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loscarafaggio

l'erba del vicino è sempre più rossa

diario 8/7/2015


Che Beppe Grillo e Matteo Salvini cerchino di usare Tsipras è comprensibile. Così come si comprende che che non gliene freghi assolutamente alcunché che il diretto interessato abbia prontamente preso le distanze dai due. Che, invece, lo facciano alcuni personaggi che si dichiarano di sinistra lo è molto meno. Eppure nei giorni scorsi ad Atene, a sostenere la campagna per il no al referendum indetto dal leader greco c'era persino Niki Vendola. E, assieme a lui, molti dei capi e capetti dei tanti partitini che ostentano nel simbolo la falce e il martello e la definizione di comunista. I quali hanno finto di non accorgersi che a schierarsi per il no, oltre a Syriza, sono stati i neonazisti di Alba Dorata. Strana dimenticanza da parte di chi in Italia ha criticato aspramente Matteo Renzi per il Patto del Nazareno siglato con Silvio Berlusconi. Che avrà tanti difetti ma è sempre meglio di gente che si richiama al Terzo Reich.

Ma, d'altra parte, quella di accodarsi alla scia di personaggi ritenuti vincenti è una vecchia tradizione di una parte della sinistra nostrana che, in assenza di idee proprie si ritrova a cercare di cavalcare quelle altrui. Nel 1974, all'epoca della Rivoluzione dei Garofani che portò alla deposizione di Caetano in Portogallo, mettendo fine alla dittatura instaurata da Salazar, molti "rivoluzionari" di casa nostra si precipitarono a Lisbona per spiegare al colonnello Otelo Saraiva de Carvalho, leader della nuova giunta militare, come governare il paese. Furono cortesemente invitati a risalire sulle loro due cavalli e a tornarsene là da dove erano venuti. Ma non bastò a smorzarne gli entusiasmi: cinque anni dopo si rimisero in viaggio per andare a imparare la rivoluzione a Teheran, dove l'ayatollah Khomeini aveva appena instaurato una repubblica islamica. Ancora una volta vennero rispediti a casa.

Ma l'entusiasmo è duro a morire. Soprattutto se grazie ai social network ci si può esporre tranquillamente senza dover affrontare lunghi viaggi e brutte figure. Così, nel 2004 trovarono una ragione di essere in Zapatero, leader socialista spagnolo che veniva contrapposto come esempio di vero uomo di sinistra ai leader dell'Ulivo. Con il passare del tempo, però, anche Zapatero passò di moda e nel 2011 ad appassionare la sinistra italiana alla perenne ricerca di una causa da sposare arrivò il Movimiento 15-M, cioè gli Indignados spagnoli. Che, mentre i nostri affilavano le armi su Twitter e Facebook, scendevano in piazza contro il governo a guida socialista colpevole di non aver saputo risolvere i problemi del paese. L'anno dopo, il 2012, è stato l'anno della stella di Hollande, anch'egli socialista, eletto presidente della Repubblica francese con un programma di sinistra ben presto passato nel dimenticatoio e sostituito con uno più realistico. Tra il 2012 e i primi mesi del 2015 ad infiammare nuovamente gli animi dei sinistri nostrani, ecco Podemos (filiazione degli Indignados) e soprattutto Syriza di Alexis Tsipras. Il cui nome è stato anche utilizzato per una variegata lista elettorale che alle elezioni europee ha superato a fatica la soglia di sbarramento del 4 per cento e che pochi mesi dopo ha conosciuto defezioni e polemiche.

Personalmente non sono un fan di Matteo Renzi e del Pd. Ma non credo che una sinistra litigiosa, velleitaria e legata a vecchi schemi, che non è in grado di esprimere un progetto proprio limitandosi a rincorrere successi altrui e tutto ciò che si agita nel mondo, giusto o sbagliato che sia, possa avere l'ambizione di porsi come forza alternativa all'attuale coalizione di governo e al suo leader. Se questa è la capacità propositiva di ciò che resta della sinistra italiana mi tengo "er puzzone". Casomai posso sempre incazzarmi. Magari su Facebook, che si fa meno fatica. 

 

Grillo, le puttane e l'informazione

diario 27/6/2014


di Marta Repetto

'Puttana trovati un lavoro vero'. Correva l'anno 2009, era dicembre, e la dirigenza di RedTv annunciava la chiusura della rete a causa dei tagli del governo Berlusconi ai contributi pubblici per l'editoria, non rinnovando i contratti a chi, come me, non era assunto. Gli altri avrebbero perso il lavoro pochi mesi dopo, in totale più di 20 persone a casa tra giornalisti e tecnici. Correva l'anno 200
9, dicevo, e sul blog di Grillo si festeggiava la chiusura di un canale di 'ladri di soldi dei cittadini'. Poco importava si trattasse di servizio pubblico, poco importava che venti e più persone perdessero il lavoro rimanendo in mezzo a una strada: l'importante era festeggiare, grazie a Silvio Berlusconi, la chiusura di una rete di 'pennivendoli parassiti dello Stato'. Io mi ricordo i commenti, tutti. Mi ricordo di persone che come sciacalli si buttavano sul cadavere ancora caldo dei lavoratori. Mi ricordo, soprattutto, le mail agli indirizzi di Red, quel 'puttana trovati un lavoro vero' che arrivò in posta dieci minuti scarsi dopo la pubblicazione della notizia sul blog di san beppe. Mi ricordo il disgusto di leggere gente che ci accusava di rubare stipendi da sogno per vendere il culo al padrone. Mi faceva schifo la totale assenza di comprensione, si parlava anche di me che ero parte in causa e stavo male: di me, che per un anno e mezzo, lavorando per circa 12 ore al giorno e con mansioni che nemmeno erano sul contratto, avevo percepito 600 (leggi SEICENTO) euro al mese. Prima ancora, per sei mesi, ne avevo presi ben 450. Roba da leccarsi i baffi. 
Oggi, sul sacro blog, appare l'ennesimo post contro un giornalista, stavolta a quanto ne so precario e in scadenza di contratto, mentre attivisti del Movimento entravano al Secolo XIX a minacciare i colleghi della redazione con un cordiale 'voi sarete i prossimi'. E mi viene un rigurgito nel leggere gli stessi commenti, la stessa violenza di 5 anni fa, con in più la spocchia di chi si sente forte perché è ormai dentro le istituzioni. E mi sale una malinconia bestiale a leggere il disprezzo verso le opinioni altrui - ché la vera verità te la dice solo beppe e il resto è una bugia. E mi piange il cuore a leggere commenti di gente che conosco, che con noi ci ha lavorato a lungo, che continua a lavorare per aziende dello Stato ma che ha una facilità imbarazzante nell'accusare di 'furto' chiunque non la pensi come il santo. Che a quanto pare è più pura di noi, ché i soldi in busta paga ogni mese che prende dallo Stato, nel suo caso, sono soldi che lo Stato gli deve e non puzzano di ladrocinio. E sono stanca, stanchissima. Ma almeno ho la certezza di non essermi sbagliata, di non aver sbagliato giudizio 5 anni fa: siete dei fascisti, vigliacchi e codardi. E questo sarete sempre.

Matteo Renzi e i piccoli fan

diario 5/2/2014

Nostalgico, vecchio, rincoglionito. Persino comunista. Se solo ti permetti di esprimere il benché minimo dubbio su Matteo Renzi ormai sei out, fuori moda, all’indice. A sinistra come a destra, che anche il cittadino Berlusconi ha vietato ai suoi dipendenti di criticarlo. E allora cerco di chiarire una volta per tutte, almeno per quanto mi riguarda. Nostalgico non lo sono per niente, non mi mancano i bei tempi andati, che per l’appunto sono andati. Anche se non li rinnego e anzi li rivendico come parte della mia storia personale. Vecchio si, gli anni si cominciano a sentire. Ma non mi sembra una colpa (se non per l’ente che paga la mia pensione). E d’altra parte, poichè molti giustificano la propria passata militanza nel Pci definendola un errore di gioventù, mi sembra lecito escludere che l’esser giovani sia un pregio in sé, visto che a volte porta a far cazzate. Né posso dimenticare che lo smantellamento della sinistra ha avuto inizio anche grazie all’opera di due giovani: quando ci fu il congresso della Bolognina che sancì il passaggio alla guida del partito (o almeno di quel che ne rimaneva) ai “giovani”, Massimo D’Alema aveva poco più di quarant’anni e Valter Veltroni viaggiava attorno ai 36. Il che mi induce a diffidare dalle valutazioni basate sull’anagrafe. Quanto a rincoglionito, se mi guardo attorno direi che sono nella media. Resta comunista, una parola che in tutta sincerità ancora non riesco a considerare un insulto, ma che non mi appartiene più da tempo, da quando si è esaurita la mia personale “spinta propulsiva” e mi sono scoperto una vena socialdemocratica (intesa in senso europeo, non tanassiano). Mi sembra, invece, che altri, pur negandolo con forza, conservino intatto il proprio comunismo giovanile. Lo vedo in una sorta di nostalgia per il tanto esecrato centralismo che attribuiva tutto il potere e tutta la ragione al vertice, al leader che si ama e non si discute; nella voglia di tacitare il dissenso con anatemi e inviti ad andare altrove, per non disturbare il manovratore; nel riconoscersi acriticamente nell’uomo solo al comando, rifiutando il confronto e ridicolizzando (o cercando di farlo) il dissenso, rifiutando a priori, quasi per fede, qualsiasi obiezione. Che tanto si sa, vengono sempre da nostalgici vecchi e ormai un po’rincoglioniti. Personalmente non so se Renzi sarà davvero la carta vincente per il centrosinistra italiano. Ma di una cosa sono certo: che il tifo, l’adesione fideistica, il “comunismo” di tanti suoi sostenitori non gli giovano. 

salvatori della patria

diario 18/1/2013

 

Nutro da sempre una profonda diffidenza nei confronti di coloro che si sentono investiti da una missione, dei portatori di verità. Mi ricordano quei bravi uomini in abito talare inviati secoli fa a convertire alla vera religione gli indios sud americani. Talmente compresi nel loro sacro dovere da infliggere a quei poveracci senza dio anche le peggiori torture pur di salvare loro l’anima.
Uno zelo che in questi ultimi tempi ritrovo nello slancio impetuoso con il quale molti esponenti della “società civile” (che per me resta un oggetto indefinito, un non senso) hanno abbracciato la politica. In un paese che ha già visto e scontato sulla propria pelle salvatori della Patria del calibro di Silvio Berlusconi o, più modestamente, di Antonio Di Pietro, si sono di recente proposti come nuovi redentori un comico, un tecnico e un giudice. Tutti e tre decisi a salvare dalla perdizione una Nazione altrimenti destinata a un rapido e definitivo declino. Beppe Grillo, il primo del trio in ordine di apparizione, non propone nulla se non se stesso e le sue battutacce ormai scontate. Il suo programma si sintetizza in poche parole: tutti fuori dalle palle che ci adesso ve la do io l’Italia. Magari strizzando l’occhio ai fascisti di Casa Pound e cacciando fuori dai confini gli immigrati. Come e peggio di un leghista della prima ora, alla Borghezio tanto per capirci. Il secondo, arrivato a palazzo Chigi un anno fa dopo aver rappresentato l’Italia in Europa su delega di Silvio Berlusconi (e della finanza internazionale) ci ha spiegato in questi giorni che ritiene suo preciso dovere salvare l’Italia dallo sfascio. E per questo è ben deciso a continuare da politico l’opera cominciata con la casacca di tecnico. Non ci ha detto (anche se si è lasciato scappare di aver votato Forza Italia nel 1994) che la sua decisione, a molti incomprensibile, è figlia di quel voto di quasi venti anni fa ed è maturata negli stessi ambienti che a suo tempo sostennero l’avventura vincente dell’uomo di Arcore nella ingenua convinzione di poterlo controllare, di farne uno strumento dei propri interessi, sottovalutandone le capacità, il fiuto e le ambizioni. Oltre che quella vena di onnipotente follia che, con il passare degli anni, ha portato Berlusconi ad essere ingombrante e impresentabile, dannoso anche per chi lo aveva aiutato nella scalata al potere, cioè il mondo dell’industria e della finanza. Lo stesso mondo che oggi investe su Mario Monti, il quale offre bel altre garanzie di lealtà e di immagine negli ambienti che contano in Europa e oltre oceano.
Ultimo in ordine cronologico a “prestarsi alla politica” il magistrato palermitano Antonio Ingroia, a ben vedere l’unico del terzetto ad essere realmente un “uomo di fede”, a credere ciecamente nella propria missione salvifica e a essere disposto a portarla avanti a qualsiasi prezzo, a differenza del suo più noto predecessore (e oggi suo sponsor) Antonio Di Pietro che dietro la facciata di uomo tutto d’un pezzo si è, nel corso degli anni, ben adattato e adagiato alle forme della politica politicante. Che avrebbe continuato a praticare se avesse trovato maggiore disponibilità da parte dei suoi vecchi alleati ormai stanchi dei suoi tentativi di resistere al declino politico alzando i toni della polemica oltre ogni limite, tanto da spaccare il suo stesso partito. Se il comico in disarmo Beppe Grillo e l’uomo della finanza Mario Monti rappresentano la continuazione sotto altre vesti del populismo becero della prima orda padana e del tentativo solo in parte riuscito per colpa di un inaffidabile Silvio Berlusconi di cambiare in peggio i rapporti sociali, Ingroia è la vera novità di questa campagna elettorale. Una novità pericolosa perché introduce nella politica un elemento nuovo, la fede. Non in un Dio (che dal quel punto di vista abbiamo già dato a lungo), non in un ideale, ma in una missione. Quella di liberarci dal male dovunque si annidi, costi quel che costi. L’autodefinito “partigiano della Costituzione” non conosce sfumature. Per lui il grigio non esiste. O bianco o nero. O con lui o contro di lui. Che poi è un dettaglio secondario se tra le sue truppe raccogliticce ci sono personaggi che definire ambigui sarebbe un eufemismo e sopravvissuti di mille scissioni che sono stati capaci di dilapidare patrimoni di consensi. Tanto, se le cose dovessero andar male, ad attenderlo c’è sempre il sud America. Proprio come i missionari che l’Inquisizione inviava a redimere le anime dei selvaggi.

creatori di mostri

diario 26/9/2012

 

Già segretaria dell’Ugl, un sindacato che probabilmente non deve neppure prendersi il disturbo di stampare le tessere non avendo alcuno che le reclama, Renata Polverini non esiste. O meglio: non esiste in natura. E’ una delle tante creature partorite dalla fervida immaginazione dei numerosi Frankenstein che popolano le redazioni dei giornali e delle tv. Anzi, soprattutto di queste ultime dal momento che da anni ormai i quotidiani hanno scelto di informare i propri (pochi) lettori su ciò che questi hanno avuto modo di vedere la sera prima direttamente sul piccolo schermo.
Renata Polverini (che forse si deciderà prima o poi a presentare davvero quelle dimissioni dalla presidenza della regione Lazio che sbandiera in ogni talk show e tg) è solo l’ultimo prodotto di laboratorio nato dalla rincorsa al titolo sparato in prima, al personaggio da lanciare (e da bruciare per far spazio a nuove star), alla spettacolarizzazione dell’informazione, anche se riesce sempre più difficile definire quest’ultima giornalismo.
Certo, la signora ci ha messo del suo: spigliata, verace, aggressiva al punto giusto, tosta (con le palle, ha detto qualcuno pensando a torto di farle un complimento), sempre disponibile a partecipare alla corrida dei vari Porta a Porta, Ballarò, Servizio Pubblico e chi se li ricorda aggiunga gli altri, abile nel far passare in secondo piano il fatto che la sua organizzazione sindacale (erede della vecchia Cisnal filo missina, a suo tempo sdoganata da quel Bettino Craxi al quale, immemori, i giovani leoni del Msi tirarono le monetine al Raphael) per pudore ha sempre rifiutato di fornire i dati relativi ai propri iscritti, involontariamente autodenunciando la propria inconsistenza. Proprio come quel Sindacato Padano fino a pochi mesi fa guidato da un’altra pasionaria, Rosi Mauro, anch’ella assurta agli onori della cronaca politica grazie all’attenzione dei media e poi scivolata su una banale storia di quattrini e su una meno banale guerra di potere all’interno della Lega. Che, guarda caso, ha visto perdente e umiliato un altro prodotto del “nuovo modo di fare informazione”, quell’Umberto Bossi del quale persino le pernacchie erano buone per costruirci su un bel titolo a nove colonne o l’apertura di un tg.
Ma la vittima più eccellente dei creatori di mostri è forse un’altra: l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi il quale, pur potendo ancora contare su un numero ragguardevole di “amici” (e mai virgolette furono più necessarie) e di ascari, dopo essere stato l’oggetto quasi esclusivo della quotidiana informazione per molti anni, apparendo nelle sue molteplici vesti di imprenditore, dirigente sportivo, politico, imputato, don giovanni e via parlandone, oggi fatica a conquistare poche righe sui giornali, che ormai tanto non le legge più nessuno, nemmeno Cicchitto. Resiste, anche se il declino è in agguato, Daniela Santanchè, più longeva di Vittorio Sgarbi e Alessandra Mussolini. Ma è questione di poco prima di finire nello stesso angolo buio e polveroso dove a suo tempo furono riposti Pietro Longo, Franco Nicolazzi, Enrico Ferri e le altre meteore passate senza lasciare traccia di sé, come Erminio Boso, l’Obelix leghista e il sanguigno ex sindaco di Taranto Giancarlo Cito. Giusto il tempo indispensabile a dare vita a una nuova creatura, che il Barnum dell’informazione non si ferma mai e persino Beppe Grillo è ormai usurato. Anche questa è la stampa, bellezza.

 

premiata ditta Ciolini & partners. And me

diario 6/9/2012

 

A molti, forse, il nome di Elio Ciolini non dice molto. Sessantasei anni, ex vigile urbano a Firenze,
il signor Ciolini è finito nella galere rumene da un paio di giorni per essersi presentato all’aeroporto di Bucarest con documenti falsi. L’uomo era ricercato in Italia e proveniva dalla Svizzera, paese che conosce molto bene avendo avuto in anni lontani l’onore di dividere la cella del carcere di Champ Dollon con il gran maestro della P2 Licio Gelli. Presentato sui giornali elvetici come mafioso, legato ai servizi segreti israeliani e statunitensi, Elio Ciolini è sostanzialmente un truffatore, abituato a vivere di espedienti e di imbrogli, ma con indubbi legami con ambienti che contano. O, almeno, contavano.
Il suo nome, come si usa dire, salì agli onori delle cronache nel lontano 1982 quando fu protagonista di un tentativo di depistaggio delle indagini sulla strage alla stazione di Bologna. Una vicenda che in qualche modo mi sfiorò e che non ho mai raccontato se non a qualche magistrato.
All’epoca ero caposervizio interni dell’Adnkronos e tra i miei collaboratori c’era Andrea, un giovane “pistarolo” che aveva buoni contatti con i magistrati bolognesi che indagavano sull’attentato. Soprattutto con il giudice Aldo Gentile, che in seguito, a causa di una lunga serie di errori, venne privato dell’inchiesta e trasferito dal Csm alla Corte d’Appello del capoluogo emiliano. Un giorno dell’estate 1982 Andrea (che, per inciso, oggi è un giornalista piuttosto noto) mi chiama e mi annuncia un pezzo bomba, con rivelazioni esclusive sulla strage. La fonte, mi dice, è sicura. E’ quella la prima volta che leggo il nome di Ciolini. Nell’articolo si raccontano le sue rivelazioni ai magistrati bolognesi, si parla della “loggia di Montecarlo” come di una specie di super P2 della quale fa parte il gotha dell’economia mondiale e che sarebbe la mente che ha ordinato di far saltare in aria la stazione il 2 agosto 1980. Il pezzo è dettagliato, ma qualcosa non mi convince. Decido fare qualche verifica per conto mio e lo tengo nel cassetto per qualche giorno. Fino a quando, una mattina, mi arriva una strana telefonata. E’ un avvocato fiorentino noto per essere legato a doppio filo con Licio Gelli. “Lei ha tra le mani uno scoop”, mi dice con tono cordiale. “Cosa aspetta a pubblicarlo?”. Mi girano un po’ le scatole, perché in teoria dovremmo esserne al corrente solo io e l’autore del pezzo (e le sue fonti). Ma faccio finta di non capire. L’avvocato si innervosisce. “Non faccia il furbo, lei ha avuto da un suo collaboratore un articolo sulla strage a Bologna. Perché non lo pubblica?”. Non ritengo di dovergli spiegazioni e cerco di troncare la conversazione. Ma lui insiste: “lei ha il dovere di pubblicarlo”. Gli rispondo che io ho il dovere di non pubblicare notizie che non siano verificate e che, comunque, è una questione che riguarda me e il mio direttore. A questo punto sbotta: “se non lo pubblica entro 24 ore io la denuncio. E non faccia tanto l’arrogante. Sappia che per noi 85 o 86 è la stessa cosa”. Poi riaggancia. Il tempo di riprendermi e telefono a un magistrato fiorentino raccontandogli la storia. Mi tranquillizza e mi dice di essere al corrente che “alcune persone” stanno cercando di far uscire il nome di Ciolini e i suoi racconti sui giornali. “Vogliono solo far casino, sollevare un polverone sulle indagini per evitare che si faccia chiarezza. E’ un depistaggio, tanto per cambiare”, mi dice.
Qualcuno, da lì a poco, pubblicò la storia raccontata da Ciolini e la prese sul serio, anche se per poco.
Così come, nel 2001, la memoria corta dei servizi di intelligence italiani ha fatto si che venisse data credibilità a un’altra “rivelazione” del nostro il quale disse di aver saputo da estremisti di sinistra conosciuti in Bolivia che si stavano organizzando attentati in Italia e che tra gli obiettivi c’era, manco a dirlo, Silvio Berlusconi, all’epoca presidente del Consiglio. Ovviamente si trattava di una patacca che, però, consentì all’ex piduista, di accusare gli avversari politici di montare una campagna di odio contro di lui. Ma questa, ovviamente, è un’altra storia.

 

non sono una signora

diario 13/6/2012

 

nessuno dica, per favore, che criticare la professoressa Elsa Fornero, ministro pro tempore del Lavoro, è troppo facile e persino scontato di questi tempi nei quali tutti, a destra come a sinistra e al centro, non le risparmiano frecciate più o meno pungenti. Il fatto è che quella che doveva essere una delle punte di diamante del governo dei tecnici fin dall’inizio del suo mandato non ha perso un’occasione per attirare su di sé commenti poco benevoli. Ma la sua ultima uscita sulla vicenda dei lavoratori esodati è stata la goccia che ha fatto traboccare il classico vaso. Non le è bastato nascondere la realtà al Parlamento, né le è stato sufficiente liquidare il problema con un decretino che, per dirla alla romana, mette una pezza su una questione ben più complessa di quanto il ministro abbia cercato di far credere. No, ha voluto strafare scivolando nel più puro stile berlusconiano: di fronte alla divulgazione del documento riservato che lei stessa aveva chiesto all’Inps e nel quale si legge nero su bianco che gli esodati sono quasi 400 mila e non 65 mila come lei ha sempre sostenuto a dispetto delle cifre fornite dal sindacato, ha pensato bene di replicare non chiedendo scusa, come sarebbe stato lecito aspettarsi da una persona in buona fede, ma accusando chi ha diffuso il documento di remare contro il governo. Sembra di risentire l’intemerata di Silvio Berlusconi contro Roberto Saviano, colpevole di accreditare una pessima immagine dell’Italia perché denunciava l’esistenza della criminalità organizzata. La polvere va nascosta sotto il tappeto, sennò che figura ci facciamo, sembra essere il pensiero comune dei due, pur così distanti come educazione e formazione.
E, poiché la professoressa Fornero è una esperta di bon ton, oggi ha voluto anche dare una lezione a Susanna Camusso rea di aver fatto cenno a Ginevra alla questione: mi pare di ricordare che all’estero non si parla di vicende italiane, ha risposto piccata. Il fatto è che fino ad oggi Elsa Fornero ha preferito parlarne poco anche in Italia, minimizzando e raccontando balle. La segretaria della Cgil forse non conosce l’etichetta, ma il sussiegoso ministro del Lavoro non conosce vergogna. Altrimenti avrebbe già fatto l’unica mossa sensata che le rimane: prendere carta e penna e scrivere una garbata letterina di commiato (e, se ci riesce, di scuse) prima di tornare alla sua cattedra, evitando di creare altri guai a Mario Monti e ai suoi colleghi di governo e risparmiando agli italiani l’imbarazzo di rimpiangere (e ce ne vuole) il suo predecessore Maurizio Sacconi.
 

il rosso di Maranello

diario 23/5/2012

 

Non c’è due senza tre, dice il proverbio. E allora ecco spuntare all’orizzonte la Terza Repubblica. Il radioso futuro che dovrebbe consegnare il destino del paese e di tutti noi nelle mani dei “migliori”. Anzi: a “una nuova classe dirigente”, giovane e capace di progettualità al di là del vecchio e superato schema destra/sinistra. Progetto interessante se a sponsorizzarlo non fosse Luca Cordero di Montezemolo. Cioè un uomo che si è mosso con disinvoltura nella prima come nella seconda Repubblica assommando incarichi prestigiosi che lo hanno visto alla presidenza della Fieg, a quelle di Confindustria e Ferrari, della Fiat e della Luiss, della Fiera internazionale di Bologna e da ultimo della Ntv. Passando per i consigli di amministrazione di un numero impressionante di aziende e istituti bancari, tra cui Unicredit Banca d’Impresa.
In un paese normale un signore con un simile curriculum esiterebbe a lungo prima di proporsi come il nuovo che avanza. Ma siamo in Italia, là dove prima che a Montezemolo un simile giochetto è riuscito a tal Silvio Berlusconi una ventina di anni fa, quando “scese in campo” per salvare l’Italia dal comunismo e dai professionisti della politica, cioè da coloro grazie ai quali aveva potuto mettere in piedi dal nulla un impero immobiliare e televisivo.
Luca Cordero di Montezemolo non è Berlusconi: lui, come rivela anche il cognome, non è un parvenu. Ha modi eleganti e garbati, non si tinge i capelli, non usa scarpe con il rialzo e probabilmente non parteciperebbe, se invitato, alle serate eleganti di villa San Martino o di palazzo Grazioli. Ma la cultura di fondo è la stessa del self made man di Arcore. Ci sono piccoli dettagli, all’apparenza secondari, che lo rivelano: “dobbiamo rendere conto ai cittadini come a veri e propri azionisti dello Stato”, scrive Montezemolo nella lettera pubblicata oggi dal Corriere della Sera. Una frase che ricorda fin troppo la concezione “aziendale” della cosa pubblica del fondatore di Forza Italia, quel suo definire il governo il Consiglio di Amministrazione dello Stato. E non bastano, ad addolcire la pillola, parole ad effetto ma vuote quali “cantiere progettuale” o “agenda di crescita e sviluppo” o tardive rivendicazioni di presa di distanza dal “precedente governo quando era forte e (molto) vendicativo e quando la grande maggioranza delle classi dirigenti rinunciava al dovere di critica”. Né il tentativo di proporsi come argine e rimedio a “populismi demagogici e distruttivi” quando per lunghi anni si sono di fatto avallati governi che di questi due aggettivi erano la rappresentazione. E, tantomeno, rassicura il fatto che uno dei più convinti sostenitori del progetto di Italiafutura, l’associazione che fa capo al presidente della Ferrari, si chiami Pierferdinando Casini, non a caso anch’egli protagonista di lungo corso delle vicende italiane tanto fino al 1992 quanto negli anni successivi, quelli nefasti del tycoon brianzolo.

l'appuntamento

diario 5/5/2012

 

Adesso lo chiama appuntamento. Qualche anno fa, ai tempi della Dc e dei traballanti governi di centrosinistra perennemente in bilico avrebbe chiesto una verifica. Pierferdinando Casini, uno che nella prima Repubblica e nei suoi riti politici ha iniziato la carriera, si deve essere morso la lingua per non pronunciare una parola che era quasi sempre sinonimo di crisi alle porte e, spesso, di elezioni anticipate. Il leader dell’Udc (ma non più di quel Grande centro che è abortito sul nascere e al quale nessuno sembra ormai credere) in queste settimane si gioca molto del proprio futuro politico. Lui che sul governo Monti ha investito tutti i risparmi accumulati in anni di opposizione a Prodi prima e a Berlusconi poi è ben consapevole che questa potrebbe essere l’ultima chance per dare un futuro a una forza politica che non è mai decollata e che rischia nuovamente di essere oscurata dalla rinnovata conflittualità tra Pd e Pdl i quali, sentendo odore di elezioni e temendo di cedere troppi consensi, hanno ripreso a fare la voce grossa pur rinnovando quotidianamente le dichiarazioni di fedeltà a Monti e ai suoi tecnici.
Se Casini è nei guai, però, la colpa (o il merito, secondo i punti di vista) non è dei due maggiori partiti e dei loro timori. La responsabilità prima è proprio dei signori che siedono a palazzo Chigi i quali, chiamati a svolgere il lavoro sporco da una classe dirigente incapace di assumere responsabilità, hanno peccato di presunzione e si sono convinti di poter approfittare della debolezza della politica per far digerire al paese misure “greche”. Senza però avere il coraggio di andare fino in fondo e di incidere su settori quali la finanza, la ricchezza improduttiva, la lobby dei petrolieri ma anche quella dei tassisti che, in fondo, rappresentano il loro mondo di riferimento. I professori si sono mossi con la delicatezza di un panzer rifiutando di fatto il confronto con le parti sociali e con le stesse forze politiche che li sostengono in Parlamento convinti di essere “unti della Bce”, come se bastasse questo a tenere assieme i cocci di una nazione non nazione come l’Italia ormai contaminata da un berlusconesimo che si è diffuso come un virus ovunque, anche là dove sembrerebbe impossibile. Basta guardare la gestione “padronale” e personalistica di alcuni partiti di opposizione, dall’Idv di Antonio Di Pietro a Sel di Nichi Vendola fino al Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo per rendersi conto di quanti danni abbia fatto il “modello” imposto alla politica e alla società dal ventennio che ci separa dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi.
Pierferdinando Casini viene da una scuola politica seria, da un partito che ha gestito a lungo il potere in virtù delle sue molte anime che rappresentavano, nel bene e nel male, le anime del paese. Se vuole far fruttare il suo investimento più che a Bersani e a Berlusconi dovrebbe chiedere un appuntamento a Mario Monti. E’ a lui che dovrebbe spiegare come il consenso sociale sia fondamentale per governare un paese, tanto più in un momento di crisi come quello attuale. E, magari, dirgli che convocare i sindacati su un tema delicato come quello dei lavoratori esodati per metterli di fronte al fatto compiuto di un decreto del ministro del Lavoro, la signora Elsa Fornero, che affronta solo una minima parte del problema non è il modo migliore di governare.

Aspettando la rivoluzione

diario 20/4/2012

 

In attesa che Silvio/Mandrake e Angelino/Lothar svelino a tutti noi la rivoluzione politica del secolo qualcuno, meno fantasioso ma con le spalle ben coperte, ha deciso di giocare d’anticipo lanciando un’idea altisonante. Pierferdinando Casini, ex doroteo allievo di Toni Bisaglia, ex forlaniano, tuttora democristiano doc ha annunciato lo scioglimento di fatto del suo partito destinato a costituire l’ossatura attorno alla quale far nascere il Partito della Nazione. Che non sarà una riedizione moderna della vecchia e mai rimpianta Dc ma, se possibile, qualcosa di peggio. Perché la nuova formazione politica che si propone di raccogliere sotto le sue bandiere l’Italia moderata si preannuncia come una sorta di partito delle corporazioni sotto lo sguardo benedicente del Vaticano.
Le prove tecniche le hanno già fatte quando, nei mesi passati, in molti hanno accolto l’appello di papa Ratzinger per un nuovo impegno dei cattolici nella vita pubblica del paese e i meno generici inviti del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei. Che, in un paese dove la stragrande maggioranza dei cittadini, oltre che dei politici, è di fede cattolica non avrebbero senso se non significassero che la ricreazione è finita ed è giunta l’ora di serrare i ranghi. Più volte rappresentanti del mondo sindacale, industriale, politico, bancario, del volontariato e dell’associazionismo cattolico si sono ritrovati per discutere di come mettere in pratica le sollecitazioni. Una platea variegata, che comprendeva esponenti dei diversi schieramenti parlamentari e organizzazioni spesso in guerra tra loro, come Comunione e Liberazione e Azione Cattolica, fino ad oggi apertamente in dissenso.
Ma non saranno certo questi dettagli a frenare il progetto quando la prospettiva è di far tornare sulla scena, come unico soggetto politico, ciò che i casi della vita (e quelli giudiziari) hanno separato. A questo già di per sé ampio parterre, si dovrebbe poi aggiungere qualche noto imprenditore tentato da uno scranno governativo o illuso di giocare da play maker e persino qualche laico, in versione foglia di fico, da spendere per poter negare di essere un partito confessionale, quale neppure la Dc nella sua lunga e travagliata storia è mai stata. Non è un caso che il primo a storcere il naso di fronte all’iniziativa di Casini sia stato il suo alleato Gianfranco Fini il quale si rende ben conto che il nuovo partito potrebbe segnare la fine del lungo percorso che lo ha portato ad affrancarsi dal retaggio fascista per approdare a posizioni, specie sui temi dei diritti, spesso sgradite alla chiesa e a quel mondo che, da un lato e dall’altro dell’emiciclo parlamentare, continua a ritenersi, prima di ogni altra cosa, democristiano.
Casini è un uomo abile, dotato di fiuto e di furbizia: ha saputo defilarsi al momento giusto, dopo aver capito che l’alleanza con Berlusconi lo avrebbe trascinato a fondo nel volgere di pochi anni. Ha intuito per tempo ciò che Fini ha compreso in ritardo, anche se poi è stata proprio la rottura di quest’ultimo con il leader del Pdl a determinarne la caduta e lo sfaldamento di un partito che oggi è dilaniato da sempre meno celate rivalità e faide interne.
Con la sua mossa il leader dell’Udc (che ha ancora nel Pdl buoni amici che gli hanno anticipato che qualcosa si stava muovendo) ha buttato sul tavolo il jolly, sperando di attirare i delusi alla Beppe Pisanu (anch’egli ex Dc, pur se proveniente da una corrente diversa) e anche qualche scontento del Pd, dove i malumori tra le due anime del partito sono ben visibili anche agli osservatori meno attenti.
Una mossa, insomma, da non sottovalutare perché se malauguratamente avesse successo potrebbe significare la nascita di un partito egemone, senza contrappesi a fermarne lo strapotere. Tanto più che mai come ora le opposizioni sono state tanto divise, con un Di Pietro che gioca a fare il Bossi “di sinistra” (e qui le virgolette sono necessarie), la Federazione della sinistra che non riesce ad esprimere un programma sensato che vada oltre il no a tutto e al contrario di tutto e Nichi Vendola che oscilla tra la tentazione governativa e la paura di perdere i consensi per ora virtuali che i sondaggi gli assegnano. Mentre il Pd, all’interno del quale si alzano le voci di quanti come Casini premono perché il governissimo dei tecnici non sia una esperienza da chiudere dopo il voto del 2013, si ritrova nuovamente a correre il rischio di affrontare una lunga campagna elettorale senza alleati. Che, forse, lo vedrà primo partito nel paese. Ma costretto o ad essere subalterno nel caso di una affermazione consistente del nuovo partito di Casini o ricattabile ed esposto ai capricci di compagni di strada inaffidabili, come ai tempi dell’Unione.