lealtà e di immagine negli ambienti che contano in Europa e oltre oceano.
Ultimo in ordine cronologico a “prestarsi alla politica” il magistrato palermitano Antonio Ingroia, a ben vedere l’unico del terzetto ad essere realmente un “uomo di fede”, a credere ciecamente nella propria missione salvifica e a essere disposto a portarla avanti a qualsiasi prezzo, a differenza del suo più noto predecessore (e oggi suo sponsor) Antonio Di Pietro che dietro la facciata di uomo tutto d’un pezzo si è, nel corso degli anni, ben adattato e adagiato alle forme della politica politicante. Che avrebbe continuato a praticare se avesse trovato maggiore disponibilità da parte dei suoi vecchi alleati ormai stanchi dei suoi tentativi di resistere al declino politico alzando i toni della polemica oltre ogni limite, tanto da spaccare il suo stesso partito. Se il comico in disarmo Beppe Grillo e l’uomo della finanza Mario Monti rappresentano la continuazione sotto altre vesti del populismo becero della prima orda padana e del tentativo solo in parte riuscito per colpa di un inaffidabile Silvio Berlusconi di cambiare in peggio i rapporti sociali, Ingroia è la vera novità di questa campagna elettorale. Una novità pericolosa perché introduce nella politica un elemento nuovo, la fede. Non in un Dio (che dal quel punto di vista abbiamo già dato a lungo), non in un ideale, ma in una missione. Quella di liberarci dal male dovunque si annidi, costi quel che costi. L’autodefinito “partigiano della Costituzione” non conosce sfumature. Per lui il grigio non esiste. O bianco o nero. O con lui o contro di lui. Che poi è un dettaglio secondario se tra le sue truppe raccogliticce ci sono personaggi che definire ambigui sarebbe un eufemismo e sopravvissuti di mille scissioni che sono stati capaci di dilapidare patrimoni di consensi. Tanto, se le cose dovessero andar male, ad attenderlo c’è sempre il sud America. Proprio come i missionari che l’Inquisizione inviava a redimere le anime dei selvaggi.

creatori di mostri

diario 26/9/2012

 

Già segretaria dell’Ugl, un sindacato che probabilmente non deve neppure prendersi il disturbo di stampare le tessere non avendo alcuno che le reclama, Renata Polverini non esiste. O meglio: non esiste in natura. E’ una delle tante creature partorite dalla fervida immaginazione dei numerosi Frankenstein che popolano le redazioni dei giornali e delle tv. Anzi, soprattutto di queste ultime dal momento che da anni ormai i quotidiani hanno scelto di informare i propri (pochi) lettori su ciò che questi hanno avuto modo di vedere la sera prima direttamente sul piccolo schermo.
Renata Polverini (che forse si deciderà prima o poi a presentare davvero quelle dimissioni dalla presidenza della regione Lazio che sbandiera in ogni talk show e tg) è solo l’ultimo prodotto di laboratorio nato dalla rincorsa al titolo sparato in prima, al personaggio da lanciare (e da bruciare per far spazio a nuove star), alla spettacolarizzazione dell’informazione, anche se riesce sempre più difficile definire quest’ultima giornalismo.
Certo, la signora ci ha messo del suo: spigliata, verace, aggressiva al punto giusto, tosta (con le palle, ha detto qualcuno pensando a torto di farle un complimento), sempre disponibile a partecipare alla corrida dei vari Porta a Porta, Ballarò, Servizio Pubblico e chi se li ricorda aggiunga gli altri, abile nel far passare in secondo piano il fatto che la sua organizzazione sindacale (erede della vecchia Cisnal filo missina, a suo tempo sdoganata da quel Bettino Craxi al quale, immemori, i giovani leoni del Msi tirarono le monetine al Raphael) per pudore ha sempre rifiutato di fornire i dati relativi ai propri iscritti, involontariamente autodenunciando la propria inconsistenza. Proprio come quel Sindacato Padano fino a pochi mesi fa guidato da un’altra pasionaria, Rosi Mauro, anch’ella assurta agli onori della cronaca politica grazie all’attenzione dei media e poi scivolata su una banale storia di quattrini e su una meno banale guerra di potere all’interno della Lega. Che, guarda caso, ha visto perdente e umiliato un altro prodotto del “nuovo modo di fare informazione”, quell’Umberto Bossi del quale persino le pernacchie erano buone per costruirci su un bel titolo a nove colonne o l’apertura di un tg.
Ma la vittima più eccellente dei creatori di mostri è forse un’altra: l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi il quale, pur potendo ancora contare su un numero ragguardevole di “amici” (e mai virgolette furono più necessarie) e di ascari, dopo essere stato l’oggetto quasi esclusivo della quotidiana informazione per molti anni, apparendo nelle sue molteplici vesti di imprenditore, dirigente sportivo, politico, imputato, don giovanni e via parlandone, oggi fatica a conquistare poche righe sui giornali, che ormai tanto non le legge più nessuno, nemmeno Cicchitto. Resiste, anche se il declino è in agguato, Daniela Santanchè, più longeva di Vittorio Sgarbi e Alessandra Mussolini. Ma è questione di poco prima di finire nello stesso angolo buio e polveroso dove a suo tempo furono riposti Pietro Longo, Franco Nicolazzi, Enrico Ferri e le altre meteore passate senza lasciare traccia di sé, come Erminio Boso, l’Obelix leghista e il sanguigno ex sindaco di Taranto Giancarlo Cito. Giusto il tempo indispensabile a dare vita a una nuova creatura, che il Barnum dell’informazione non si ferma mai e persino Beppe Grillo è ormai usurato. Anche questa è la stampa, bellezza.

 

le braghe della sinistra

diario 11/6/2012

 

Non ha dubbi Paolo Ferrero, segretario di quel che rimane di Rifondazione comunista: è arrivato il momento di “tirare su le braghe alla sinistra”. Braghe che si suppone siano invece state calate dal Pd e più ancora da Nichi Vendola pronto a partecipare alle primarie di coalizione del centrosinistra e ad avviare un percorso unitario con il partito di Pierluigi Bersani. Quindi quel che occorre fare adesso è “unire le forze che si oppongono al governo Monti da sinistra”. Detto così potrebbe anche sembrare che Ferrero e con lui i dirigenti della Federazione della sinistra facciano sul serio. Ma c’è un ma. Grande come una casa e anche di più: perché Ferrero il suo appello lo rivolge a un signore che con la sinistra, per sua stessa ammissione, poco ha a che vedere: tal Antonio Di Pietro da Montenero di Bisaccia leader e signore indiscusso dell’Italia dei Valori (anche perché chi prova a discutere viene messo ai margini o alla porta). Il quale negli ultimi mesi ha scoperto la sua vocazione di feroce oppositore del governo Monti e non ha perso occasione per accusare il Pd di inciuci e di altri misfatti.
Basta per farlo diventare “di sinistra”, come dice Ferrero, dimenticando che il suo nuovo compagno di strada è lo stesso che ha strenuamente difeso il prefetto Gianni De Gennaro dopo le turpi vicende del G8 di Genova?  Nell’ansia di trovare alleati per una forza politica che l’incapacità dei dirigenti ha escluso dal Parlamento, Ferrero deve aver riposto in un cassetto polveroso le parole di Tonino a difesa di Di Gennaro vittima della “vendetta della sinistra massimalista” che ne chiedeva la rimozione da capo della polizia, né più né meno quanto sostenevano Berlusconi, Fini e Casini all’epoca ancora alleati e amici. E si è dimenticato delle prese di posizione di Di Pietro a favore del reato di immigrazione clandestina voluto dalla Lega e all’allungamento dei tempi di detenzione in quei CPT che la sinistra ha sempre detto di voler chiudere. Così come – e in questo caso la memoria è davvero fallace – non si è ricordato che il capo dell’Idv, dopo gli scontri romani del 15 dicembre, ha prima detto (e poi smentito, secondo la miglior tradizione della politica di casa nostra) che servirebbe una sorta di nuova legge Reale per reprimere le violenze di piazza.
Se si tratti di vuoti di memoria o di puro calcolo elettorale nella convinzione che un accordo con l’Idv consentirebbe a una esangue Federazione della Sinistra di approdare nuovamente in Parlamento, Ferrero prima di porsi il problema delle alleanze dovrebbe fare uno sforzo assieme ai suoi compagni per comprendere che oggi non basta più opporsi per avere il consenso. Tanto più da quando all’orizzonte politico è apparso Beppe Grillo, sicuramente più abile di quanto non lo sia stata fino ad oggi la sinistra radicale ad intercettare il malcontento dei cittadini elettori, che c’è ed è ampiamente giustificato. Dovrebbe anche, ponendosi qualche domanda, riflettere sull’analisi del voto fatta in questi giorni dall’Istituto Cattaneo, secondo il quale proprio Idv e sinistra radicale sarebbero tra le forze politiche che cedono consensi al Movimento 5 Stelle. L’unione di due debolezze difficilmente fa una forza. Di questo passo, Paolo Ferrero, Oliviero Diliberto, Massimo Rossi e Cesare Salvi rischiano di far la fine dei quattro amici al bar di Gino Paoli. Ci sarà sempre qualcuno che preferisce andare con la donna al mare.

quante divisioni ha Saviano?

diario 3/6/2012

 

Chi ha ragione? Ezio Mauro che definisce una scemenza l’ipotesi di una “lista di Repubblica” alle prossime elezioni o Eugenio Scalfari che sullo stesso quotidiano ha giudicato “molto opportuna” la formazione “d’una lista civica apparentata con il Pd e rappresentativa del principio di legalità”, cioè una lista sponsorizzata dal gruppo editoriale che fa capo a Carlo De Benedetti?
Ad essere sinceri ci sarebbe da augurarsi che abbia ragione il primo, anche se tutto lascia pensare che sarà il secondo a prevalere e che nel marzo del prossimo anno assisteremo al debutto sulla scena politica di un altro pezzo di “società civile”, un articolo di gran moda in tempi di crisi dei partiti, a destra come a sinistra come, manco a dirlo, al centro dove si è in trepidante attesa delle decisioni di Luca Cordero di Montezemolo e della sua Italiafutura.
Intanto, qualcuno si è già esercitato –un po’ per dispetto e un po’ per vedere l’effetto che fa- a ipotizzare il nome del capolista del “partito di Repubblica”. Il primo a fare il nome di Roberto Saviano è stato Fabrizio Rondolino, già collaboratore di Massimo D’Alema da tempo in rotta di collisione con il Pd. Secondo il giornalista questa mossa servirebbe a Bersani per mettere all’angolo i “rinnovatori” di tutte le correnti interne e per garantirsi la candidatura a premier senza dover passare attraverso rischiose primarie . La stessa tesi che il giorno dopo ha sostenuto il Corriere della Sera che dava per acquisito il via libera all’operazione da parte di D’Alema e Veltroni, una volta tanto dalla stessa parte.
Ovviamente non poteva mancare la rettifica del diretto interessato, Roberto Saviano che, pur confermando di volersi impegnare in politica, ha negato di aver intenzione di candidarsi. Ma, come è noto, una smentita è una notizia data due volte. Soprattutto in politica.
In attesa di capire se il giovane scrittore napoletano amante di Ezra Pound e di Celine, deciderà di “scendere in campo” personalmente e di sapere chi saranno gli altri esponenti della società civile disposti a metterci la faccia, il pensiero non può non andare ai bei nomi messi in lista a suo tempo da Walter Veltroni, da Paola Binetti a Massimo Calearo, che si sono rivelati uno degli investimenti meno produttivi in assoluto per il centrosinistra. Ma se la speranza è che Pierluigi Bersani, uomo con i piedi ben piantati a terra, si tenga alla larga dagli special effects veltroniani, la sensazione è che l’operazione abbia il significato di una resa del Pd davanti alla crescente insofferenza dell’elettorato per le tradizionali forme partito e all’emergere di nuovi soggetti sulla scena politica. La “lista Repubblica” sarebbe l’equivalente delle liste civiche dietro le quali pensa di nascondersi il Pdl per non essere definitivamente spazzato via dalla scena. Quello del Pd sarebbe un modo per cercare di convogliare su un alleato “presentabile” i voti in libera uscita di parte del proprio elettorato e di recuperare almeno in parte quanti nel centrosinistra potrebbero essere tentati dalle sirene Di Pietro e Grillo. Ma, a questo punto, la domanda è: quante divisioni possono davvero schierare Saviano e Scalfari, quanti voti raccoglierebbero nella loro sporta? E quale prezzo rischierebbe di pagare il Pd a Carlo De Benedetti in termini di rinuncia alla propria sovranità se l’operazione avesse successo?

elezioni, c'è poco da stare allegri

diario 8/5/2012

 

Come il commissario Rock della brillantina Linetti, capita anche a Giorgio Napolitano di commettere qualche errore. Uomo di grande esperienza politica, al quale va il merito di aver impedito che il legame tra cittadini e istituzioni si logorasse definitivamente in questo ultimo quinquennio, il presidente della Repubblica non può non ricordare che, giusto una ventina di anni fa, un suo predecessore al Colle, Francesco Cossiga cercò di dare una scossa alla politica dell’epoca, in crisi come oggi. Il 5 aprile 1992 si erano svolte le elezioni per il rinnovo delle Camere e la Lega, che fino a pochi giorni prima poteva contare su un solo parlamentare (il Senatur Umberto Bossi) e una base elettorale che non arrivava ai duecentomila voti, era arrivata a sfiorare i quattro milioni di consensi. Un terremoto certo più devastante, per i partiti, di quanto non siano i risultati delle amministrative di ieri che peraltro hanno riguardato solo un quinto dell’elettorato. Cossiga decise di rimettere il mandato con un paio di mesi di anticipo sulla scadenza naturale, sperando che il suo gesto costringesse le forze politiche tradizionali a una seria riflessione sulle ragioni di quanto stava accadendo nel paese.
A Napolitano non avrebbe senso chiedere un gesto simile a quello di Cossiga. Ma certo gli si può suggerire di evitare di cavarsela, di fronte ai risultati delle urne e all’emergere di nuovi soggetti politici e soprattutto davanti alla conferma della disaffezione degli elettori rispetto a certe forme e rituali della politica (per non parlare degli scandali che hanno riguardato indistintamente forze di maggioranza e di opposizione) con una battuta. “Il solo boom che ricordo è quello degli anni Sessanta”, ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano un commento sui risultati delle liste del Movimento 5 Stelle. Un errore, anche perché consente al battutista genovese di replicare a modo suo.
Quanto al voto di ieri, è sinceramente difficile capire il perché dell’esultanza della sinistra. Gli unici elementi positivi sono la disfatta del Pdl e il tracollo soprattutto in Lombardia della Lega. Per il resto sarà anche vero che il Pd ha tenuto, ma ad un prezzo molto alto come è stato quello di doversi presentare in molti casi agli elettori con candidati improbabili imposti da primarie “taroccate” come è avvenuto a Palermo con il giovane Ferrandelli che ha battuto Rita Borsellino grazie all’appoggio di Raffaele Lombardo. O come a Genova dove è stato costretto (come già a Milano un anno fa) a digerire la scelta di un outsider come Marco Doria, un ex comunista senza tessera dalle caratteristiche simili a quelle di Pisapia. Né hanno motivo di gioire quanti interpretano il buon risultato e la probabile elezione di Leoluca Orlando a sindaco di Palermo come una rivincita della politica “buona”. Orlando, candidatosi contro la volontà del suo leader Antonio Di Pietro, tutto può essere definito tranne che “nuovo”: già sindaco democristiano del capoluogo siciliano, ottenne un secondo mandato come candidato della Rete, una invenzione politica del gesuita padre Pintacuda, suo mentore. Si parlò di “primavera palermitana”, anche se probabilmente a non essere d’accordo con questa definizione era Giovanni Falcone che da Orlando venne attaccato con l’accusa di nascondere nei cassetti le carte che accusavano politici siciliani e non (leggi Andreotti) di rapporti con la mafia.
Se qualcuno ha motivo di essere contento sono solo i giovani “grillini”, chiamati ora a confrontarsi con la dura realtà. Dovranno dimostrare di non essere l’ennesimo fuoco di paglia, la calamità dell’insofferenza dei cittadini e contribuire a governare le loro città. Qualcosa di più serio e complesso che non sparare insulti e slogan ad effetto da un palco, come ha fatto fino ad oggi il loro leader.
Da ultimo, tra gli scontenti figurano a buon diritto il presidente del Consiglio Mario Monti e quegli esponenti del governo tecnico che fino a ieri coltivavano ambizioni politiche. Il testo elettorale ha nettamente bocciato queste ultime e ha esposto il governo senza maggioranza propria al rischio di “tirare a campare” schiacciato tra la voglia del Pd di incidere maggiormente sulle scelte dell’esecutivo e la tentazione dei berluscones del Pdl di far pesare ancor più di quanto abbiano fatto finora i propri voti in parlamento. Sapendo che sarà la loro ultima occasione perché nel prossimo saranno minoranza. Anche se, come diceva il Trap, è sempre meglio “non dire gatto se non l’hai nel sacco”.

l'appuntamento

diario 5/5/2012

 

Adesso lo chiama appuntamento. Qualche anno fa, ai tempi della Dc e dei traballanti governi di centrosinistra perennemente in bilico avrebbe chiesto una verifica. Pierferdinando Casini, uno che nella prima Repubblica e nei suoi riti politici ha iniziato la carriera, si deve essere morso la lingua per non pronunciare una parola che era quasi sempre sinonimo di crisi alle porte e, spesso, di elezioni anticipate. Il leader dell’Udc (ma non più di quel Grande centro che è abortito sul nascere e al quale nessuno sembra ormai credere) in queste settimane si gioca molto del proprio futuro politico. Lui che sul governo Monti ha investito tutti i risparmi accumulati in anni di opposizione a Prodi prima e a Berlusconi poi è ben consapevole che questa potrebbe essere l’ultima chance per dare un futuro a una forza politica che non è mai decollata e che rischia nuovamente di essere oscurata dalla rinnovata conflittualità tra Pd e Pdl i quali, sentendo odore di elezioni e temendo di cedere troppi consensi, hanno ripreso a fare la voce grossa pur rinnovando quotidianamente le dichiarazioni di fedeltà a Monti e ai suoi tecnici.
Se Casini è nei guai, però, la colpa (o il merito, secondo i punti di vista) non è dei due maggiori partiti e dei loro timori. La responsabilità prima è proprio dei signori che siedono a palazzo Chigi i quali, chiamati a svolgere il lavoro sporco da una classe dirigente incapace di assumere responsabilità, hanno peccato di presunzione e si sono convinti di poter approfittare della debolezza della politica per far digerire al paese misure “greche”. Senza però avere il coraggio di andare fino in fondo e di incidere su settori quali la finanza, la ricchezza improduttiva, la lobby dei petrolieri ma anche quella dei tassisti che, in fondo, rappresentano il loro mondo di riferimento. I professori si sono mossi con la delicatezza di un panzer rifiutando di fatto il confronto con le parti sociali e con le stesse forze politiche che li sostengono in Parlamento convinti di essere “unti della Bce”, come se bastasse questo a tenere assieme i cocci di una nazione non nazione come l’Italia ormai contaminata da un berlusconesimo che si è diffuso come un virus ovunque, anche là dove sembrerebbe impossibile. Basta guardare la gestione “padronale” e personalistica di alcuni partiti di opposizione, dall’Idv di Antonio Di Pietro a Sel di Nichi Vendola fino al Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo per rendersi conto di quanti danni abbia fatto il “modello” imposto alla politica e alla società dal ventennio che ci separa dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi.
Pierferdinando Casini viene da una scuola politica seria, da un partito che ha gestito a lungo il potere in virtù delle sue molte anime che rappresentavano, nel bene e nel male, le anime del paese. Se vuole far fruttare il suo investimento più che a Bersani e a Berlusconi dovrebbe chiedere un appuntamento a Mario Monti. E’ a lui che dovrebbe spiegare come il consenso sociale sia fondamentale per governare un paese, tanto più in un momento di crisi come quello attuale. E, magari, dirgli che convocare i sindacati su un tema delicato come quello dei lavoratori esodati per metterli di fronte al fatto compiuto di un decreto del ministro del Lavoro, la signora Elsa Fornero, che affronta solo una minima parte del problema non è il modo migliore di governare.

Beppe Grillo, niente di nuovo sotto il sole

diario 15/4/2012

 

“Abbasso tutti, siamo stufi di tutti, non ci rompete più le scatole!”. Con questo programma politico, nel 1946 Guglielmo Giannini riuscì a far eleggere, nel 1946, la bellezza di 30 deputati all’Assemblea Costituente, ottenendo il 5,3 per cento dei voti. Più o meno la percentuale che i sondaggi attribuiscono al movimento di Beppe Grillo. Il cui programma elettorale, pur se adeguato e involgarito dai tempi e dai mutamenti di costume, poco differisce da quello del fondatore del Fronte dell’Uomo qualunque. Anche lui proveniente dal mondo dello spettacolo, Giannini nell’immediato dopoguerra visse un momento di gloria in un paese fiaccato dalla guerra che assisteva al ritorno sulla scena politica dei partiti tradizionali ritenuti, anche a ragione, responsabili di aver consentito con le loro divisioni e la loro inerzia l’avvento del fascismo.
Gloria effimera, che durò pochi anni e che vide il giornalista-drammaturgo-regista napoletano oscillare da una parte all’altra nel disperato tentativo di sopravvivere politicamente. Dapprima tentando di allearsi con la Dc di De Gasperi, poi offrendosi al neonato Movimento sociale e infine cercando un accordo anche con il tanto detestato Pci di Palmiro Togliatti, definito solo poco tempo avanti un “verme, farabutto e falsario”. Un linguaggio, per inciso, molto simile a quello della Lega dei primi anni Novanta (basti pensare agli insulti nei confronti del futuro grande alleato Berlusconi dopo la rottura del 1994) e, di recente, a quello usato nei suoi comizi da Beppe Grillo, nuovo tribuno della plebe.
Che le prossime elezioni politiche potrebbero premiare con un risultato che sarebbe frutto solo della incapacità dei partiti di recuperare quella credibilità che hanno perso negli ultimi anni anche per merito di una lunga stagione che ha visto il trionfo del berlusconismo e la nascita, in molte delle forze politiche tradizionali, di metodi e prassi che nulla hanno a che invidiare a quel “modello” se così si può definire.
Raccontano le cronache di un Pierluigi Bersani preoccupato per la simpatia che il movimento del comico genovese raccoglierebbe tra la gente. E ci dicono di un segretario Pd con la mente a Grillo quando ha parlato a Tgcom24 di “apprendisti stregoni che sollevano un vento cattivo”. Così come palese è la preoccupazione espressa da Nichi Vendola secondo il quale si tratta di “un fenomeno inquietante”. Bersani e Vendola fanno bene a denunciare il populismo di un signore che avendo nulla da dire blatera su tutto senza tema di contraddirsi facendo dell’insulto, della facile battuta da avanspettacolo la propria bandiera. Ma, senza cadere nel moralismo, farebbero bene anche ad ascoltare la pancia dei rispettivi partiti e le voci di quanti li hanno votati dando loro fiducia. Che hanno il diritto di sapere se la prossima volta saranno nuovamente chiamati a portare in Parlamento persone che non li rappresentano come i Calearo o le Binetti, se dovranno votare per indagati come Lusi, Tedesco o Penati. I quali sono, fino a condanna, innocenti per la giustizia ma di sicuro poco hanno a che vedere con quel popolo della sinistra che ancora, e non è un caso, rimpiange la moralità di Enrico Berlinguer.
Quanto a Grillo che oggi nel suo blog scrive che “i partiti stanno svanendo nell’aria come i sogni del mattino”, forse dovrebbe sapere che una democrazia senza partiti si chiama in modo diverso, è null’altro che una dittatura.

la madre dei furbetti...

diario 10/5/2011

 

Dicono che ci vuole pazienza, che così vanno le cose della politica. Sarà anche vero, ma a me sembra che se la madre dei furbetti si desse meno da fare ci guadagneremmo tutti. Forse anche i furbetti.
Di chi sto parlando? Di qualche esponente del Pd che, a cinque giorni da un voto amministrativo importante se ne esce bello bello a dire che se votasse a Milano o a Bologna voterebbe per i candidati del Movimento 5 Stelle, ovvero per le liste di Beppe Grillo, quel gentiluomo secondo il quale Vendola non merita di essere votato perché gay, i calabresi praticano solo il voto di scambio e via cazzeggiando. Dalla lista nera si salvano in due: Morcone a Napoli (una persona perbene, pur se sessantenne) e Piero Fassino a Torino (che altrimenti rischia di perdere). Non c’è che dire, una gran bella uscita, con i tempi giusti.
Giusti ‘na minchia! potrebbe obiettare qualcuno, poco esperto di politica e di furbetti. E sbaglierebbe. Perché il furbetto non è da sottovalutare, Sa scegliere il momento giusto, capisce quando una sua dichiarazione può conquistarsi due righe su un giornale (o sul Giornale). Che è il suo unico obiettivo: apparire, uscire dall’ombra, farsi notare con la segreta speranza che qualcuno lo citi, faccia il suo nome, lo inviti a una bella comparsata in televisione.
Ma, dice, se uno milita in un partito perché fare propaganda per altri? E qui sta il trucco. Se parlo bene dei miei chi se ne accorge? Se ne dico male, invece, c’è anche la possibilità che qualcuno si incazzi e chieda la mia espulsione. Magari! Diventerei una vittima e la strada del successo sarebbe spianata.
In fondo, il furbetto appartiene a una vecchia scuola. Ricordo che nel 1968, quando le espulsioni dal Pci arrivavano a raffica per gli iscritti colpevoli di simpatie per il Movimento Studentesco, un giovane dirigente le provò tutte per farsi cacciare. Pensava che avendo anche lui appuntata al petto la medaglia di vittima della repressione revisionista, un bel posticino da leader del Movimento gli sarebbe spettato di diritto. Ma niente, non riusciva ad ottenere soddisfazione. Era incazzato nero e ogni volta che ne aveva occasione alzava il tiro. Ci mise tre anni a farsi espellere. Ma ormai era tardi, il treno era passato, il Movimento in pratica non esisteva più, c’erano i gruppi, ciascuno con i propri capi e capetti. Vettura completa, amico mio.
Per sua sfortuna, probabilmente anche il nostro furbetto non sarà cacciato. Non ne vale la pena. Così come non vale la pena nominarlo. Sarebbe fare il suo gioco. Questa volta non mi frega.