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loscarafaggio

il caso Cancellieri e la voglia di manette

diario 3/11/2013

Lo dico subito, a scanso di equivoci: nella vicenda Cancellieri-Ligresti io sto dalla parte della ministra. Non trovo nulla di strano, anzi troverei assurdo il contrario, che un ministro della Giustizia si preoccupi dello stato di salute di un detenuto. Che poi che questo si chiami Giulia Ligresti o Mario Rossi, le cose non cambiano. Mi rendo conto che è una scelta di campo non facile in un paese che ha eletto a opinionisti e opinion leader personaggi come Marco Travaglio o Beppe Grillo, un paese nel quale la voglia di carcere -soprattutto quando a finire in cella è qualche cosiddetto potente- ha preso il sopravvento sulla voglia di giustizia. Ma sono in buona compagnia. A cominciare da Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, ucciso dalla malagiustizia. La quale ha ricordato come la ministra Cancellieri non sia sensibile solo al richiamo del potere, ma abbia incontrato, nel suo ruolo istituzionale, "anche vittime sconosciute". "Non so e non conosco la vicenda giudiziaria di Giulia Ligresti -ha aggiunto Ilaria Cucchi- quel che so è che se fosse stata ministro lei ed avesse saputo delle condizioni di mio fratello, oggi forse non esisterebbe il caso Cucchi. Stefano forse sarebbe con noi".
Dello stesso tenore le parole di Mauro Palma, di Antigone, una associazione da sempre attiva sul fronte carceri. "I fan delle manette sembrano essere all'opera. Sono perplesso dalle affermazioni di coloro che sembrano partire da un grande desiderio di egualitarismo e finiscono per declinarlo volenti o nolenti in termini di maggiore reclusione, di desiderio di galera (leggo così le dichiarazioni dei vari Di Pietro, Ingroia, ma anche qualche perla in casa Pd). Altro tema importante, ma diverso è come fare in modo che la salute sia effettivamente tutelata per tutti e che il sistema non abbia bisogno neppure di essere allertato perché già in grado di agire da solo (cosa che nello specifico caso aveva anche fatto). Tema essenziale, su cui occorre portare avanti attenzione e lavoro senza alcun rigurgito di facile populismo".
Da ultimo, vorrei ricordare quanto ha detto un magistrato sicuramente al di sopra di ogni sospetto, il procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, spesso e a torto indicato come "inquisitore". Caselli ha fornito, fin dai primi momenti della vicenda, una spiegazione tecnica che, in un paese normale, taglierebbe sul nascere ogni polemica. I domiciliari a Giulia Ligresti - ha affermato - sono stati concessi per una serie di "circostanze obiettive" e "sarebbe arbitraria e del tutto destituita di fondamento ogni illazione che ricolleghi la concessione degli arresti domiciliari a circostanze esterne di qualunque natura". "Tutte le risultanze del fascicolo (ormai pubbliche e riscontrabili: documenti, acquisizioni processuali, atti d'indagine e accertamenti peritali) testimoniano in modo univoco e incontrovertibile che la concessione degli arresti domiciliari è avvenuta esclusivamente in base alla convergenza di decisive circostanze obiettive: le condizioni di salute verificate con consulenza medico-legale e l'intervenuta richiesta di 'patteggiamento' da parte dell' imputata, risalente al 2 agosto e perciò di molto antecedente le conversazioni telefoniche oggetto delle notizie".

 

salvatori della patria

diario 18/1/2013

 

Nutro da sempre una profonda diffidenza nei confronti di coloro che si sentono investiti da una missione, dei portatori di verità. Mi ricordano quei bravi uomini in abito talare inviati secoli fa a convertire alla vera religione gli indios sud americani. Talmente compresi nel loro sacro dovere da infliggere a quei poveracci senza dio anche le peggiori torture pur di salvare loro l’anima.
Uno zelo che in questi ultimi tempi ritrovo nello slancio impetuoso con il quale molti esponenti della “società civile” (che per me resta un oggetto indefinito, un non senso) hanno abbracciato la politica. In un paese che ha già visto e scontato sulla propria pelle salvatori della Patria del calibro di Silvio Berlusconi o, più modestamente, di Antonio Di Pietro, si sono di recente proposti come nuovi redentori un comico, un tecnico e un giudice. Tutti e tre decisi a salvare dalla perdizione una Nazione altrimenti destinata a un rapido e definitivo declino. Beppe Grillo, il primo del trio in ordine di apparizione, non propone nulla se non se stesso e le sue battutacce ormai scontate. Il suo programma si sintetizza in poche parole: tutti fuori dalle palle che ci adesso ve la do io l’Italia. Magari strizzando l’occhio ai fascisti di Casa Pound e cacciando fuori dai confini gli immigrati. Come e peggio di un leghista della prima ora, alla Borghezio tanto per capirci. Il secondo, arrivato a palazzo Chigi un anno fa dopo aver rappresentato l’Italia in Europa su delega di Silvio Berlusconi (e della finanza internazionale) ci ha spiegato in questi giorni che ritiene suo preciso dovere salvare l’Italia dallo sfascio. E per questo è ben deciso a continuare da politico l’opera cominciata con la casacca di tecnico. Non ci ha detto (anche se si è lasciato scappare di aver votato Forza Italia nel 1994) che la sua decisione, a molti incomprensibile, è figlia di quel voto di quasi venti anni fa ed è maturata negli stessi ambienti che a suo tempo sostennero l’avventura vincente dell’uomo di Arcore nella ingenua convinzione di poterlo controllare, di farne uno strumento dei propri interessi, sottovalutandone le capacità, il fiuto e le ambizioni. Oltre che quella vena di onnipotente follia che, con il passare degli anni, ha portato Berlusconi ad essere ingombrante e impresentabile, dannoso anche per chi lo aveva aiutato nella scalata al potere, cioè il mondo dell’industria e della finanza. Lo stesso mondo che oggi investe su Mario Monti, il quale offre bel altre garanzie di lealtà e di immagine negli ambienti che contano in Europa e oltre oceano.
Ultimo in ordine cronologico a “prestarsi alla politica” il magistrato palermitano Antonio Ingroia, a ben vedere l’unico del terzetto ad essere realmente un “uomo di fede”, a credere ciecamente nella propria missione salvifica e a essere disposto a portarla avanti a qualsiasi prezzo, a differenza del suo più noto predecessore (e oggi suo sponsor) Antonio Di Pietro che dietro la facciata di uomo tutto d’un pezzo si è, nel corso degli anni, ben adattato e adagiato alle forme della politica politicante. Che avrebbe continuato a praticare se avesse trovato maggiore disponibilità da parte dei suoi vecchi alleati ormai stanchi dei suoi tentativi di resistere al declino politico alzando i toni della polemica oltre ogni limite, tanto da spaccare il suo stesso partito. Se il comico in disarmo Beppe Grillo e l’uomo della finanza Mario Monti rappresentano la continuazione sotto altre vesti del populismo becero della prima orda padana e del tentativo solo in parte riuscito per colpa di un inaffidabile Silvio Berlusconi di cambiare in peggio i rapporti sociali, Ingroia è la vera novità di questa campagna elettorale. Una novità pericolosa perché introduce nella politica un elemento nuovo, la fede. Non in un Dio (che dal quel punto di vista abbiamo già dato a lungo), non in un ideale, ma in una missione. Quella di liberarci dal male dovunque si annidi, costi quel che costi. L’autodefinito “partigiano della Costituzione” non conosce sfumature. Per lui il grigio non esiste. O bianco o nero. O con lui o contro di lui. Che poi è un dettaglio secondario se tra le sue truppe raccogliticce ci sono personaggi che definire ambigui sarebbe un eufemismo e sopravvissuti di mille scissioni che sono stati capaci di dilapidare patrimoni di consensi. Tanto, se le cose dovessero andar male, ad attenderlo c’è sempre il sud America. Proprio come i missionari che l’Inquisizione inviava a redimere le anime dei selvaggi.

le braghe della sinistra

diario 11/6/2012

 

Non ha dubbi Paolo Ferrero, segretario di quel che rimane di Rifondazione comunista: è arrivato il momento di “tirare su le braghe alla sinistra”. Braghe che si suppone siano invece state calate dal Pd e più ancora da Nichi Vendola pronto a partecipare alle primarie di coalizione del centrosinistra e ad avviare un percorso unitario con il partito di Pierluigi Bersani. Quindi quel che occorre fare adesso è “unire le forze che si oppongono al governo Monti da sinistra”. Detto così potrebbe anche sembrare che Ferrero e con lui i dirigenti della Federazione della sinistra facciano sul serio. Ma c’è un ma. Grande come una casa e anche di più: perché Ferrero il suo appello lo rivolge a un signore che con la sinistra, per sua stessa ammissione, poco ha a che vedere: tal Antonio Di Pietro da Montenero di Bisaccia leader e signore indiscusso dell’Italia dei Valori (anche perché chi prova a discutere viene messo ai margini o alla porta). Il quale negli ultimi mesi ha scoperto la sua vocazione di feroce oppositore del governo Monti e non ha perso occasione per accusare il Pd di inciuci e di altri misfatti.
Basta per farlo diventare “di sinistra”, come dice Ferrero, dimenticando che il suo nuovo compagno di strada è lo stesso che ha strenuamente difeso il prefetto Gianni De Gennaro dopo le turpi vicende del G8 di Genova?  Nell’ansia di trovare alleati per una forza politica che l’incapacità dei dirigenti ha escluso dal Parlamento, Ferrero deve aver riposto in un cassetto polveroso le parole di Tonino a difesa di Di Gennaro vittima della “vendetta della sinistra massimalista” che ne chiedeva la rimozione da capo della polizia, né più né meno quanto sostenevano Berlusconi, Fini e Casini all’epoca ancora alleati e amici. E si è dimenticato delle prese di posizione di Di Pietro a favore del reato di immigrazione clandestina voluto dalla Lega e all’allungamento dei tempi di detenzione in quei CPT che la sinistra ha sempre detto di voler chiudere. Così come – e in questo caso la memoria è davvero fallace – non si è ricordato che il capo dell’Idv, dopo gli scontri romani del 15 dicembre, ha prima detto (e poi smentito, secondo la miglior tradizione della politica di casa nostra) che servirebbe una sorta di nuova legge Reale per reprimere le violenze di piazza.
Se si tratti di vuoti di memoria o di puro calcolo elettorale nella convinzione che un accordo con l’Idv consentirebbe a una esangue Federazione della Sinistra di approdare nuovamente in Parlamento, Ferrero prima di porsi il problema delle alleanze dovrebbe fare uno sforzo assieme ai suoi compagni per comprendere che oggi non basta più opporsi per avere il consenso. Tanto più da quando all’orizzonte politico è apparso Beppe Grillo, sicuramente più abile di quanto non lo sia stata fino ad oggi la sinistra radicale ad intercettare il malcontento dei cittadini elettori, che c’è ed è ampiamente giustificato. Dovrebbe anche, ponendosi qualche domanda, riflettere sull’analisi del voto fatta in questi giorni dall’Istituto Cattaneo, secondo il quale proprio Idv e sinistra radicale sarebbero tra le forze politiche che cedono consensi al Movimento 5 Stelle. L’unione di due debolezze difficilmente fa una forza. Di questo passo, Paolo Ferrero, Oliviero Diliberto, Massimo Rossi e Cesare Salvi rischiano di far la fine dei quattro amici al bar di Gino Paoli. Ci sarà sempre qualcuno che preferisce andare con la donna al mare.

quante divisioni ha Saviano?

diario 3/6/2012

 

Chi ha ragione? Ezio Mauro che definisce una scemenza l’ipotesi di una “lista di Repubblica” alle prossime elezioni o Eugenio Scalfari che sullo stesso quotidiano ha giudicato “molto opportuna” la formazione “d’una lista civica apparentata con il Pd e rappresentativa del principio di legalità”, cioè una lista sponsorizzata dal gruppo editoriale che fa capo a Carlo De Benedetti?
Ad essere sinceri ci sarebbe da augurarsi che abbia ragione il primo, anche se tutto lascia pensare che sarà il secondo a prevalere e che nel marzo del prossimo anno assisteremo al debutto sulla scena politica di un altro pezzo di “società civile”, un articolo di gran moda in tempi di crisi dei partiti, a destra come a sinistra come, manco a dirlo, al centro dove si è in trepidante attesa delle decisioni di Luca Cordero di Montezemolo e della sua Italiafutura.
Intanto, qualcuno si è già esercitato –un po’ per dispetto e un po’ per vedere l’effetto che fa- a ipotizzare il nome del capolista del “partito di Repubblica”. Il primo a fare il nome di Roberto Saviano è stato Fabrizio Rondolino, già collaboratore di Massimo D’Alema da tempo in rotta di collisione con il Pd. Secondo il giornalista questa mossa servirebbe a Bersani per mettere all’angolo i “rinnovatori” di tutte le correnti interne e per garantirsi la candidatura a premier senza dover passare attraverso rischiose primarie . La stessa tesi che il giorno dopo ha sostenuto il Corriere della Sera che dava per acquisito il via libera all’operazione da parte di D’Alema e Veltroni, una volta tanto dalla stessa parte.
Ovviamente non poteva mancare la rettifica del diretto interessato, Roberto Saviano che, pur confermando di volersi impegnare in politica, ha negato di aver intenzione di candidarsi. Ma, come è noto, una smentita è una notizia data due volte. Soprattutto in politica.
In attesa di capire se il giovane scrittore napoletano amante di Ezra Pound e di Celine, deciderà di “scendere in campo” personalmente e di sapere chi saranno gli altri esponenti della società civile disposti a metterci la faccia, il pensiero non può non andare ai bei nomi messi in lista a suo tempo da Walter Veltroni, da Paola Binetti a Massimo Calearo, che si sono rivelati uno degli investimenti meno produttivi in assoluto per il centrosinistra. Ma se la speranza è che Pierluigi Bersani, uomo con i piedi ben piantati a terra, si tenga alla larga dagli special effects veltroniani, la sensazione è che l’operazione abbia il significato di una resa del Pd davanti alla crescente insofferenza dell’elettorato per le tradizionali forme partito e all’emergere di nuovi soggetti sulla scena politica. La “lista Repubblica” sarebbe l’equivalente delle liste civiche dietro le quali pensa di nascondersi il Pdl per non essere definitivamente spazzato via dalla scena. Quello del Pd sarebbe un modo per cercare di convogliare su un alleato “presentabile” i voti in libera uscita di parte del proprio elettorato e di recuperare almeno in parte quanti nel centrosinistra potrebbero essere tentati dalle sirene Di Pietro e Grillo. Ma, a questo punto, la domanda è: quante divisioni possono davvero schierare Saviano e Scalfari, quanti voti raccoglierebbero nella loro sporta? E quale prezzo rischierebbe di pagare il Pd a Carlo De Benedetti in termini di rinuncia alla propria sovranità se l’operazione avesse successo?

l'appuntamento

diario 5/5/2012

 

Adesso lo chiama appuntamento. Qualche anno fa, ai tempi della Dc e dei traballanti governi di centrosinistra perennemente in bilico avrebbe chiesto una verifica. Pierferdinando Casini, uno che nella prima Repubblica e nei suoi riti politici ha iniziato la carriera, si deve essere morso la lingua per non pronunciare una parola che era quasi sempre sinonimo di crisi alle porte e, spesso, di elezioni anticipate. Il leader dell’Udc (ma non più di quel Grande centro che è abortito sul nascere e al quale nessuno sembra ormai credere) in queste settimane si gioca molto del proprio futuro politico. Lui che sul governo Monti ha investito tutti i risparmi accumulati in anni di opposizione a Prodi prima e a Berlusconi poi è ben consapevole che questa potrebbe essere l’ultima chance per dare un futuro a una forza politica che non è mai decollata e che rischia nuovamente di essere oscurata dalla rinnovata conflittualità tra Pd e Pdl i quali, sentendo odore di elezioni e temendo di cedere troppi consensi, hanno ripreso a fare la voce grossa pur rinnovando quotidianamente le dichiarazioni di fedeltà a Monti e ai suoi tecnici.
Se Casini è nei guai, però, la colpa (o il merito, secondo i punti di vista) non è dei due maggiori partiti e dei loro timori. La responsabilità prima è proprio dei signori che siedono a palazzo Chigi i quali, chiamati a svolgere il lavoro sporco da una classe dirigente incapace di assumere responsabilità, hanno peccato di presunzione e si sono convinti di poter approfittare della debolezza della politica per far digerire al paese misure “greche”. Senza però avere il coraggio di andare fino in fondo e di incidere su settori quali la finanza, la ricchezza improduttiva, la lobby dei petrolieri ma anche quella dei tassisti che, in fondo, rappresentano il loro mondo di riferimento. I professori si sono mossi con la delicatezza di un panzer rifiutando di fatto il confronto con le parti sociali e con le stesse forze politiche che li sostengono in Parlamento convinti di essere “unti della Bce”, come se bastasse questo a tenere assieme i cocci di una nazione non nazione come l’Italia ormai contaminata da un berlusconesimo che si è diffuso come un virus ovunque, anche là dove sembrerebbe impossibile. Basta guardare la gestione “padronale” e personalistica di alcuni partiti di opposizione, dall’Idv di Antonio Di Pietro a Sel di Nichi Vendola fino al Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo per rendersi conto di quanti danni abbia fatto il “modello” imposto alla politica e alla società dal ventennio che ci separa dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi.
Pierferdinando Casini viene da una scuola politica seria, da un partito che ha gestito a lungo il potere in virtù delle sue molte anime che rappresentavano, nel bene e nel male, le anime del paese. Se vuole far fruttare il suo investimento più che a Bersani e a Berlusconi dovrebbe chiedere un appuntamento a Mario Monti. E’ a lui che dovrebbe spiegare come il consenso sociale sia fondamentale per governare un paese, tanto più in un momento di crisi come quello attuale. E, magari, dirgli che convocare i sindacati su un tema delicato come quello dei lavoratori esodati per metterli di fronte al fatto compiuto di un decreto del ministro del Lavoro, la signora Elsa Fornero, che affronta solo una minima parte del problema non è il modo migliore di governare.

Aspettando la rivoluzione

diario 20/4/2012

 

In attesa che Silvio/Mandrake e Angelino/Lothar svelino a tutti noi la rivoluzione politica del secolo qualcuno, meno fantasioso ma con le spalle ben coperte, ha deciso di giocare d’anticipo lanciando un’idea altisonante. Pierferdinando Casini, ex doroteo allievo di Toni Bisaglia, ex forlaniano, tuttora democristiano doc ha annunciato lo scioglimento di fatto del suo partito destinato a costituire l’ossatura attorno alla quale far nascere il Partito della Nazione. Che non sarà una riedizione moderna della vecchia e mai rimpianta Dc ma, se possibile, qualcosa di peggio. Perché la nuova formazione politica che si propone di raccogliere sotto le sue bandiere l’Italia moderata si preannuncia come una sorta di partito delle corporazioni sotto lo sguardo benedicente del Vaticano.
Le prove tecniche le hanno già fatte quando, nei mesi passati, in molti hanno accolto l’appello di papa Ratzinger per un nuovo impegno dei cattolici nella vita pubblica del paese e i meno generici inviti del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei. Che, in un paese dove la stragrande maggioranza dei cittadini, oltre che dei politici, è di fede cattolica non avrebbero senso se non significassero che la ricreazione è finita ed è giunta l’ora di serrare i ranghi. Più volte rappresentanti del mondo sindacale, industriale, politico, bancario, del volontariato e dell’associazionismo cattolico si sono ritrovati per discutere di come mettere in pratica le sollecitazioni. Una platea variegata, che comprendeva esponenti dei diversi schieramenti parlamentari e organizzazioni spesso in guerra tra loro, come Comunione e Liberazione e Azione Cattolica, fino ad oggi apertamente in dissenso.
Ma non saranno certo questi dettagli a frenare il progetto quando la prospettiva è di far tornare sulla scena, come unico soggetto politico, ciò che i casi della vita (e quelli giudiziari) hanno separato. A questo già di per sé ampio parterre, si dovrebbe poi aggiungere qualche noto imprenditore tentato da uno scranno governativo o illuso di giocare da play maker e persino qualche laico, in versione foglia di fico, da spendere per poter negare di essere un partito confessionale, quale neppure la Dc nella sua lunga e travagliata storia è mai stata. Non è un caso che il primo a storcere il naso di fronte all’iniziativa di Casini sia stato il suo alleato Gianfranco Fini il quale si rende ben conto che il nuovo partito potrebbe segnare la fine del lungo percorso che lo ha portato ad affrancarsi dal retaggio fascista per approdare a posizioni, specie sui temi dei diritti, spesso sgradite alla chiesa e a quel mondo che, da un lato e dall’altro dell’emiciclo parlamentare, continua a ritenersi, prima di ogni altra cosa, democristiano.
Casini è un uomo abile, dotato di fiuto e di furbizia: ha saputo defilarsi al momento giusto, dopo aver capito che l’alleanza con Berlusconi lo avrebbe trascinato a fondo nel volgere di pochi anni. Ha intuito per tempo ciò che Fini ha compreso in ritardo, anche se poi è stata proprio la rottura di quest’ultimo con il leader del Pdl a determinarne la caduta e lo sfaldamento di un partito che oggi è dilaniato da sempre meno celate rivalità e faide interne.
Con la sua mossa il leader dell’Udc (che ha ancora nel Pdl buoni amici che gli hanno anticipato che qualcosa si stava muovendo) ha buttato sul tavolo il jolly, sperando di attirare i delusi alla Beppe Pisanu (anch’egli ex Dc, pur se proveniente da una corrente diversa) e anche qualche scontento del Pd, dove i malumori tra le due anime del partito sono ben visibili anche agli osservatori meno attenti.
Una mossa, insomma, da non sottovalutare perché se malauguratamente avesse successo potrebbe significare la nascita di un partito egemone, senza contrappesi a fermarne lo strapotere. Tanto più che mai come ora le opposizioni sono state tanto divise, con un Di Pietro che gioca a fare il Bossi “di sinistra” (e qui le virgolette sono necessarie), la Federazione della sinistra che non riesce ad esprimere un programma sensato che vada oltre il no a tutto e al contrario di tutto e Nichi Vendola che oscilla tra la tentazione governativa e la paura di perdere i consensi per ora virtuali che i sondaggi gli assegnano. Mentre il Pd, all’interno del quale si alzano le voci di quanti come Casini premono perché il governissimo dei tecnici non sia una esperienza da chiudere dopo il voto del 2013, si ritrova nuovamente a correre il rischio di affrontare una lunga campagna elettorale senza alleati. Che, forse, lo vedrà primo partito nel paese. Ma costretto o ad essere subalterno nel caso di una affermazione consistente del nuovo partito di Casini o ricattabile ed esposto ai capricci di compagni di strada inaffidabili, come ai tempi dell’Unione.
  

facce da forca

diario 8/2/2012

 

Che Antonio Di Pietro sia contro il provvedimento svuota carceri non mi stupisce. Da uno che quando era magistrato ha usato la carcerazione preventiva come strumento di pressione per costringere gli arrestati a confessare, tanto da far pronunciare all’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro la famosa frase sul tintinnar di manette sventolate in faccia all’imputato, era logico aspettarselo.
Così come, tutto sommato, è nell’ordine naturale delle cose che i più feroci oppositori di un provvedimento all’acqua di rose come quello del ministro Paola Severino che dovrebbe portare all’uscita anticipata dal carcere di poche migliaia di condannati ai quali restano da scontare diciotto mesi di pena da trascorrere ai domiciliari siano i leghisti. Quei signori che hanno costruito la propria fortuna politica grazie ad Antonio Di Pietro e a Tangentopoli, gli stessi che una ventina di anni fa, proprio in questo periodo dell’anno, stazionavano davanti al Tribunale di Milano inneggiando alla galera. Gli stessi, vale la pena ricordarlo, che batterono le mani al deputato lumbard Luca Leoni Orsenigo quando il 16 marzo 1993 si presentò nell’aula di Montecitorio ostentando un cappio.
Certo, in quegli anni Di Pietro e i leghisti erano in buona compagnia, accanto ai missini Gasparri, Buontempo, Pasetto e Nania che il primo aprile dello stesso anno circondarono la Camera al grido “arrendetevi, siete circondati”. Lo stesso Gasparri che – come ricorda il sito storaciano Destra di Popolo – affermava “per me Di Pietro è un mito”. Più o meno quello che pensava e affermava il direttore del berlusconiano Tg4 Emilio Fede, il più attento ed entusiasta resocontista delle retate milanesi delle quali dava conto grazie al povero Paolo Brosio costretto a rimanere per mesi davanti a palazzo di Giustizia. Nessuno di loro al tempo si sarebbe lontanamente sognato di accusare quei giudici di essere eversori e para brigatisti.
Ma si sa, le cose cambiano. In fretta e tanto, secondo la convenienza. Così, mentre a Di Pietro va almeno riconosciuta una certa tragica coerenza, per Bossi e compagni lo stesso non si può dire visto che per tre lustri abbondanti hanno approvato tutte le peggiori leggi ad personam ad uso e consumo dell’amico Silvio Berlusconi e in tempi recenti con il loro voto hanno salvato dalla cella l’ex sottosegretario Nicola Cosentino, il politico campano che secondo la Procura napoletana sarebbe il referente politico del clan camorristico dei Casalesi.

La casta non esiste

diario 27/12/2011

 

La mia non è una provocazione, è una convinzione. La Casta non esiste. E’ solo una fortunata semplificazione giornalistica di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. Fortunata ma pericolosa perché tende a far si che con una parola si intendano tutti quelli che fanno politica, come se fossero tutti uguali, tutti ladri o mascalzoni nessuno escluso. E invece non è così. Sono profondamente convinto che nonostante tutto, nonostante lo scadimento complessivo di una classe dirigente che si è spesso rivelata inadeguata, non tutti siano uguali.
Gli slogan ad effetto servono a vendere libri, a dispensare moralismo dagli schermi della tv, a far diventare icone del buon giornalismo e della buona politica personaggi beceri come Marco Travaglio, a costruire le fortune elettorali di finti moralizzatori alla Di Pietro, di populisti alla Bossi. Non aiutano però a capire. Semmai il contrario. Dire che sono tutti uguali in fondo contribuisce ad assolvere i mascalzoni veri. Il “così fan tutti” è il polverone dietro il quale si nascondono quelli che hanno qualcosa da nascondere.
Non mi piacciono le generalizzazioni anche perché ho fatto e faccio parte di una categoria che spesso ne è stata vittima. Troppe volte ho subito i luoghi comuni di chi diceva che i giornalisti in fondo non fanno un cazzo, guadagnano troppo, non pagano il cinema e lo stadio, hanno un sacco di privilegi. Pochi giorni fa su una fesseria del genere è scivolata anche il ministro Elsa Fornero che ci ha accusato di essere contigui al potere. Sarebbe vero se i giornalisti italiani fossero quei 50/60 dei quali si parla, quelli che appaiono nei salotti tv, che scrivono tre libri l’anno raccontando sempre le stesse cose e le stesse persone, che vanno in vacanza con la carta di credito aziendale o allestiscono sceneggiate ad uso e consumo del potente di turno. Se non ci fossero i tanti anonimi senza i quali i giornali non sarebbero in edicola, i precari sfruttati e sottopagati, i giovani colleghi che rischiano ogni giorno la pelle scrivendo di mafia, camorra, ‘ndrangheta per pochi soldi e con grande onestà.
Sono convinto che se domandassimo a chiunque, anche ai più informati, di elencare per nome cento politici, pochi saprebbero rispondere. Eppure tutti sembrano concordi nel condannarli in blocco. Non certo per colpa di Rizzo e Stella, naturalmente. Loro hanno solo raccontato dei fatti che riguardano singole persone e singole responsabilità. L’antipolitica non nasce da loro, ha radici lontane in questo paese. Rinverdite agli inizi degli anni Novanta, all’epoca di Mani pulite, da chi sul discredito altrui cercava la propria legittimazione: la destra fascista che “assediava” il Parlamento (chi ha buona memoria ricorderà in prima fila Francesco Storace e Maurizio Gasparri) e lanciava monetine ai deputati; la Lega di Umberto Bossi che tuonava contro la corruzione e si alleò con il cavalier Silvio Berlusconi; lo stesso Berlusconi che, dopo aver prosperato all’ombra del famigerato CAF (Craxi-Andreotti-Forlani) ebbe la spudoratezza di presentarsi come “l’antipolitico” contando sulla scarsa memoria degli italiani; Antonio Di Pietro, il magistrato tutto d’un pezzo che non ha esitato un momento nel buttare la toga alle ortiche per entrare a far parte di quella stessa “casta” che aveva inquisito e che può vantarsi di aver portato in Parlamento gentiluomini del calibro di De Gregorio, Razzi e Scilipoti.
Il codice penale ci insegna che la responsabilità è personale. Un principio che non dovrebbe mai essere dimenticato. Liberiamoci dai mascalzoni e dagli incapaci, d'accordo. Ma chiamandoli per nome, uno a uno. Continuando a giocare con le parole, per quanto evocative possano essere, il rischio è che nulla cambi e che fra qualche anno ci ritroveremo ancora a lamentarci delle stesse cose, delle stesse persone. Che saranno ancora lì.

Mr. Monti e la falsa opposizione

diario 13/12/2011

 

Alla fine, come in ogni storia che si rispetti, vivranno tutti felici e contenti. Monti e i suoi professori, i partiti che sostengono il governo per amore o per forza e le opposizioni, quella dura e pura della Lega, l’intransigente Antonio Di Pietro, il filosofo Nichi Vendola e i leaderini dei partini dello zero virgola per cento. Gli altri, quelli dei quali ci si ricorda solo ogni cinque anni oppure non appena servono quattrini per riempire le casse dello Stato saranno meno felici, questo è certo. Ma non importa. Quante favole danno conto degli abitanti del villaggio? L’importante è che stiano bene quelli che vivono nel castello. O no?
Quando la manovra andrà in porto i protagonisti della nostra storia tireranno tutti un gran sospiro di sollievo. Comprensibile e scontato quello del premier e dei suoi ministri pur se chiamati a recitare il ruolo dei cattivi da una classe politica inetta che nulla ha fatto negli anni scorsi per rimediare una situazione economica che peggiorava giorno dopo giorno. Comprensibile anche la soddisfazione di Silvio Berlusconi che almeno questa è riuscita a risparmiarsela e a scaricare su altri la responsabilità di una manovra dura e sostanzialmente iniqua. Sorrideranno anche Pierluigi Bersani, Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini. Il primo perché potrà vantarsi di aver indotto il governo a modificare almeno in parte gli aspetti più aspri e impopolari del decreto, gli altri due perché sarà la conferma che l’uscita di scena del reuccio di Arcore rende possibile in questo paese la nascita di una destra liberale dal volto pulito e presentabile.
Ma non saranno gli unici felici. A gioire assieme a loro ci saranno quasi tutti quelli che in queste settimane hanno menato grande scandalo per le misure contenute nel decreto, a cominciare da quel Raffaele Bonanni della Cisl che dopo aver sottoscritto (non più tardi di oggi) ogni decisione di Confindustria e di Sergio Marchionne finge di protestare sapendo bene che tanto non servirà a nulla, se non a costringere la Cgil ad accettare lo pseudo sciopero di tre ore di ieri pur di non rompere il fronte sindacale.
Quanto alla Lega, che si proclama unica opposizione parlamentare e ha rispolverato vecchie e inutili parole d’ordine, la manovra le ha ridato una boccata d’ossigeno. Bossi può oggi millantare ai suoi elettori un partito unito nel quale le lotte a coltello dei mesi scorsi tra i fedelissimi del cerchio magico e i maroniani sono finalmente sopite (anche se pronte a riesplodere tra qualche mese, quando si dovranno decidere le alleanze elettorali per il 2013) e può tornare ad attaccare il suo amico Silvio per la felicità di una base che mal digeriva il sostegno incondizionato all’ex premier.
Sull’altra sponda, a far da contraltare al Senatur, Antonio Di Pietro, autoproclamato leader della sinistra di lotta, entusiasta sostenitore degli scioperi sindacali, lui che da magistrato a Milano ebbe un momento di gloria all’inizio degli anni Novanta (e i complimenti del presidente della Repubblica dell’epoca Francesco Cossiga) per aver appeso sulla porta della sua stanza in Procura un cartello nel quale, in occasione di uno dei rari scioperi dei magistrati per la riforma della giustizia, era scritto “qui non si sciopera, si lavora”. Il titolare unico dell’azienda Italia dei Valori, colui che ha difeso il capo della polizia dopo le violenze del G8 di Genova, che ha riproposto il fermo di polizia dopo gli scontri del 15 ottobre scorso a Roma, che ha portato in parlamento personaggi del calibro di Scilipoti e Razzi e prima ancora De Gregorio, oggi è sulle barricate per invocare equità e sviluppo. Tacendo sul fatto che fino a tre anni fa faceva parte di una coalizione che ha governato il paese e che ben poco ha realizzato da questo punto di vista persa com’era in beghe tra ministri che poi hanno consegnato nuovamente il paese a Berlusconi.
Ci sono poi gli altri: Nichi Vendola, Paolo Ferrero, Oliviero Diliberto. La “sinistra” senza centro, quella che negli anni si è assunta la responsabilità di far saltare il banco dei governi di centrosinistra e che oggi paga le proprie scelte politiche con l’esclusione dal parlamento per volontà degli elettori. Vendola, il presidente della regione Puglia che per un attimo si è immaginato leader della coalizione di centrosinistra come se le leadership venissero determinate dalle simpatie della stampa invece che dagli elettori, colui che era pronto a versare 210 milioni di euro dei contribuenti a don Verzè per realizzare a Taranto il san Raffaele del Mediterraneo, come i due co-leader della Federazione della Sinistra Diliberto e Ferrero (che non riescono nemmeno a mettersi d’accordo sulla costruzione di un soggetto politico unico, perché questo comporterebbe la rinuncia di uno dei due alla segretaria) non vivono momenti facili dal punto di vista politico. L’esclusione dalle camere comporta il venir meno del finanziamento pubblico e della visibilità. Cercare di cavalcare lo scontento è l’unica arma di cui dispongono. Anche se, almeno stando ai sondaggi, sembra ormai un’arma spuntata: i loro consensi sono stati erosi dai grillini e dall’anti politica. A forza di dire che gli altri sono tutti uguali non hanno ottenuto altro risultato che di essere accomunati, non senza ragione, alla “casta”. Oggi hanno ben poche speranze di lucrare qualcosa, in termini di consenso, dalla manovra del governo. Almeno in questo, per una volta, saranno davvero vicini al “popolo”.

la foglia di fico

diario 6/12/2011

 

La manovra economica del governo Monti non mi piace. Non ne condivido la filosofia di fondo e il fatto che ancora una volta si è scelta la strada più facile, quella di andare a colpire quei ceti medi produttivi che costituiscono l’ossatura del paese e che negli ultimi anni hanno dovuto supplire, mettendo mano al portafoglio, alle carenze di uno stato che si è dimostrato non in grado di avviare politiche economiche degne di questo nome e di arginare una crisi che non è nata tre settimane fa o l’estate scorsa ma ha radici più lontane. Una crisi che il governo di Silvio Berlusconi ha pervicacemente negato per tre anni tacciando quanti ne parlavano come anti italiani, menagramo e altre idiozie del genere. Salvo poi ritrovarsi travolto, lui e il suo governicchio di prestigiatori da dopolavoro, da una realtà negata fino all’ossessione.
Non mi piace la manovra, dicevo, anche se credo che le cose non potessero andare diversamente. Per vari motivi. Primo fra tutti il fatto, evidente, che essendo il governo frutto di un compromesso tra forze politiche lontane tra loro anni luce Mario Monti non poteva certo (ammesso e non concesso che fosse nelle sue corde) fare diversamente. Doveva cercare di accontentare gli “azionisti di maggioranza” – Pd e Pdl – o quantomeno non scontentarli troppo. Lo ha fatto, forte di una emergenza reale e dell’appoggio non disinteressato delle istituzioni europee. Che poi siano loro a vedersela con i loro elettori. Monti non ha un partito, non credo cerchi riconferme, se ne frega altamente se tra diciotto mesi qualcuno pagherà un prezzo in termini elettorali per averlo sostenuto. Al più, la sua ambizione potrebbe essere quella di succedere al suo “padrino” politico ovvero Giorgio Napolitano. E, forse, non sarebbe nemmeno la peggiore delle ipotesi.
Oggi sa di ipocrisia il lamento di chi nei due maggiori partiti dice che si aspettava altro. Mario Monti è stato chiamato per fare il lavoro sporco. Il suo governo è la foglia di fico dietro la quale si nascondono coloro che non hanno avuto il coraggio o la forza di decidere quando ne hanno avuto l’opportunità. Il governo dei tecnici, gente che tra diciotto mesi tornerà nella stragrande maggioranza dei casi alla propria occupazione, a questo serve. Non è stata commissariata la politica. La politica ha scelto di farsi commissariare per comodità, per becero calcolo di comodo. In questo gioco delle parti l’unico coerente (e vincente) è Pierferdinando Casini che ha avuto il coraggio di scindere le proprie responsabilità da Berlusconi quando ancora il cavaliere sembrava invincibile e che oggi non finge uno scontento che non prova ma si schiera apertamente a sostegno di Monti.
Tra gli ipocriti, tanto per cambiare, un posto in prima fila lo merita anche la Conferenza episcopale italiana che oggi ci ha fatto sapere tramite monsignor Giancarlo Bregantini che la manovra “poteva essere più equa”. Vero, come negarlo? Certo sarebbe stato bello se per una volta la Chiesa avesse anche dato un segnale di reale partecipazione alle sorti del paese, magari rinunciando ai lauti finanziamenti alle scuole private cattoliche che già possono contare sulle rette degli studenti o alla esenzione dell’Ici per le strutture ecclesiastiche non destinate ad attività religiose. Sarebbe stato sufficiente dirlo che tanto si sa che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Ma non ci hanno neppure provato. Alla faccia dell’equità.
E, sempre parlando di ipocriti non sfugge neppure Antonio Di Pietro che per puro calcolo elettorale e sicuro del fatto che anche senza i voti dell’Idv il governo avrà la maggioranza per andare avanti, minaccia di sbattere la porta come un Bossi qualsiasi, leader di un partito condominiale che proclama la morte dell’Italia senza avere il coraggio (che un anno e mezzo passa presto e c’è il rischio che qualcuno a tempo debito gli rinfacci l’ennesimo voltafaccia) di rispolverare la secessione accontentandosi di una più blanda “indipendenza condivisa” della Padania. Cioè un bel nulla.
Piaccia o non piaccia la manovra facciamocene una ragione, questa è e questa sarà anche dopo il voto delle Camere, nonostante gli scioperi e le manifestazioni dei sindacati. Che, grazie alla sapiente regia del segretario della Cisl Bonanni per un triennio guardaspalle del governo Berlusconi e degli innovatori alla Marchionne, arrivano all’appuntamento indeboliti e divisi. L’unica speranza vera di discontinuità con il precedente governo che possiamo avere oggi è nei comportamenti, nel rapporto del governo con le altre istituzioni repubblicane, nel rispetto anche formale dei ruoli, delle leggi e della Costituzione, nel ristabilire regole di convivenza in un paese che Berlusconi e i suoi hanno portato al degrado totale.