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loscarafaggio

salvatori della patria

diario 18/1/2013

 

Nutro da sempre una profonda diffidenza nei confronti di coloro che si sentono investiti da una missione, dei portatori di verità. Mi ricordano quei bravi uomini in abito talare inviati secoli fa a convertire alla vera religione gli indios sud americani. Talmente compresi nel loro sacro dovere da infliggere a quei poveracci senza dio anche le peggiori torture pur di salvare loro l’anima.
Uno zelo che in questi ultimi tempi ritrovo nello slancio impetuoso con il quale molti esponenti della “società civile” (che per me resta un oggetto indefinito, un non senso) hanno abbracciato la politica. In un paese che ha già visto e scontato sulla propria pelle salvatori della Patria del calibro di Silvio Berlusconi o, più modestamente, di Antonio Di Pietro, si sono di recente proposti come nuovi redentori un comico, un tecnico e un giudice. Tutti e tre decisi a salvare dalla perdizione una Nazione altrimenti destinata a un rapido e definitivo declino. Beppe Grillo, il primo del trio in ordine di apparizione, non propone nulla se non se stesso e le sue battutacce ormai scontate. Il suo programma si sintetizza in poche parole: tutti fuori dalle palle che ci adesso ve la do io l’Italia. Magari strizzando l’occhio ai fascisti di Casa Pound e cacciando fuori dai confini gli immigrati. Come e peggio di un leghista della prima ora, alla Borghezio tanto per capirci. Il secondo, arrivato a palazzo Chigi un anno fa dopo aver rappresentato l’Italia in Europa su delega di Silvio Berlusconi (e della finanza internazionale) ci ha spiegato in questi giorni che ritiene suo preciso dovere salvare l’Italia dallo sfascio. E per questo è ben deciso a continuare da politico l’opera cominciata con la casacca di tecnico. Non ci ha detto (anche se si è lasciato scappare di aver votato Forza Italia nel 1994) che la sua decisione, a molti incomprensibile, è figlia di quel voto di quasi venti anni fa ed è maturata negli stessi ambienti che a suo tempo sostennero l’avventura vincente dell’uomo di Arcore nella ingenua convinzione di poterlo controllare, di farne uno strumento dei propri interessi, sottovalutandone le capacità, il fiuto e le ambizioni. Oltre che quella vena di onnipotente follia che, con il passare degli anni, ha portato Berlusconi ad essere ingombrante e impresentabile, dannoso anche per chi lo aveva aiutato nella scalata al potere, cioè il mondo dell’industria e della finanza. Lo stesso mondo che oggi investe su Mario Monti, il quale offre bel altre garanzie di lealtà e di immagine negli ambienti che contano in Europa e oltre oceano.
Ultimo in ordine cronologico a “prestarsi alla politica” il magistrato palermitano Antonio Ingroia, a ben vedere l’unico del terzetto ad essere realmente un “uomo di fede”, a credere ciecamente nella propria missione salvifica e a essere disposto a portarla avanti a qualsiasi prezzo, a differenza del suo più noto predecessore (e oggi suo sponsor) Antonio Di Pietro che dietro la facciata di uomo tutto d’un pezzo si è, nel corso degli anni, ben adattato e adagiato alle forme della politica politicante. Che avrebbe continuato a praticare se avesse trovato maggiore disponibilità da parte dei suoi vecchi alleati ormai stanchi dei suoi tentativi di resistere al declino politico alzando i toni della polemica oltre ogni limite, tanto da spaccare il suo stesso partito. Se il comico in disarmo Beppe Grillo e l’uomo della finanza Mario Monti rappresentano la continuazione sotto altre vesti del populismo becero della prima orda padana e del tentativo solo in parte riuscito per colpa di un inaffidabile Silvio Berlusconi di cambiare in peggio i rapporti sociali, Ingroia è la vera novità di questa campagna elettorale. Una novità pericolosa perché introduce nella politica un elemento nuovo, la fede. Non in un Dio (che dal quel punto di vista abbiamo già dato a lungo), non in un ideale, ma in una missione. Quella di liberarci dal male dovunque si annidi, costi quel che costi. L’autodefinito “partigiano della Costituzione” non conosce sfumature. Per lui il grigio non esiste. O bianco o nero. O con lui o contro di lui. Che poi è un dettaglio secondario se tra le sue truppe raccogliticce ci sono personaggi che definire ambigui sarebbe un eufemismo e sopravvissuti di mille scissioni che sono stati capaci di dilapidare patrimoni di consensi. Tanto, se le cose dovessero andar male, ad attenderlo c’è sempre il sud America. Proprio come i missionari che l’Inquisizione inviava a redimere le anime dei selvaggi.

"er boccone" e i "sòla"

diario 7/10/2011

 

Ormai si usa poco, ma un po’ di anni fa quando si voleva indicare un “pollo” a Roma si diceva “boccone”, qualcuno che abboccava con facilità a qualsiasi cosa gli proponessero, a qualunque “sòla”, fregatura. Un “boccone” classico è mr. Deciocavallo, il turista italo-americano che acquista la Fontana di Trevi dal truffatore Totò e dal suo complice Nino Taranto nel film girato da Camillo Mastrocinque mezzo secolo fa.
Mezzo secolo che è passato invano per il sindaco della Capitale Gianni Alemanno che nel 2007 ha rischiato di versare la bellezza di 70 mila euro ad alcuni imbroglioncelli che, spacciandosi per agenti dei servizi segreti, volevano vendergli inesistenti dossier sull’allora presidente del Consiglio Prodi e su D’Alema e Fassino. Passata praticamente sotto silenzio, la notizia è rimbalzata ieri quando i pm Giancarlo capaldo e Luca Tescaroli hanno chiesto il rinvio a giudizio degli apiranti Totò. E si è scoperto che Alemanno ha evitato di “comprare la Fontana di Trevi” non perché, come sarebbe stato suo dovere, alla proposta delle finte barbe finte si era rivolto alla polizia denunciandoli, ma solo perché un suo collaboratore aveva scoperto che i dossier promessi non esistevano dopo un incontro in un bar del Salario, come in un film del Monnezza. Altrimenti, si deduce dalle parole dei magistrati, avrebbe tirato fuori i quattrini senza fiatare. Dimostrando, ma su questo non avevamo dubbi, un profondo senso di legalità.
Sempre a proposito di imbroglioni, la Capitale in questi giorni è tappezzata di manifesti firmati Il popolo di Roma – Destra sociale sui quali campeggia una gigantografia di Umberto Bossi assieme a Roberto Calderoli e Mario Borghezio. Sotto la foto una scritta recita “LEGA LADRONA ROMA NON PERDONA”. Peccato (ma questo sui manifesti non c’è scritto) che il movimento che firma la frase sia sostenitore del Pdl come si legge nelle dichiarazioni programmatiche pubblicate sul sito internet. Che sarebbe come dire alleato della Lega.
Giuliano Castellino e Carlotta Chiaraluce, i due leader della Destra Sociale, o hanno le idee confuse o sono ammiratori di Totò. Ma stavolta difficilmente riusciranno a vendere la fontana.



giustizieri e persone perbene

diario 12/8/2011

 

“Da ieri ricevo centinaia di telefonate, di messaggi di solidarietà”. Questa è Italia. C’è chi si sente in dovere di solidarizzare con un uomo che ha impugnato la pistola e ne ha ucciso un altro. Un ladro, certo, ma sempre un uomo. E poi c’è chi questa solidarietà la rifiuta: “Non credo sia una bella cosa questa, quando ti dicono che hai fatto bene a uccidere una persona significa che c’è qualcosa che non va…”. E anche questa, per fortuna, è Italia.
Pier Angelo Conzano, il gioielliere torinese che ha ucciso con una revolverata un balordo di trentacinque anni che lo aveva aggredito e picchiato per rapinare l’incasso del negozio, non è un eroe, come qualcuno sostiene. E’ una persona normale nella quale è prevalso per qualche istante, il tempo di premere il grilletto, l’istinto di sopravvivenza e che oggi si porta sulle spalle il peso della morte di un uomo. Lo sa. E non se ne dà pace. Al contrario di quelli che li telefonano e gli scrivono per dire hai fatto bene. Che poi a ben vedere sono gli stessi aspiranti Tex Willer nostrani che vorrebbero le ronde padane, la giustizia fai da te, che invocano ad ogni occasione la pena di morte. E che disprezzano profondamente la giustizia e lo stato di diritto, che sorridono complici quando qualcuno insulta un nero o un gay o quando Borghezio dice di condividere le idee di un assassino che a Oslo ha sparato su decine di ragazzi inermi. L’Italia peggiore. Io preferisco quella di Conzano.

il punto fermo

diario 26/7/2011

 

Con il consueto stile pacato, Giorgio Napolitano è intervenuto per dire basta alle sceneggiate di Bossi e compari (tra i quali anche Giulio Tremonti, sempre più bisognoso di recuperare il rapporto con la Lega dopo la rottura con Berlusconi). Preoccupato per l’apertura delle sedi decentrate di alcuni ministeri a Monza, il presidente della Repubblica ha preso carta e penna e ha scritto a quello che dovrebbe essere il capo del governo per esprimere i dubbi e le perplessità di gran parte dei cittadini italiani stufi di assistere a buffonate un giorno si e l’altro pure messe in scena solo per mascherare una crisi di rapporti tra l’elettorato leghista e un gruppo dirigente sempre più attento ai propri affari.
L’ennesimo intervento di Napolitano nel dibattito politico, pur nel rigoroso rispetto del proprio ruolo istituzionale, è stato accolto dal coro festante delle opposizioni e dal silenzio del Pdl e, per il momento, della Lega che, c’è da giurarci, si affiderà a qualche finezza del vecchio capo, che tanto non ha più nulla da perdere, essendo ormai solo una figura di facciata.
Naturalmente, tra i favorevoli ci sono anche molti che hanno la pessima abitudine di applaudire quando Napolitano dice le cose che loro vorrebbero dicesse e di criticarlo quando fa affermazioni sgradite. Quelli, per capirci, che vorrebbero un Napolitano di parte, senza capire che il suo ruolo (oltre alla sua storia politica) lo obbliga al rigoroso rispetto del dettato costituzionale. E senza comprendere che proprio questa scelta fa del capo dello Stato un punto fermo in questo paese che naviga a vista tra scandali, tangentari, servitori ed eversori.
Quanto alla Lega, più che di mettere in piedi buffonate prive di senso, dovrebbe preoccuparsi di spiegare agli italiani, ai suoi elettori e a qualche dirigente del partito le sparate di Mario Borghezio, i dossier per garantire l’elezione del Trota, l’arrivo nella redazione della Padania (in attesa di migliori e più remunerati approdi) del figlio Riccardo e tante, ma proprio tante altre cosette del genere.
 

La costola, il patriota e il pirla

diario 30/5/2011

 

Era il 1995 e Massimo D’Alema pronunciò una frase che negli anni a venire gli sarebbe stata rinfacciata a lungo. “La Lega c'entra moltissimo con la sinistra, non è una bestemmia. Tra la Lega e la sinistra c'è forte contiguità sociale. Il maggior partito operaio del Nord è la Lega, piaccia o non piaccia. È una nostra costola, è stato il sintomo più evidente e robusto della crisi del nostro sistema politico e si esprime attraverso un anti-statalismo democratico e anche antifascista che non ha nulla a vedere con un blocco organico di destra”.
Sembrava una bestemmia in chiesa, ma non lo era. Era solo la constatazione di un fenomeno reale, oggettivo: la trasmigrazione di molti voti, soprattutto operai, da quello che era stato  l’ex partito comunista alla Lega, che in pochi anni aveva saputo approfittare della disgregazione delle forze politiche tradizionali per radicarsi sul territorio e raccogliere la bandiera della protesta sociale.
Erano gli anni in cui Bossi e i suoi definivano Berlusconi un mafioso e appoggiavano i giudici di Mani pulite, gli anni della Lega dura e pura, almeno in teoria perché poi le inchieste giudiziarie mostrarono come anche quel partito non fosse estraneo al sistema di tangenti.
Ma la base, quella della quale parlava D’Alema, era effettivamente ancora in parte “una costola della sinistra”.
Eppure, già all’epoca, i germi della degenerazione successiva erano presenti e visibili. Tra i primi entusiasti militanti del movimento c’erano personaggi dal passato torbido che non tardarono a farsi strada. Come il piemontese Mario Borghezio, ex monarchico, ex aderente alla Jeune Europe di Jean Thiriart, un raggruppamento “nazionalrivoluzionario” (cioè fascista) presente negli anni ’70, ex simpatizzante di Ordine Nuovo. Borghezio nel 1976 era stato fermato nei pressi di Ventimiglia e trovato in possesso di un volantino nel quale si inneggiava a Hitler e si leggeva “1, 10, 100, 1000 Occorsio”, il magistrato che indagava proprio su ON e che era stato assassinato pochi giorni prima da Concutelli.
Lo stesso Borghezio che per cinque anni ha presieduto il cosiddetto “governo della Padania” e che nel 1994 divenne sottosegretario alla Giustizia nel primo governo Berlusconi.
Uomo sanguigno, che non ha mai rinnegato il proprio passato, che mantiene stretti rapporti con il Fronte Nazionale di Marie Le Pen, inviato come relatore a un raduno di neonazisti europei, il leghista piemontese rappresenta non è, come qualcuno pensa, un “pirla”, è la parte oscura di Bossi. In un partito nel quale la fedeltà assoluta al capo è la regola che non ammette deroghe, dal quale sono stati espulsi per molto meno dirigenti che avevano manifestato perplessità sulle strategie del capo, la presenza di Borghezio è funzionale: il suo ruolo è quello del “provocatore”, di chi si fa portavoce del sentire della “pancia” del partito, pronto a fare marcia indietro dicendo di aver parlato a titolo personale ad ogni richiamo del leader. Il quale però, nel frattempo, avrà saggiato la tenuta delle sue forze, il grado di accettazione da parte della base di parole d’ordine sempre più “rivoluzionarie”.
Insomma, Borghezio è l’uomo al quale tocca l’ingrato compito di dire pubblicamente quello che gli altri pensano e di ricevere per questo una bacchettata ogni tanto. Così, se è lui che ha voluto definire Ratko Mladic un “patriota” della lotta contro l’islamizzazione dell’Europa, c’è da scommettere che nella Lega sono in molti a pensarlo. D’altra parte, sono ormai storia le visite di Bossi nella Belgrado di Milosevic, il principale sponsor dei massacri in Kosovo durante la guerra nei Balcani.  Quel Milosevic che venne arrestato su ordine del Tribunale penale internazionale dell’Aja e che sarebbe stato condannato per crimini di guerra se un infarto non lo avesse ucciso l’11 marzo 2006.  
 
 

gli amici di al Qaeda

diario 23/5/2011

qualche anno fa, l'onorevole Maurizio Gasparri affermava che l'elezione di Barak Obama alla Casa Bianca sarebbe stata accolta con favore da al Qaeda. Oggi, nel suo piccolo, il leghista Mario Borghezio dice la stessa cosa riferita a Giuliano Pisapia. Visto com'è andata in America (e com'è andata a bin Laden), un motivo in più per stare dalla parte del candidato del centrosinistra a Milano.


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permalink | inviato da danrep il 23/5/2011 alle 16:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

lo scolapasta

diario 8/5/2011

 

I magistrati sono un cancro che va estirpato. Le donne di sinistra sono brutte. Napoli fa schifo e i napoletani anche di più. E via così, una cazzata dietro l’altra. Altra gran bella giornata, oggi, per questo nostro paese governato da personaggi che non è difficile immaginare con uno scolapasta in testa, rimirarsi davanti allo specchio convinti di vedere riflesso Napoleone Bonaparte, il generale Rommel o l’imperatore Barbarossa.
Specchi di legno, come si dice a Roma. Perché se riflettessero la realtà i nostri eroi vedrebbero ben altro: un vecchio gonfio e vanesio sempre più calato nella parte di duce da operetta nel caso di Silvio Berlusconi; una ridicola controfigura di Mefistofele con la divisa di Italo Balbo il ministro Ignazio La Russa; uno squallido e laido razzista Mario Borghezio, l’uomo che girava sui treni (con numerosa scorta di baldi giovani padani in camicia verde) a disinfettare le donne extracomunitarie.
Un bel trio al quale possiamo aggiungere senza tema di sbagliare il Responsabile Domenico Scilipoti che, non avendo piazze o elettori da intrattenere con i suoi numeri da avanspettacolo, si è prodotto in una sceneggiata in tv a base di “si vergogni, si vergogni, si vergogni” senza fine. Forse, però, almeno il suo di specchio era vero.
 


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permalink | inviato da danrep il 8/5/2011 alle 0:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa