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loscarafaggio

salvatori della patria

diario 18/1/2013

 

Nutro da sempre una profonda diffidenza nei confronti di coloro che si sentono investiti da una missione, dei portatori di verità. Mi ricordano quei bravi uomini in abito talare inviati secoli fa a convertire alla vera religione gli indios sud americani. Talmente compresi nel loro sacro dovere da infliggere a quei poveracci senza dio anche le peggiori torture pur di salvare loro l’anima.
Uno zelo che in questi ultimi tempi ritrovo nello slancio impetuoso con il quale molti esponenti della “società civile” (che per me resta un oggetto indefinito, un non senso) hanno abbracciato la politica. In un paese che ha già visto e scontato sulla propria pelle salvatori della Patria del calibro di Silvio Berlusconi o, più modestamente, di Antonio Di Pietro, si sono di recente proposti come nuovi redentori un comico, un tecnico e un giudice. Tutti e tre decisi a salvare dalla perdizione una Nazione altrimenti destinata a un rapido e definitivo declino. Beppe Grillo, il primo del trio in ordine di apparizione, non propone nulla se non se stesso e le sue battutacce ormai scontate. Il suo programma si sintetizza in poche parole: tutti fuori dalle palle che ci adesso ve la do io l’Italia. Magari strizzando l’occhio ai fascisti di Casa Pound e cacciando fuori dai confini gli immigrati. Come e peggio di un leghista della prima ora, alla Borghezio tanto per capirci. Il secondo, arrivato a palazzo Chigi un anno fa dopo aver rappresentato l’Italia in Europa su delega di Silvio Berlusconi (e della finanza internazionale) ci ha spiegato in questi giorni che ritiene suo preciso dovere salvare l’Italia dallo sfascio. E per questo è ben deciso a continuare da politico l’opera cominciata con la casacca di tecnico. Non ci ha detto (anche se si è lasciato scappare di aver votato Forza Italia nel 1994) che la sua decisione, a molti incomprensibile, è figlia di quel voto di quasi venti anni fa ed è maturata negli stessi ambienti che a suo tempo sostennero l’avventura vincente dell’uomo di Arcore nella ingenua convinzione di poterlo controllare, di farne uno strumento dei propri interessi, sottovalutandone le capacità, il fiuto e le ambizioni. Oltre che quella vena di onnipotente follia che, con il passare degli anni, ha portato Berlusconi ad essere ingombrante e impresentabile, dannoso anche per chi lo aveva aiutato nella scalata al potere, cioè il mondo dell’industria e della finanza. Lo stesso mondo che oggi investe su Mario Monti, il quale offre bel altre garanzie di lealtà e di immagine negli ambienti che contano in Europa e oltre oceano.
Ultimo in ordine cronologico a “prestarsi alla politica” il magistrato palermitano Antonio Ingroia, a ben vedere l’unico del terzetto ad essere realmente un “uomo di fede”, a credere ciecamente nella propria missione salvifica e a essere disposto a portarla avanti a qualsiasi prezzo, a differenza del suo più noto predecessore (e oggi suo sponsor) Antonio Di Pietro che dietro la facciata di uomo tutto d’un pezzo si è, nel corso degli anni, ben adattato e adagiato alle forme della politica politicante. Che avrebbe continuato a praticare se avesse trovato maggiore disponibilità da parte dei suoi vecchi alleati ormai stanchi dei suoi tentativi di resistere al declino politico alzando i toni della polemica oltre ogni limite, tanto da spaccare il suo stesso partito. Se il comico in disarmo Beppe Grillo e l’uomo della finanza Mario Monti rappresentano la continuazione sotto altre vesti del populismo becero della prima orda padana e del tentativo solo in parte riuscito per colpa di un inaffidabile Silvio Berlusconi di cambiare in peggio i rapporti sociali, Ingroia è la vera novità di questa campagna elettorale. Una novità pericolosa perché introduce nella politica un elemento nuovo, la fede. Non in un Dio (che dal quel punto di vista abbiamo già dato a lungo), non in un ideale, ma in una missione. Quella di liberarci dal male dovunque si annidi, costi quel che costi. L’autodefinito “partigiano della Costituzione” non conosce sfumature. Per lui il grigio non esiste. O bianco o nero. O con lui o contro di lui. Che poi è un dettaglio secondario se tra le sue truppe raccogliticce ci sono personaggi che definire ambigui sarebbe un eufemismo e sopravvissuti di mille scissioni che sono stati capaci di dilapidare patrimoni di consensi. Tanto, se le cose dovessero andar male, ad attenderlo c’è sempre il sud America. Proprio come i missionari che l’Inquisizione inviava a redimere le anime dei selvaggi.

elezioni, c'è poco da stare allegri

diario 8/5/2012

 

Come il commissario Rock della brillantina Linetti, capita anche a Giorgio Napolitano di commettere qualche errore. Uomo di grande esperienza politica, al quale va il merito di aver impedito che il legame tra cittadini e istituzioni si logorasse definitivamente in questo ultimo quinquennio, il presidente della Repubblica non può non ricordare che, giusto una ventina di anni fa, un suo predecessore al Colle, Francesco Cossiga cercò di dare una scossa alla politica dell’epoca, in crisi come oggi. Il 5 aprile 1992 si erano svolte le elezioni per il rinnovo delle Camere e la Lega, che fino a pochi giorni prima poteva contare su un solo parlamentare (il Senatur Umberto Bossi) e una base elettorale che non arrivava ai duecentomila voti, era arrivata a sfiorare i quattro milioni di consensi. Un terremoto certo più devastante, per i partiti, di quanto non siano i risultati delle amministrative di ieri che peraltro hanno riguardato solo un quinto dell’elettorato. Cossiga decise di rimettere il mandato con un paio di mesi di anticipo sulla scadenza naturale, sperando che il suo gesto costringesse le forze politiche tradizionali a una seria riflessione sulle ragioni di quanto stava accadendo nel paese.
A Napolitano non avrebbe senso chiedere un gesto simile a quello di Cossiga. Ma certo gli si può suggerire di evitare di cavarsela, di fronte ai risultati delle urne e all’emergere di nuovi soggetti politici e soprattutto davanti alla conferma della disaffezione degli elettori rispetto a certe forme e rituali della politica (per non parlare degli scandali che hanno riguardato indistintamente forze di maggioranza e di opposizione) con una battuta. “Il solo boom che ricordo è quello degli anni Sessanta”, ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano un commento sui risultati delle liste del Movimento 5 Stelle. Un errore, anche perché consente al battutista genovese di replicare a modo suo.
Quanto al voto di ieri, è sinceramente difficile capire il perché dell’esultanza della sinistra. Gli unici elementi positivi sono la disfatta del Pdl e il tracollo soprattutto in Lombardia della Lega. Per il resto sarà anche vero che il Pd ha tenuto, ma ad un prezzo molto alto come è stato quello di doversi presentare in molti casi agli elettori con candidati improbabili imposti da primarie “taroccate” come è avvenuto a Palermo con il giovane Ferrandelli che ha battuto Rita Borsellino grazie all’appoggio di Raffaele Lombardo. O come a Genova dove è stato costretto (come già a Milano un anno fa) a digerire la scelta di un outsider come Marco Doria, un ex comunista senza tessera dalle caratteristiche simili a quelle di Pisapia. Né hanno motivo di gioire quanti interpretano il buon risultato e la probabile elezione di Leoluca Orlando a sindaco di Palermo come una rivincita della politica “buona”. Orlando, candidatosi contro la volontà del suo leader Antonio Di Pietro, tutto può essere definito tranne che “nuovo”: già sindaco democristiano del capoluogo siciliano, ottenne un secondo mandato come candidato della Rete, una invenzione politica del gesuita padre Pintacuda, suo mentore. Si parlò di “primavera palermitana”, anche se probabilmente a non essere d’accordo con questa definizione era Giovanni Falcone che da Orlando venne attaccato con l’accusa di nascondere nei cassetti le carte che accusavano politici siciliani e non (leggi Andreotti) di rapporti con la mafia.
Se qualcuno ha motivo di essere contento sono solo i giovani “grillini”, chiamati ora a confrontarsi con la dura realtà. Dovranno dimostrare di non essere l’ennesimo fuoco di paglia, la calamità dell’insofferenza dei cittadini e contribuire a governare le loro città. Qualcosa di più serio e complesso che non sparare insulti e slogan ad effetto da un palco, come ha fatto fino ad oggi il loro leader.
Da ultimo, tra gli scontenti figurano a buon diritto il presidente del Consiglio Mario Monti e quegli esponenti del governo tecnico che fino a ieri coltivavano ambizioni politiche. Il testo elettorale ha nettamente bocciato queste ultime e ha esposto il governo senza maggioranza propria al rischio di “tirare a campare” schiacciato tra la voglia del Pd di incidere maggiormente sulle scelte dell’esecutivo e la tentazione dei berluscones del Pdl di far pesare ancor più di quanto abbiano fatto finora i propri voti in parlamento. Sapendo che sarà la loro ultima occasione perché nel prossimo saranno minoranza. Anche se, come diceva il Trap, è sempre meglio “non dire gatto se non l’hai nel sacco”.

il prestigiatore

diario 7/2/2012

 

Et voilà. Un gesto rapido con la mano e il pubblico si distrae quel tanto che basta perché il mago possa eseguire non visto il proprio trucco. Ma solo quelli davvero bravi ci riescono sempre. Purtroppo per lui, Gianni Alemanno non è David Copperfield o il più casareccio Silvan. E’ un maghetto della domenica, un dilettante da dopolavoro, di quelli che girano tra i tavoli dei ristoranti facendo spuntare palline rosse nascoste tra le dita. Che ormai lo fanno anche i bambini.
Non gli è bastato farsi vedere in qualche compiacente telegiornale con la pala in mano (e il sale da cucina) mentre spalava la neve che ha coperto la capitale, non è stato sufficiente tuonare in decine di interviste a giornali e tv contro la perfida protezione civile. Si è fatto beccare come un pollo alle prime armi. Lui, lo scalatore di mille vette, l’esperto e intrepido alpinista, uso a sfidare i ghiacciai di mezzo mondo questa volta è scivolato su una trentina di centimetri di neve. Quella che, annunciata da giorni, ha imbiancato e paralizzato Roma che, ancora oggi, a quattro giorni dai primi fiocchi, stenta a liberarsi del ghiaccio e a riprendere la vita normale.
Nel 1986, l’allora sindaco Ugo Vetere ebbe almeno il buon gusto di chiedere scusa ai romani. Che, comunque non lo perdonarono e punirono la sua amministrazione alle elezioni amministrative. Perché i romani sono così: possono tollerare tutto, le assunzioni clientelari di amici e parenti, gli impegni da campagna elettorale non mantenuti, il degrado quotidiano e ben visibile della sicurezza. Ma a farsi prendere per il culo non ci stanno. E prima o poi si vendicano. Da venerdì 3 febbraio Alemanno è ormai un ex sindaco.
 

finché morte non li separi

diario 23/11/2011

 

non sarà certo una cena mancata a segnare il divorzio tra Bossi e Berlusconi, uniti da un vincolo indissolubile come solo un matrimonio d’interessi può creare. “Silvio mi ha invitato ad andare a casa sua stasera – ha raccontato lunedì pomeriggio il Senatur ai suoi riuniti a via Bellerio – ma io ho detto no”. Come un’amante che ogni tanto si rifiuta all’amato, respinge sdegnosa fiori e regali, ma alla fine torna a dire si.
Il gran rifiuto non è un abbandono definitivo, ma una temporanea presa di distanza. Una mossa tattica che dovrebbe consentire a Bossi di recuperare all’interno della Lega quel consenso che negli ultimi anni si era ormai appannato proprio a causa del legame con il Cavaliere di Arcore. Il quale a sua volta, grazie al rapporto privilegiato con la Lega, aveva visto prima l’Udc di Casini e poi la pattuglia finiana sfilarsi in attesa di tempi migliori.
Partito territoriale pur se con forte vocazione ministeriale, la Lega sa benissimo che da sola non andrà da nessuna parte. Neppure se da qui al 2013 riuscirà ad aumentare i propri consensi e a riportare a casa quelle migliaia di militanti che negli anni hanno manifestato una crescente insofferenza per il prezzo pagato all’alleanza con il Pdl. Senza Berlusconi Bossi è nulla più che il capo di una tribù chiusa nella riserva. E senza l’Umberto, l’ex presidente del Consiglio non ha nessuna chance di tornare a Palazzo Chigi o di mandarci una sua controfigura.
Un palazzo che ha lasciato malvolentieri non per senso di responsabilità come va dicendo ai quattro venti ma perché costretto dalla ormai evidente mancanza di una maggioranza parlamentare che lo sostenesse. “Non sono stato sfiduciato”, ripete ossessivamente, fingendo di dimenticare che se avesse chiesto la fiducia alla Camera il suo partito si sarebbe liquefatto come il sangue di san Gennaro con l’uscita in massa dei parlamentari di provenienza democristiana, da Scajola a Pisanu.
Le dimissioni gli hanno per ora consentito di salvare il partito dallo sfascio. E questo gli dà modo di atteggiarsi ad azionista di maggioranza del governo Monti. Ma sa benissimo che il suo è solo un bluff, che la fronda è sempre vigile e pronta a scaricarlo alla prima mossa avventata, alla prima minaccia di ritirare la fiducia ai tecnici. Ha bisogno di tempo, Berlusconi, per tentare un disperato e tardivo ricompattamento delle sue truppe. Così come ha bisogno di tempo Bossi per giocarsi la carta dell’orgoglio padano e mettere a tacere il dissenso di vertice e di base. Abile giocatore, il traballante leader della Lega ha già cominciato ad alzare i toni: i due schiaffi sul collo ricevuti negli ultimi due giorni con l’approvazione del decreto su Roma Capitale e le dichiarazioni di Napolitano sul diritto di cittadinanza per i figli di stranieri nati in Italia sono stati un tonico inaspettato.
La campagna di primavera, quando si terranno le elezioni amministrative, è già cominciata.
Si vedrà allora se Bossi e Berlusconi saranno riusciti nella loro missione impossibile. Se i risultati daranno loro ragione (e se, nel frattempo, Berlusconi non avrà subito condanne per reati infamanti tali da rendere obbligata una sua definitiva uscita di scena), avranno ancora un anno di tempo per chiudere i conti all’interno dei rispettivi partiti e riproporre un’alleanza elettorale nel 2013.   
 

l'autunno del patriarca

diario 14/10/2011

 

Tra le tante citazioni che vengono attribuite a torto o a ragione a Giulio Andreotti una in particolare si adatta al Berlusconi di oggi: meglio tirare a campare che tirare le cuoia. Politicamente si intende.
I 316 si ottenuti alla Camera non rappresentano un successo, ma la conferma che un ciclo è finito. Anche se lui si ostina a non prenderne atto neppure davanti all’evidente progressivo sfaldamento di quella che fu la più ampia maggioranza parlamentare mai avuta da un governo italiano. A dieci mesi di distanza da quel 14 dicembre dell’anno scorso, quando la spallata di Fini e dei suoi futuristi venne vanificata da un altro voto di fiducia (e dal voltafaccia sospetto di molti deputati), le truppe filo governative sono ormai ridotte ai minimi termini. Oggi a Montecitorio, il governo ha una maggioranza numericamente molto più fragile di quella sulla quale poteva contare al Senato il debole governo Prodi che l’ha preceduto. E molto più rissosa e divisa.
Parlando ieri alla Camera, Berlusconi si è giocato l’ultima carta: se cado io, ha detto, l’alternativa sono le elezioni. Il che per molti parlamentari significherebbe la definitiva uscita di scena. Ma il primo a non prendersi sul serio molto probabilmente è proprio lui. Sa fin troppo bene che dietro l’angolo c’è altro, il governo di “salvezza nazionale” invocato da Pierferdinando Casini e accettato dal Pd e dall’Italia dei Valori. Che non dispiacerebbe per niente a molti degli attuali alleati di Berlusconi, pronti a cambiare o a ricambiare casacca e a garantire il proprio voto al nuovo esecutivo. D’altra parte, la decisione di sciogliere le Camere è di esclusiva competenza del presidente della Repubblica obbligato a verificare se esistono maggioranze alternative. Berlusconi ne è consapevole (anche perché ricorda il governo Dini del 1994) e si rende conto di avere in mano una pistola ad acqua che non spaventa nessuno. Ma intanto tira a campare. Assomigliando ogni giorno di più ad un personaggio di Gabriel Garcia Marquez. Solo nel suo palazzo ormai disertato anche dalle bellezze a gettone, circondato da adulatori e postulanti che cercano di trarre gli ultimi vantaggi dal suo bisogno disperato di compagnia, aspetta la morte politica ormai imminente e ineluttabile. Il denaro, il potere ostentato, le lusinghe, il tentativo quasi maniacale di nascondere il declino fisico non bastano più ad allontanare lo spettro di una fine ingloriosa e triste. Così come non è sufficiente il tentativo di sopravvivere a se stesso e al proprio declino affidando la successione al delfino designato, forse l’unico vero amico rimastogli, sempre più simile a un soldato giapponese disperso nella giungla.
La prossima fermata potrebbe essere l’ultima, questione di giorni o di settimane poco importa. I giochi sono fatti.

sognando California

diario 27/7/2011

 

V come viaggio. Come Vendola. Come Veltroni.
“Non sono un uomo in carriera. E non voglio immaginare di fare sempre la stessa cosa. Voglio girare il mondo, passare un anno a New York, un altro a Salvador de Bahia. E poi vorrei scrivere libri, imparare altre cose, studiare”, ci fa sapere, con una intervista a Panorama, Nicki Vendola, leader di Sinistra ecologia e liberà e autocandidato leader della colazione di centrosinistra alle elezioni politiche del 2013.
“Non so quanto tempo mi impegnerà l’incarico di sindaco. Ma comunque a un certo punto finirà e invece di diventare uno di quei politici per i quali si cerca un posto in un consiglio di amministrazione vorrei dedicarmi alla questione dell’Africa”, ci illudeva, nel marzo 2001, Walter Veltroni, all’epoca ancora primo cittadino della Capitale, appena reduce da un viaggio nel Continente Nero e dalla pubblicazione di un libro su quella esperienza, Forse Dio è malato. Come è andata si è visto: Veltroni ha guidato il centrosinistra alla sconfitta del 2008 e di Africa non ha più parlato.
Moderni Cincinnato, Nicki e Walter non cercano onori. I due coltivano un sogno. Che, sinceramente, sarebbe lo stesso di molti di noi. Vederli partire, avere di loro saltuarie notizie da paesi lontani, dall’Africa, dall’America del Nord o dal Brasile ci renderebbe felici. Quello che non vorremmo, o perlomeno non vorrei io, sarebbe saperli tristi, alle prese con i crucci quotidiani della politica, impegnati in noiose riunioni di consigli di amministrazione.
Dai Nichi, dai Walter, andate. Viaggiate, scrivete e siate felici. E smettetela una buona volta di prenderci per cretini. 
 

il dovere della libertà

diario 10/6/2011

 

“Sono un elettore che fa sempre il suo dovere”. Ancora una volta, l’ennesima in questi ultimi tre anni, Giorgio Napolitano ha dato una lezione di stile istituzionale all’inquilino di palazzo Chigi, rispondendo indirettamente al suo “io non voto” ai referendum. E non solo a Berlusconi, ma a tutti quei dirigenti politici (ministri, parlamentari, presidenti di regione e via scendendo) che solerti si sono accodati alla dichiarazione di astensione del capo.
Scelta davvero incomprensibile per chi, come lo stato maggiore del Pdl, si riempie la bocca parlando di “sovranità popolare”, alla quale attribuisce addirittura un valore salvifico, tale da mettere chi gode del consenso popolare espresso attraverso il voto addirittura al di sopra delle leggi e arriva ad accusare la magistratura di eversione perché osa indagare e processare una persona che gli italiani hanno votato. Alla prova dei fatti, però, la mitologia della sovranità popolare viene meno quando questa si esprime (vedi le recenti elezioni amministrative) o potrebbe esprimersi (ai referendum) diversamente da come loro auspicano.
Ma la lezione di Napolitano non si limita alla riaffermazione dell’importanza del diritto di voto. Sta soprattutto nell’uso del termine “dovere”. Parola difficile, ostica, quasi rivoluzionaria in un periodo nel quale il sostantivo più usato è “diritto”. Con il quale, spesso, si rivendica la propria libertà di fare ciascuno come gli pare fregandosene delle regole del vivere comune. Che sono fatte di diritti, appunto, ma anche di doveri. Il primo dei quali è la libertà, quella di tutti senza distinzioni di partecipare alla cosa pubblica attraverso gli strumenti previsti dalla Costituzione repubblicana. Chiamarsi fuori significa rinunciare a questo dovere e ai diritti che la partecipazione comporta.
Non votare è una scelta politica precisa, è il segnale del distacco, della non volontà di scegliere, di decidere del proprio futuro. Lo è tanto più quando si è chiamati a esprimersi direttamente, non per eleggere i propri rappresentanti ma per pronunciarsi su argomenti che riguardano la nostra vita quotidiana, come nel caso del referendum che, per inciso, è l’unico strumento di democrazia diretta a nostra disposizione. Domenica e lunedì, chi andrà al mare perderà una parte dei propri diritti e della propria libertà di cittadino. Perché, come ricordava anche Giorgio Gaber, libertà è partecipazione.

il prestanome

diario 31/5/2011

 

Sembrava una battuta di qualche oppositore malevolo. Invece “Il governo Bossi-Scilipoti” dopo il voto di domenica e lunedì è una realtà. Ormai decotto, in attesa che i suoi “eredi” si mettano d’accordo (o si scannino una volta per tutte) su come spartirsi l’eredità politica, Silvio Berlusconi è ridotto al rango di prestanome. Il “miglior statista degli ultimi 150 anni” è ormai un vaso di coccio in balia degli alleati di governo: la Lega da un lato e i Responsabili dall’altro. Che, c’è da scommetterci, già da oggi alzeranno il prezzo della propria fedeltà. In attesa, almeno Bossi, di mollarlo al suo destino appena avranno ottenuto quello che vogliono.
Sarà un’agonia lunga quella del governo Berlusconi, un’agonia durante la quale il presidente del Consiglio sarà costretto a dare molto agli uni e agli altri. E se con i Responsabili tutto sommato sarà più facile accontentarli poiché in fondo sanno che per loro questa sarà l’ultima occasione di spuntare qualche vantaggio anche personale, la vera partita sarà con i Lumbard, intenzionati a “non farsi trascinare a fondo” dall’alleato, ma altrettanto decisi a portare a casa qualche risultato concreto per cercare di fermare il calo di consensi che li ha portati a perdere roccaforti ritenute inespugnabili.
Quando saranno appagati, scenderanno dall’autobus lasciando Berlusconi ai suoi guai, al suo partito dilaniato tra ex aenne, ex socialisti, ex democristiani, ex tutto, anche ex berlusconiani.
Oggi Silvio è un po’ come quei nonni dei quali la famiglia non vede l’ora di sbarazzarsi, non prima però di aver raggiunto un accordo sull’eredità. E che a volte rimangono vivi solo per l’Inps che continua a versare la pensione.
Non ho tempo di organizzare il mio funerale, ha detto ieri Berlusconi. Non si preoccupi. Tra i suoi amici c’è chi è pronto a farlo al posto suo. Basta solo aspettare.

 

che ansia

diario 29/5/2011


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permalink | inviato da danrep il 29/5/2011 alle 22:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

schiave, negri e braccialetti

diario 27/5/2011

 

Cinque numeri stampati su un braccialetto legato al polso degli ambulanti extracomunitari a Roma in una operazione di polizia urbana applaudita dal sindaco Alemanno che ha liquidato la cosa parlando di “aspetti marginali”. Un imprenditore di Segrate condannato per aver obbligato un suo dipendente cingalese a tenere al collo un cartello con la scritta “negro”. Una ragazza marocchina aggredita a Padova al grido di “schiava schifosa” perché indossava lo hijab. Tre storie esemplari di una tranquilla giornata italiana. Il paese che si vanta di essere tra le prime potenze industriali al mondo, che ha alle spalle millenni di civiltà, di arte, di cultura, oggi è anche questo. E probabilmente molto altro, in peggio e in meglio.
Non è fenomeno nuovo il razzismo. E proprio per questo è ancora più preoccupante. Vuol dire che non siamo stati capaci di estirparlo, che è qualcosa di profondamente radicato, pronto a esplodere. Soprattutto quando qualcuno, come sta accadendo in questi giorni  di viglia elettorale a Milano, getta benzina sul fuoco, agita lo spauracchio del diverso per raggranellare qualche voto in più infischiandosene delle conseguenze.
Roma, Segrate e Padova dovrebbero farci riflettere. Nel frattempo una bella lezione di civiltà viene dalla ragazza marocchina insultata per il suo velo: “mi sento cittadina di questo paese, penso che legalità e giustizia siano le giuste vie da seguire e credo che sarò tutelata nei miei diritti”.  

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permalink | inviato da danrep il 27/5/2011 alle 12:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa