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loscarafaggio

Giornalisti e black bloc

diario 20/10/2013

Certo,c’è andato giù pesante Enzo Foschi quando ieri sera, al termine della manifestazione del Movimento per la Casa a Roma, si è sfogato su Facebook: “i giornalisti sono i veri black bloc, infiltrati nel corteo… delusi dal fatto che non scorra sangue”. La frase del capo della segreteria del sindaco Ignazio Marino ha ovviamente suscitato immediate reazioni sdegnate, prima fra tutte quella del non rimpianto Gianni Alemanno. Al quale, in tarda serata, ha fatto eco Romano Bartoloni, presidente del Sindacato cronisti romani, il quale ha stigmatizzato come “vergognose” e “irresponsabili” le parole di Foschi.

Con buona pace del mio vecchio amico Bartoloni, non riesco a dare torto a Foschi. La sua affermazione, per quanto irritante e anche un po’ fuori misura perché colpevolizza singoli cronisti i quali hanno la sola colpa, nella gran parte dei casi, di fare quello che viene loro richiesto, l’ho pensata anche io seguendo per tutto il pomeriggio le cronache televisive sulla manifestazione. Nelle quali il fatto che migliaia e migliaia di persone sfilassero per le strade di Roma pacificamente è passato in secondo piano. Tutte le attenzioni erano concentrate su quelle decine di dementi incappucciati che in due o tre occasioni hanno provato a far saltare i nervi alle forze di polizia nella speranza, delusa, di poter ripetere i fasti del 15 ottobre 2011, quando Roma fu teatro di scontri violentissimi e una grande dimostrazione venne sporcata dalla violenza stupida e gratuita di ragazzotti ai quali è difficile attribuire una etichetta che non sia quella della pura idiozia.

Ieri il gioco non è riuscito. Nonostante che tutti i mezzi di informazione abbiano rivolto la propria attenzione sui pochi episodi di violenza. Per tutto il giorno, le cronache televisive hanno insistito in maniera ossessiva e quasi morbosa a riproporre le stesse immagini degli scontri, quasi a far credere che “quella” fosse la piazza, non le decine di migliaia di persone che davano vita al corteo e che non avevano nessuna intenzione di mettere a ferro e a fuoco la città. Nessun servizio ha dato conto delle ragioni della protesta, giuste o sbagliate che fossero. Chi ha seguito le dirette televisive o i siti internet dei giornali, probabilmente ancora si chiede cosa ci facevano per strada tutte quelle persone tranquille, mentre Roma bruciava e i black bloc assalivano i blindati della polizia e attentavano ai ministeri.

A Romano Bartoloni, in amicizia e da vecchio collega, vorrei dire che –al di là della legittima solidarietà nei confronti dei cronisti e dello sdegno per le brucianti parole di Foschi – varrebbe la pena di riflettere su come sia cambiato il nostro mestiere. Di parlare di come sia degenerato il modo di fare informazione, ammesso che di informazione si possa ancora parlare in presenza di politiche editoriali che mortificano le professionalità e privilegiano le “grida”,i titoli urlati a nove colonne in prima pagina fregandosene altamente del fatto che poi i fatti siano diversi. Perché tanto l’importante non è offrire un servizio ai lettori (che, avendolo capito, i giornali non li comprano più) ma “buttarla in caciara”, spararla più grossa degli altri, fare sensazione. Un giornalismo per il quale le olgettine valgono più di una finanziaria. 

 

la violenza dei non violenti

diario 19/10/2011

 

Sabato 15 ottobre una grande manifestazione è stata cancellata dalla violenza di qualche centinaio di mascalzoni ai quali si sono aggregati altrettanti idioti. Gente come “er pelliccia”, tanto per capire, alla quale la politica interessa poco o niente, ragazzi di buona famiglia, come si usa dire in questi casi, convinti che bruciare una macchina o sfondare una vetrina sia fare la rivoluzione. Basta che finisca prima di cena però e che nessuno poi ne paghi le conseguenze.
Ma non è di loro che mi interessa parlare. Se non come effetto di una violenza più diffusa nella quale viviamo ormai da anni anche se spesso fingiamo di non accorgercene.
Da molto tempo la società e la politica si sono imbarbarite, il linguaggio, gli atti dei politici, dei manager, di quasi tutti noi sono atti violenti. E’ violenza, ci piaccia o meno, quella di Marco Pannella anche se rivolta contro se stesso, sono violenti suoi scioperi della sete che sottintendono sempre un ricatto: o fate come dico io o mi lascio morire. Lo sono le sfuriate di Vittorio Sgarbi che ci fanno sorridere mentre dovrebbero indignarci perché impediscono di capire, di ragionare. Le urla, i gestacci, le smorfie di compatimento non sono spettacolo ad uso e consumo dei talk show, sono qualcosa che tende a mortificare, ad offendere, azzittire la vittima di turno. Sono una prevaricazione, sia che siano veri sia che vengano recitati come una parte ormai logora e abusata.
Lo è il linguaggio politico, ormai scaduto a livelli mai raggiunti. Quanti riescono ad immaginare Moro, Berlinguer, lo stesso Almirante che danno dello stronzo all’avversario politico? Oggi è la norma. Persino Rosy Bindi si è lasciata andare all’insulto nei confronti della pattuglia radicale. E si è beccata a sua volta della stronza da Pannella. Bossi definisce così chiunque non la pensi come lui, che sia Pierferdinando Casini e il sindaco leghista di Verona Tosi.
E non è violento il linguaggio del presidente del Consiglio quando parlando con il signor Lavitola dice che bisogna spazzare via il Tribunale di Milano e assediare un giornale?
E c’è anche di peggio: il neo segretario provinciale della Lega di Varese, Maurilio Canton, imposto ai militanti dal Senatur, alla sua prima uscita pubblica ha detto di essere pronto a impugnare le armi per difendere la libertà della Padania, come se minacciare una marcetta su Roma o contro Roma fosse la cosa più normale.
Violenza, ancora, è quella che ogni giorno viene esercitata nei confronti dei precari, dei disoccupati, di quei ceti medi che vengono spremuti anche per mantenere una classe politica in gran parte inadeguata e ben attaccata ai propri privilegi. Lo sono le ristrutturazioni industriali fatte sulla pelle dei lavoratori, come alla Fiat di Sergio Marchionne. Lo sono la soppressione di fatto dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, le morti sul lavoro, la malasanità, un sistema scolastico e universitario che non funzionano, costringere i giovani ad emigrare all’estero per trovare lavoro, le tangenti, le cariche pubbliche ricoperte per “meriti speciali”. E violenza è quella dell’informazione, più interessata a schierarsi che a spiegare.
Oggi tutti puntano il dito sui black bloc. Che, per carità, mascalzoni sono e ai quali non va offerta nessuna giustificazione o copertura politica. Si facciano bastare quella dell’onorevole responsabile Domenico Scilipoti che ha detto di essersi sentito idealmente accanto a loro sabato scorso. Ma nessuno si pone delle domande su chi ne abbia la paternità. Nessuno sembra interessato a ragionare, a fare un passo indietro. Tanto ci sono gli incappucciati a fare da alibi. Tutto viene ridotto a un problema di ordine pubblico. Lo stesso tragico errore che la politica fece nel 1977 per il quale il paese ha pagato un caro prezzo.

attenti al lupo

diario 17/10/2011

 

Prima ha evocato la piazza, adesso vuole le leggi speciali. Antonio Di Pietro, già commissario di polizia e magistrato amante delle manette, non riesce proprio a perdere il vizio. “Ci vuole una nuova legge Reale”, ha tuonato dopo i fattacci di Roma di sabato trovando subito il consenso interessato di Roberto Maroni, ministro dell’Interno che ignora le minacce secessioniste dei suoi compari che ogni due per tre minacciano di “prendere il fucile”, finge di non accorgersi di sedere in Consiglio dei Ministri accanto a un signore inquisito per mafia, non trova nulla da eccepire sulle telefonate tra Berlusconi e un latitante, trova normale che gli agenti di polizia debbano pagare di tasca loro la benzina delle Volanti
La coppia Di Pietro-Maroni evoca, citando la legge Reale, uno dei periodi più bui della nostra storia recente, quegli anni 70 segnati dalla quotidiana violenza di piazza, dai ferimenti, dagli omicidi e dalle stragi. Scherzano con il fuoco i due, per tornaconto personale e per cinismo politico senza preoccuparsi delle conseguenze. E intento il paese va a rotoli, ma dei problemi reali, della disoccupazione, dei nuovi poveri, della crisi e del prezzo che pagheremo, della scuola e della sanità nessuno parla più. Oggi il problema principale sono cinquecento teppisti, tutto il resto è scomparso. I black bloc hanno portato a termine la loro missione.