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loscarafaggio

Le Br sono morte, il terrorismo no

diario 17/5/2012

 

La buona notizia è che le Brigate Rosse sono defunte. Il certificato di morte lo hanno stilato i cosiddetti brigatisti di ultima generazione sotto processo a Milano quando dalle sbarre hanno inneggiato all’attentato di Genova contro il dirigente dell’Ansaldo nucleare Roberto Adinolfi. Le Br, quelle vere, mai avrebbero avallato un’azione compiuta da anarchici. Neppure quell’ala movimentista guidata da Giovanni Senzani che pure non disdegnava rapporti con la malavita organizzata. Per le Br la “purezza rivoluzionaria”, la fedeltà ideologica rappresentavano tratti distintivi e irrinunciabili dell’organizzazione. Il proclama dei detenuti milanesi è il segno di una grande debolezza che li costringe a cercare di mettere il cappello su sedie altrui. Il che significa, però, consapevolezza della propria fragilità, sia ideologica che organizzativa.
E poi c’è la cattiva notizia, la prima azione armata della Federazione Anarchica Informale che, al contrario delle Br, non è una organizzazione ma solo una sigla. Una sorta di marchio in franchising che chiunque può utilizzare, a Genova o in Calabria. La Fai ha sicuramente un ideologo, quell’Alfredo Bonanno allontanato a suo tempo dalla Federazione anarchica italiana che nel 2009 è stato arrestato in Grecia per una rapina ed è stato condannato a quattro anni poi ridotti a due e rilasciato nel novembre 2010 essendo ultrasettantenne. Quello che non ha è una struttura paragonabile a quelle delle formazioni terroristiche italiane ed europee degli anni Settanta/Ottanta. Un aspetto che da un lato la rende più permeabile, dall’altro più pericolosa dato che di fatto autorizza chiunque ad agire utilizzandone la sigla.
Nei giorni scorsi, dopo l’arrivo ad un quotidiano calabrese di un volantino nel quale erano contenute minacce nei confronti di Equitalia qualcuno, anche tra gli inquirenti, lo ha definito poco attendibile poiché sarebbe in contrasto con la “linea” indicata nella rivendicazione dell’attentato contro Adinolfi dove si legge che, al contrario, Equitalia non è tra gli obiettivi da colpire. Se è vero quanto detto sopra, i due testi sono entrambi “veri”, nel senso che sono stati redatti da persone diverse, che vivono in realtà differenti e che seguono logiche non coincidenti. E che hanno come unico punto di contatto il comune riferimento alla matrice anarco-insurrezionalista della quale si sentono in diritto di utilizzare logo e nome. Se i genovesi non sono alla “ricerca di un facile consenso”, i calabresi la pensano in maniera differente. Tutti qui. Per tornare al raffronto con le organizzazioni terroristiche tradizionali, quelle che abbiamo imparato a conoscere molti anni fa, le Br si sarebbero affrettate a smentire la legittimità del secondo volantino. Ciò che non possono fare quelli che hanno sparato nel capoluogo ligure perché non sono loro i titolari della ditta. C’è poi da ricordare che in passato, a militanti della Federazione anarchica informale sono stati attribuiti attentati contro sedi di Equitalia oltre che azioni per così dire “ambientaliste” (come attentati ai tralicci dell’Enel) più in linea con l’attentato di Genova.
Infine, anche se non si dovrebbe, una piccola notazione personale. Alfredo Bonanno dice di ispirarsi alla figura di José Luis Facerias, un anarchico catalano ucciso dalla polizia spagnola nel 1957 mentre progettava un attentato contro il dittatore Francisco Franco. Ho conosciuto Facerias, Alberto, da bambino, quando mio padre militava nella Federazione anarchica ligure e il Face viveva a Genova. Conosco la sua storia e il suo pensiero. E non credo che sarebbe felice di essere accostato all’autore de “La gioia armata” né a quanti pensano che anarchia significhi caos. Quel “facciamo un po’ come cazzo ci pare” che sembra una parodia di Forza Italia
 

l'Amapola di Alberto

diario 23/2/2011

I giornalisti non inventano le storie, le raccontano. E' quello che ho fatto in tanti anni di mestiere e che ho provato a fare in un paio di libri. A uno dei due, l'Amapola di Alberto, sono particolarmente legato: per ragioni private e perchè penso che troppo in fretta a volte ci si dimentica di fatti accaduti nemmeno tantissimo tempo fa, sui quali chissà perchè viene steso un velo.

E' per questo motivo che da oggi pubblico anche qui il racconto integrale (edito da Memori nel 2009). Un capitolo al giorno, per non esagerare. Per chi ha la pazienza e la voglia di seguirmi buona lettura.

 

Introduzione

C’era una volta. Se fosse una favola, si potrebbe cominciare così. Ma non è una favola. E’ una storia vera. I protagonisti, gli avvenimenti, le date e i luoghi sono tutti veri. Anche se la storia che qui viene raccontata sembra ormai così lontana da poter quasi giustificare il “c’era una volta”. Eppure è trascorso appena poco più di mezzo secolo, il tempo di due generazioni. Perché allora questa sensazione di lontananza? Forse le ragioni sono molteplici. Forse gli uomini di cui si parla in queste pagine erano già sconfitti in partenza. O, forse, rappresentavano la cattiva coscienza di una Europa distratta, che si era affrettata a fingere di non sapere quanto continuava ad accadere nella Spagna di Francisco Franco. In entrambi i casi, “dovevano” essere dimenticati.

 

Con la fine della Seconda Guerra Mondiale e la sconfitta del nazifascismo, una ventata di speranza aveva scosso la Spagna. Gli antifranchisti –che lentamente stavano tornando alle proprie case, dopo anni trascorsi in prigione o nei campi di lavoro- pensavano che il momento fosse vicino, che l’ora della libertà stesse per suonare anche per la loro terra. Molti degli uomini che in tutta Europa erano stati chiamati a ricoprire incarichi di governo (ma anche intellettuali, scrittori, giornalisti famosi) avevano combattuto accanto a loro nelle trincee durante la Guerra civile. Non potevano essersi dimenticati così presto dei vecchi compagni d’arme. Ma l’ottimismo durò poco. Non ci volle molto perché gli antifascisti spagnoli si rendessero conto che le nuove democrazie europee non avevano intenzione di muovere un dito contro Francisco Franco e il suo regime.
Non restava allora che riprendere la lotta con gli strumenti possibili, organizzando una rete clandestina in vista di un futuro migliore. In gran parte della Spagna fu il Partito comunista che fornì i quadri e i militanti di questa rete. Come durante la guerra civile, i comunisti erano i più organizzati e potevano contare sugli aiuti (scarsi, per la verità) dei partiti fratelli di tutta Europa. E soprattutto dell’Unione Sovietica.
Anche in Catalogna la resistenza al franchismo cominciò ad organizzarsi. Ma qui, nella patria dell’anarchismo spagnolo, la matrice non era comunista. Qui erano i libertari a rappresentare la forza principale della resistenza.
Quella che segue è una storia vera, si è già detto. Incompleta certo, deformata dal tempo forse. Ma vera. Anche se gli appassionati di dettagli troveranno qualcosa da ridire. Ma sono dettagli, appunto. Questo non è un libro di storia, che poi chi li legge più i libri di storia? E’ solo un racconto, per quanto vero, in cui si narra della vita e della morte di uomini che si chiamavano Sabater e Facerias. Banditi anarchici, bandoleros, rapinatori e assassini, diventati tali “per forza”. Non fanatici, ma persone sconfitte che però rifiutavano di arrendersi davanti alla privazione della libertà di un popolo. E che, con le proprie azioni, cercavano di risvegliare nel mondo e in Europa, l’Europa finalmente libera dalla follia nazi-fascista, quella coscienza che sembrava assopita.
La loro era una “guerra di testimonianza”, portata avanti senza l’illusione di vincere, ma nella consapevolezza di doverla combattere, perché il mondo non dimenticasse mai la Spagna, le sue carceri, i suoi “schiavi del lavoro", i suoi morti in una guerra civile che aveva rappresentato la prova generale del sogno nazista di dominazione del continente.
Sarebbe ingiusto, oltre che sbagliato, giudicare questi uomini usando il metro di valutazione di oggi. Anche se una differenza profonda con i loro epigoni, o sedicenti tali, va segnalata: i “banditi anarchici” catalani combattevano la loro battaglia contro un regime dittatoriale feroce, qualcosa di ben diverso rispetto ai presunti regimi di cui troppo spesso si favoleggia oggi, con scarso rispetto del significato delle parole e delle conseguenze che queste possono provocare.   (continua)
 

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permalink | inviato da danrep il 23/2/2011 alle 12:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa