.
Annunci online

loscarafaggio

il caso Cancellieri e la voglia di manette

diario 3/11/2013

Lo dico subito, a scanso di equivoci: nella vicenda Cancellieri-Ligresti io sto dalla parte della ministra. Non trovo nulla di strano, anzi troverei assurdo il contrario, che un ministro della Giustizia si preoccupi dello stato di salute di un detenuto. Che poi che questo si chiami Giulia Ligresti o Mario Rossi, le cose non cambiano. Mi rendo conto che è una scelta di campo non facile in un paese che ha eletto a opinionisti e opinion leader personaggi come Marco Travaglio o Beppe Grillo, un paese nel quale la voglia di carcere -soprattutto quando a finire in cella è qualche cosiddetto potente- ha preso il sopravvento sulla voglia di giustizia. Ma sono in buona compagnia. A cominciare da Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, ucciso dalla malagiustizia. La quale ha ricordato come la ministra Cancellieri non sia sensibile solo al richiamo del potere, ma abbia incontrato, nel suo ruolo istituzionale, "anche vittime sconosciute". "Non so e non conosco la vicenda giudiziaria di Giulia Ligresti -ha aggiunto Ilaria Cucchi- quel che so è che se fosse stata ministro lei ed avesse saputo delle condizioni di mio fratello, oggi forse non esisterebbe il caso Cucchi. Stefano forse sarebbe con noi".
Dello stesso tenore le parole di Mauro Palma, di Antigone, una associazione da sempre attiva sul fronte carceri. "I fan delle manette sembrano essere all'opera. Sono perplesso dalle affermazioni di coloro che sembrano partire da un grande desiderio di egualitarismo e finiscono per declinarlo volenti o nolenti in termini di maggiore reclusione, di desiderio di galera (leggo così le dichiarazioni dei vari Di Pietro, Ingroia, ma anche qualche perla in casa Pd). Altro tema importante, ma diverso è come fare in modo che la salute sia effettivamente tutelata per tutti e che il sistema non abbia bisogno neppure di essere allertato perché già in grado di agire da solo (cosa che nello specifico caso aveva anche fatto). Tema essenziale, su cui occorre portare avanti attenzione e lavoro senza alcun rigurgito di facile populismo".
Da ultimo, vorrei ricordare quanto ha detto un magistrato sicuramente al di sopra di ogni sospetto, il procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, spesso e a torto indicato come "inquisitore". Caselli ha fornito, fin dai primi momenti della vicenda, una spiegazione tecnica che, in un paese normale, taglierebbe sul nascere ogni polemica. I domiciliari a Giulia Ligresti - ha affermato - sono stati concessi per una serie di "circostanze obiettive" e "sarebbe arbitraria e del tutto destituita di fondamento ogni illazione che ricolleghi la concessione degli arresti domiciliari a circostanze esterne di qualunque natura". "Tutte le risultanze del fascicolo (ormai pubbliche e riscontrabili: documenti, acquisizioni processuali, atti d'indagine e accertamenti peritali) testimoniano in modo univoco e incontrovertibile che la concessione degli arresti domiciliari è avvenuta esclusivamente in base alla convergenza di decisive circostanze obiettive: le condizioni di salute verificate con consulenza medico-legale e l'intervenuta richiesta di 'patteggiamento' da parte dell' imputata, risalente al 2 agosto e perciò di molto antecedente le conversazioni telefoniche oggetto delle notizie".

 

processo breve? no, grazie

diario 14/4/2011

Conosco il procuratore di Torino Giancarlo Caselli da una trentina d'anni, con lui ho avuto rapporti di lavoro e di amicizia. Ne ho apprezzato e ne apprezzo la correttezza e il senso dello Stato, la passione vera che mette nel suo lavoro, la preparazione giuridica e l'impegno civile. Per qualcuno è una "toga rossa", per me è una persona che molti anni fa ha scelto di servire le istituzioni e con questa sua scelta è rimasto sempre coerente. Mi fido, quindi, del suo giudizio in merito alla legge sul processo breve approvata ieri dalla Camera. Caselli ha scritto per il Fatto un articolo che merita di essere letto con grande attenzione.

Ecco il testo integrale:

La favola del processo breve·                               

di Gian Carlo Caselli, da il Fatto quotidiano, 13 aprile 2011

Noi italiani siamo convinti di essere molto furbi. Più furbi degli altri e orgogliosi di ciò. Non c’è barzelletta che abbia come protagonisti, per dire, un francese, un tedesco e un italiano che non ci veda prevalere alla grande. Ma forse siamo cambiati. Perché ormai ce le beviamo tutte con allegria. Da tempo, infatti, ci prendono in giro e siamo contenti. Ci ingannano e godiamo. Cadere in trappola ci inebria.

Formule come “riforma (epocale) della giustizia” e “processo breve” sono né più né meno che ipocrisie degne della peggior propaganda ingannevole. Se le parole avessero ancora un senso, e non fossero usate come conigli estratti da un cilindro, sarebbe chiaro che di riforma della giustizia si potrebbe parlare soltanto se si facesse qualcosa per accelerare la conclusione dei processi. Ma se non si fa niente in questa direzione, parlare a vanvera di riforma della giustizia equivale a sollevare spesse cortine fumogene intorno al vero obiettivo: che è quello di mettere la magistratura al guinzaglio della maggioranza politica del momento (oggi, domani e dopodomani), buttando nella spazzatura ogni prospettiva di legge uguale per tutti. 

Quanto al sedicente “processo breve”, siamo al gioco di prestigio. La riforma, infatti, avrebbe come effetto non un processo breve ma un processo ammazzato a tradimento (con l’aggravante dei futili motivi). Ovviamente schierarsi contro il processo breve è da folli. Sarebbe come rifiutare una medicina efficace contro il cancro. Qui però non si tratta neanche dell’elisir di Dulcamara! Non basta urlare a squarciagola che il processo sarà breve. Occorre fare qualcosa di serio (procedure snellite; più mezzi agli uffici giudiziari) perché si possa arrivare a sentenza in tempi più rapidi. Se non si fa nulla è come proclamare ai quattro venti che la squadra di calcio del Portogruaro vincerà sicuramente la Champions, confidando nella disattenzione o dabbenaggine di chi ascolta.

Ora, come per vincere la Champions ci vuole una squadra attrezzata, così per avere un processo davvero breve ci vogliono interventi che il processo lo facciano finire prima: ma finire con una sentenza nel merito (innocente o colpevole), non con una dichiarazione di morte per non aver rispettato un termine stabilito ex novo, più o meno a capocchia. In verità la riforma ha un sapore di truffa (verbale), perché i tempi non saranno ridotti ma castrati, ed i processi non saranno abbreviati ma morti e sepolti. In parole povere: si fissa un termine che deve essere rispettato a pena di morte senza minimamente preoccuparsi del fatto che l’attuale sfascio del sistema non consentirà di rispettarlo in una infinità di processi. È come pretendere che un palombaro vestito da palombaro percorra i cento metri in pochissimi secondi, sennò muore. Assurdo, esattamente come il sedicente processo “breve”. Una mannaia che impedirà di accertare colpe e responsabilità e concluderà il processo con un’attestazione di decesso (estinzione) tanto burocratica quanto definitiva e tombale. Uno schiaffo alla fatica che le forze dell’ordine compiono per assicurare alla giustizia fior di delinquenti. Uno schiaffo al dolore e alla sofferenza delle vittime dei reati.

Uno schiaffo alla sicurezza dei cittadini. Proprio quella sicurezza su cui sono state costruite solide fortune elettorali. Sicurezza che ora diventa – di colpo – roba di scarto, rivelando con assoluta evidenza come il tema sia considerato un’opportunità da sfruttare biecamente, anche gabbando la povera gente, più che un problema da risolvere. E tutto questo perché? Per fare un favore a LUI, all’altissimo (ed ecco i futili motivi). Non sfugge a nessuno, difatti, che l’obiettivo vero non è tanto ammazzare migliaia di processi, quanto piuttosto sopprimere – nell’ammucchiata – anche quel paio di cosucce che appunto interessano a LUI. Con tripudio di un esercito di scippatori, borseggiatori, topi d’alloggio e ladri assortiti, truffatori, sfruttatori di donne, spacciatori di droga, corruttori, usurai, bancarottieri, estortori, ricattatori, appaltatori disonesti, pedofili, violenti d’ogni risma, operatori economici incuranti delle regole che vietano le frodi in commercio e tutelano la salute dei consumatori, imprenditori che spregiano la sicurezza sui posti di lavoro e via elencando... 

Questo catalogo già sterminato di gentiluomini che la faranno franca, che si ritroveranno impuniti come se avessero vinto al totocalcio senza neppure giocare la schedina, si “arricchirà” all’infinito con la cosiddetta “prescrizione breve”: un’altra misura che sa di presa per il naso, l’ennesima leggina “ad personam” (meglio, la fotografia di LUI in persona) che fa a pugni col principio di buona fede legislativa. Sarebbe poco se fosse una di quelle barzellette che il premier usa raccontare in pubblico per il divertimento di chi ama l’ossequio servile. Invece si tratta di una bastonata in testa a una giustizia che già sta affogando. Una catastrofe per l’Italia, perché il feudo di Arcore possa continuare a svettare sulla palude nella quale annaspano i comuni mortali in cerca di giustizia.