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loscarafaggio

facce da forca

diario 8/2/2012

 

Che Antonio Di Pietro sia contro il provvedimento svuota carceri non mi stupisce. Da uno che quando era magistrato ha usato la carcerazione preventiva come strumento di pressione per costringere gli arrestati a confessare, tanto da far pronunciare all’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro la famosa frase sul tintinnar di manette sventolate in faccia all’imputato, era logico aspettarselo.
Così come, tutto sommato, è nell’ordine naturale delle cose che i più feroci oppositori di un provvedimento all’acqua di rose come quello del ministro Paola Severino che dovrebbe portare all’uscita anticipata dal carcere di poche migliaia di condannati ai quali restano da scontare diciotto mesi di pena da trascorrere ai domiciliari siano i leghisti. Quei signori che hanno costruito la propria fortuna politica grazie ad Antonio Di Pietro e a Tangentopoli, gli stessi che una ventina di anni fa, proprio in questo periodo dell’anno, stazionavano davanti al Tribunale di Milano inneggiando alla galera. Gli stessi, vale la pena ricordarlo, che batterono le mani al deputato lumbard Luca Leoni Orsenigo quando il 16 marzo 1993 si presentò nell’aula di Montecitorio ostentando un cappio.
Certo, in quegli anni Di Pietro e i leghisti erano in buona compagnia, accanto ai missini Gasparri, Buontempo, Pasetto e Nania che il primo aprile dello stesso anno circondarono la Camera al grido “arrendetevi, siete circondati”. Lo stesso Gasparri che – come ricorda il sito storaciano Destra di Popolo – affermava “per me Di Pietro è un mito”. Più o meno quello che pensava e affermava il direttore del berlusconiano Tg4 Emilio Fede, il più attento ed entusiasta resocontista delle retate milanesi delle quali dava conto grazie al povero Paolo Brosio costretto a rimanere per mesi davanti a palazzo di Giustizia. Nessuno di loro al tempo si sarebbe lontanamente sognato di accusare quei giudici di essere eversori e para brigatisti.
Ma si sa, le cose cambiano. In fretta e tanto, secondo la convenienza. Così, mentre a Di Pietro va almeno riconosciuta una certa tragica coerenza, per Bossi e compagni lo stesso non si può dire visto che per tre lustri abbondanti hanno approvato tutte le peggiori leggi ad personam ad uso e consumo dell’amico Silvio Berlusconi e in tempi recenti con il loro voto hanno salvato dalla cella l’ex sottosegretario Nicola Cosentino, il politico campano che secondo la Procura napoletana sarebbe il referente politico del clan camorristico dei Casalesi.

La casta non esiste

diario 27/12/2011

 

La mia non è una provocazione, è una convinzione. La Casta non esiste. E’ solo una fortunata semplificazione giornalistica di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. Fortunata ma pericolosa perché tende a far si che con una parola si intendano tutti quelli che fanno politica, come se fossero tutti uguali, tutti ladri o mascalzoni nessuno escluso. E invece non è così. Sono profondamente convinto che nonostante tutto, nonostante lo scadimento complessivo di una classe dirigente che si è spesso rivelata inadeguata, non tutti siano uguali.
Gli slogan ad effetto servono a vendere libri, a dispensare moralismo dagli schermi della tv, a far diventare icone del buon giornalismo e della buona politica personaggi beceri come Marco Travaglio, a costruire le fortune elettorali di finti moralizzatori alla Di Pietro, di populisti alla Bossi. Non aiutano però a capire. Semmai il contrario. Dire che sono tutti uguali in fondo contribuisce ad assolvere i mascalzoni veri. Il “così fan tutti” è il polverone dietro il quale si nascondono quelli che hanno qualcosa da nascondere.
Non mi piacciono le generalizzazioni anche perché ho fatto e faccio parte di una categoria che spesso ne è stata vittima. Troppe volte ho subito i luoghi comuni di chi diceva che i giornalisti in fondo non fanno un cazzo, guadagnano troppo, non pagano il cinema e lo stadio, hanno un sacco di privilegi. Pochi giorni fa su una fesseria del genere è scivolata anche il ministro Elsa Fornero che ci ha accusato di essere contigui al potere. Sarebbe vero se i giornalisti italiani fossero quei 50/60 dei quali si parla, quelli che appaiono nei salotti tv, che scrivono tre libri l’anno raccontando sempre le stesse cose e le stesse persone, che vanno in vacanza con la carta di credito aziendale o allestiscono sceneggiate ad uso e consumo del potente di turno. Se non ci fossero i tanti anonimi senza i quali i giornali non sarebbero in edicola, i precari sfruttati e sottopagati, i giovani colleghi che rischiano ogni giorno la pelle scrivendo di mafia, camorra, ‘ndrangheta per pochi soldi e con grande onestà.
Sono convinto che se domandassimo a chiunque, anche ai più informati, di elencare per nome cento politici, pochi saprebbero rispondere. Eppure tutti sembrano concordi nel condannarli in blocco. Non certo per colpa di Rizzo e Stella, naturalmente. Loro hanno solo raccontato dei fatti che riguardano singole persone e singole responsabilità. L’antipolitica non nasce da loro, ha radici lontane in questo paese. Rinverdite agli inizi degli anni Novanta, all’epoca di Mani pulite, da chi sul discredito altrui cercava la propria legittimazione: la destra fascista che “assediava” il Parlamento (chi ha buona memoria ricorderà in prima fila Francesco Storace e Maurizio Gasparri) e lanciava monetine ai deputati; la Lega di Umberto Bossi che tuonava contro la corruzione e si alleò con il cavalier Silvio Berlusconi; lo stesso Berlusconi che, dopo aver prosperato all’ombra del famigerato CAF (Craxi-Andreotti-Forlani) ebbe la spudoratezza di presentarsi come “l’antipolitico” contando sulla scarsa memoria degli italiani; Antonio Di Pietro, il magistrato tutto d’un pezzo che non ha esitato un momento nel buttare la toga alle ortiche per entrare a far parte di quella stessa “casta” che aveva inquisito e che può vantarsi di aver portato in Parlamento gentiluomini del calibro di De Gregorio, Razzi e Scilipoti.
Il codice penale ci insegna che la responsabilità è personale. Un principio che non dovrebbe mai essere dimenticato. Liberiamoci dai mascalzoni e dagli incapaci, d'accordo. Ma chiamandoli per nome, uno a uno. Continuando a giocare con le parole, per quanto evocative possano essere, il rischio è che nulla cambi e che fra qualche anno ci ritroveremo ancora a lamentarci delle stesse cose, delle stesse persone. Che saranno ancora lì.

basta chiedere

diario 11/10/2011

 

Tomo tomo cacchio cacchio, Francesco Nitto Palma siede da qualche mese sulla poltrona di ministro della Giustizia all’insaputa degli italiani. L’ex magistrato è entrato in via Arenula calzando soffici pantofole per non far rumore. Tanto che a pochi giorni dalla nomina, mentre i suoi colleghi si affannavano (o fingevano di farlo) a discutere di manovra economica, ha pensato bene di sparire per un mesetto andandosene in vacanza in Polinesia certo che nessuno avrebbe notato l’assenza. Che le carceri fossero in ebollizione poco importava, così come non lo appassionava il dibattito sulla giustizia che tanto ci pensa Ghedini. Ma ecco che il ministro in sonno all’improvviso si è destato, come la Bella addormentata risvegliato dal richiamo del cuore. Certo, Gasparri e Cicchitto non hanno le sembianze del principe azzurro (almeno non prima che una strega lo trasformi in ranocchio) ma le loro parole devono essere apparse irresistibili al nostro che dopo averne ascoltato la richiesta di inviare gli ispettori ministeriali ad indagare sulle procure di Bari e Napoli colpevoli di aver indagato sugli amici più cari del premier non ha perso tempo e ha prontamente seguito il consiglio.
Romano, 61 anni, ex magistrato in politica dal 2001, grande amico di Cesare Previti l’ex avvocato di Silvio Berlusconi pluricondannato e interdetto a vita dai pubblici uffici, da pubblico ministero Nitto Palma negli anni Novanta mise sotto accusa i giudici militari che indagavano su Gladio. Qualche anno dopo, da parlamentare, mentre in Commissione Giustizia della Camera si discuteva un testo di legge che reintroduceva l’immunità parlamentare, presentò un emendamento che prevedeva la sospensione dei processi a carico dei parlamentari fino al termine del mandato. Che servisse soprattutto a Previti, in quel momento assediato dalle inchieste giudiziarie, è naturalmente un particolare secondario. L’emendamento venne poi ritirato su indicazione del premier, pare dopo le proteste di Pierferdinando Casini, all’epoca ancora alleato di Berlusconi.
Sarà un caso anche questa volta, ma il capo degli ispettori del ministero che dovranno giudicare la correttezza dell’operato delle procure di bari e Napoli è quell’Arcibaldo Miller, magistrato napoletano, il cui nome è finito nelle carte dell’inchiesta sulla cosiddetta Loggia P3 per aver partecipato ad una cena a casa di Denis Verdini assieme al faccendiere Flavio Carboni, poi finito in manette. Miller avrà di certo qualche difetto, ma evidentemente ha molti pregi se è riuscito a mantenere l’incarico al quale è stato chiamato dal leghista Roberto Castelli anche con i suoi successori Clemente Mastella, Angelino Alfano e Nitto Palma. E anche qualche buona frequentazione, come Arcangelo Martino, l’uomo che ha presentato Noemi Letizia a Berlusconi. 

gli amici di al Qaeda

diario 23/5/2011

qualche anno fa, l'onorevole Maurizio Gasparri affermava che l'elezione di Barak Obama alla Casa Bianca sarebbe stata accolta con favore da al Qaeda. Oggi, nel suo piccolo, il leghista Mario Borghezio dice la stessa cosa riferita a Giuliano Pisapia. Visto com'è andata in America (e com'è andata a bin Laden), un motivo in più per stare dalla parte del candidato del centrosinistra a Milano.


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permalink | inviato da danrep il 23/5/2011 alle 16:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

l’incapace, lo sbigottito e il paziente

diario 22/5/2011

 

In ogni famiglia c’è almeno una pecora nera. Ma nel Pdl stanno davvero esagerando. Sentire, per credere, cosa dice l’on. Micaela Biancofiore, la deputata alto atesina che solo pochi giorni fa se ne era uscita attribuendo al beato Woytjla il “miracolo” dell’uccisione di Osama bin Laden e che oggi sul Corriere annuncia il prossimo addio al partito che “pure ho contribuito a fondare tra mille difficoltà”.
Me ne vado, dice, per colpa “di quell’incapace di Maurizio Gasparri”, un uomo al quale “non do del fascista perché il termine mi pare desueto. Ma insomma è un autoritario. Un arrogante. Un violento. Uno che se sei donna tende soltanto a denigrarti”. Forza, onorevole Biancofiore, per una volta lo usi quel termine, che poi così desueto non è!
Decisione difficile, quella della quarantenne parlamentare, che dei suoi dubbi ha parlato con Franco Frattini, il quale – difficile non crederle – “è sbigottito”. Come gli accade, sembra, ogni qual volta qualcuno prova a raccontargli quello che succede nel mondo senza dargli il tempo di chiedere conferma a Silvio. E anche con Cicchitto si è lamentata la Biancofiore che l’ha inviata “ad avere pazienza”, come avrebbe fatto un buon curato di campagna che grane proprio ne vuole.
Fuori dal Pdl, ma sempre vicina al leader del cuore che “è troppo buono” e “lascia fare”, spiega Micaela che pare abbia trovato riparo sotto l’ala protettiva dell’ex ministro Scajola. Ovviamente, a sua insaputa.
 

chi fa perdere chi

diario 21/4/2011

 

E’ Giulio Tremonti che rischia di far perdere le elezioni al centrodestra, come sostiene il ministro Galan, berlusconiano della prima ora? O è Stefania Craxi, l’ingrata, come ha titolato il Giornale dimenticando che se c’è qualcuno, tra lei e Berlusconi, ad avere debiti di gratitudine è quest’ultimo?
O è Letizia Moratti con la sua improvvida dissociazione dal povero Lassini, colpevole solo di aver tradotto in slogan una frase pronunciata dal presidente del Consiglio? Oppure sono Beppe Pisanu, Claudio Scajola e i duri e puri che si richiamano al 1994, in contrapposizione con i miracolati sulla strada di Damasco, cioè i vari Gasparri e La Russa?
Premesso che è ancora da dimostrare che il Pdl sia destinato a perdere (cosa che mi auguro di cuore per me e per tutti, anche per quelli che lo votano), la mia impressione è che se mai ci sarà da cercare il responsabile di un auspicabile calo elettorale del centrodestra, questi non possa essere altri che lui, il reuccio di Arcore. Lui e, al massimo, la pletora di cortigiani che senza un minimo di pudore lo adulano e fanno involontariamente a gara per spingerlo nel baratro (come ha ricordato senza troppi peli sulla lingua l’ingrata Stefania).
D’altra parte, nel solito stile contorto e barocco, il diretto interessato lo ha anche ammesso, quando ha deciso di metterci la faccia annunciando di volersi candidare come capolista a Milano, a Napoli e dove lo riterrà necessario. Per molto meno, dopo una sconfitta elettorale, un altro capo di governo, tal Massimo D’Alema, rassegnò le dimissioni.
Hai visto mai?

il ritorno di Pierino

diario 3/4/2011

Finalmente è tornato! Pierino è di nuovo tra noi: grazie al miglior comico degli ultimi 150 anni il ragazzaccio che ha fatto la fortuna dell’allor giovane Alvaro Vitali rivive con nuovo slancio.
Aveva cominciato sottotono, l’amico Silvio, con un umorismo sottile, alla Carlo Dapporto, battutine per un pubblico colto, dal palato raffinato: “sono l’erede di De Gasperi” uno dei suoi “classici”. Ma erano in pochi a sorridere, come Pier Ferdinando Casini o Beppe Pisanu, tra i pochi a coglierne l’ironia. La maggior parte però non apprezzava, qualcuno equivocava e non capiva il riferimento a Remo Gaspari (soprattutto il pubblico abruzzese) altri si chiedevano perché si considerasse il successore di Maurizio Gasparri che, in fondo, come umorista non valeva granchè.
Piano piano il repertorio è cambiato. Prima una mano alzata a fare le corna in una foto di gruppo, poi la palpatina di culo a una poliziotta a saggiare l’effetto che fa. E la scoperta che il gioco funzionava, i giornali ad esaltarne la vis comica, il pubblico televisivo incollato allo schermo. Solo qualche critico faceva il controcanto, ma si sa i critici raramente sono in sintonia con il pubblico.
Da allora è stato un crescendo, fino all’apoteosi delle barzellette: una bestemmia qua, due parolacce là, qualche ammiccamento e il gioco è fatto. Alla fine Silvio c’è riuscito, ha trovato la fonte di ispirazione giusta, il Pierino di Alvaro Vitali, altro che quei noiosi di Gino Bramieri, Walter Chiari, Paolo Panelli e compagnia cantando.
Le professoresse, le dottoresse al distretto militare, tette e culi ci vogliono. E, perché no? qualche rutto. Che quanno ce vò ce vò.