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Grillo, le puttane e l'informazione

diario 27/6/2014


di Marta Repetto

'Puttana trovati un lavoro vero'. Correva l'anno 2009, era dicembre, e la dirigenza di RedTv annunciava la chiusura della rete a causa dei tagli del governo Berlusconi ai contributi pubblici per l'editoria, non rinnovando i contratti a chi, come me, non era assunto. Gli altri avrebbero perso il lavoro pochi mesi dopo, in totale più di 20 persone a casa tra giornalisti e tecnici. Correva l'anno 200
9, dicevo, e sul blog di Grillo si festeggiava la chiusura di un canale di 'ladri di soldi dei cittadini'. Poco importava si trattasse di servizio pubblico, poco importava che venti e più persone perdessero il lavoro rimanendo in mezzo a una strada: l'importante era festeggiare, grazie a Silvio Berlusconi, la chiusura di una rete di 'pennivendoli parassiti dello Stato'. Io mi ricordo i commenti, tutti. Mi ricordo di persone che come sciacalli si buttavano sul cadavere ancora caldo dei lavoratori. Mi ricordo, soprattutto, le mail agli indirizzi di Red, quel 'puttana trovati un lavoro vero' che arrivò in posta dieci minuti scarsi dopo la pubblicazione della notizia sul blog di san beppe. Mi ricordo il disgusto di leggere gente che ci accusava di rubare stipendi da sogno per vendere il culo al padrone. Mi faceva schifo la totale assenza di comprensione, si parlava anche di me che ero parte in causa e stavo male: di me, che per un anno e mezzo, lavorando per circa 12 ore al giorno e con mansioni che nemmeno erano sul contratto, avevo percepito 600 (leggi SEICENTO) euro al mese. Prima ancora, per sei mesi, ne avevo presi ben 450. Roba da leccarsi i baffi. 
Oggi, sul sacro blog, appare l'ennesimo post contro un giornalista, stavolta a quanto ne so precario e in scadenza di contratto, mentre attivisti del Movimento entravano al Secolo XIX a minacciare i colleghi della redazione con un cordiale 'voi sarete i prossimi'. E mi viene un rigurgito nel leggere gli stessi commenti, la stessa violenza di 5 anni fa, con in più la spocchia di chi si sente forte perché è ormai dentro le istituzioni. E mi sale una malinconia bestiale a leggere il disprezzo verso le opinioni altrui - ché la vera verità te la dice solo beppe e il resto è una bugia. E mi piange il cuore a leggere commenti di gente che conosco, che con noi ci ha lavorato a lungo, che continua a lavorare per aziende dello Stato ma che ha una facilità imbarazzante nell'accusare di 'furto' chiunque non la pensi come il santo. Che a quanto pare è più pura di noi, ché i soldi in busta paga ogni mese che prende dallo Stato, nel suo caso, sono soldi che lo Stato gli deve e non puzzano di ladrocinio. E sono stanca, stanchissima. Ma almeno ho la certezza di non essermi sbagliata, di non aver sbagliato giudizio 5 anni fa: siete dei fascisti, vigliacchi e codardi. E questo sarete sempre.

il nervo scoperto

diario 20/12/2011

 

Si può avere ragione anche dicendo la cosa sbagliata nel posto e nel momento sbagliati.
E’ accaduto oggi al ministro Elsa Fornero che, intervenendo a una manifestazione nella sede della Federazione della Stampa (che sarebbe il sindacato unico e non unitario dei giornalisti come sostiene qualcuno) per ricordare i cento anni del primo contratto collettivo di lavoro della categoria ha, secondo me involontariamente, toccato un nervo scoperto, quello della “vicinanza al potere politico” che avrebbe portato “privilegi” alla categoria. Come era logico aspettarsi, la frase della professoressa Fornero ha scatenato reazioni furibonde nella categoria. Anche perché accompagnata dalla non tanto larvata minaccia di mettere le mani sull’Istituto previdenziale, facendolo confluire nel futuro super Inps.
L’ente previdenziale dei giornalisti, va ricordato, gode di buona salute nonostante le difficoltà del settore anche perché dispone di un importante patrimonio immobiliare. E, cosa più importante, non costa una lira allo Stato e quindi al contribuente. Sarebbe un errore doppio sottrarlo alla gestione della categoria, uno sbaglio dal punto di vista economico e, quel che più conta, dal punto di vista politico perché andrebbe a ledere quel poco di autonomia che resta ai giornalisti italiani. Bene, quindi, hanno fatto i vertici del sindacato e dell’ordine professionale a replicare con durezza al ministro.
Ma non è di questo che vorrei parlare. Quel che mi ha colpito è lo sdegno che ha suscitato in molti l’accenno di Elsa Fornero alla contiguità del mondo dell’informazione con la politica. Come se non bastasse la lettura dei giornali o l’ascolto dei tg per rendersi conto che le parole del ministro non sono poi così peregrine. Se c’è un paese nel quale l’informazione è schierata questo è il nostro. E fin qui non c’è nulla di male: ciascun direttore (editore permettendo, sia chiaro) decide la linea politica della testata che dirige. E’ sua facoltà, non c’è nulla di male. Almeno quando questo avviene alla luce del sole, come fece Paolo Mieli a suo tempo spiegando ai lettori del Corriere della Sera perché il quotidiano aveva scelto di sostenere Romano Prodi alle elezioni.
Ci sono però molti, secondo me troppi, casi nei quali il lettore viene imbrogliato. Gli si racconta che il quotidiano o il tg sono “liberi, indipendenti” sapendo che non è vero e si costruisce una informazione politicamente o economicamente indirizzata fingendo che non lo sia. E’ qui che ha ragione la Fornero, anche se non sono sicuro che la sua frase volesse denunciare questo fenomeno.
Ma, per dircela chiaramente, c’è anche di peggio. Ci sono giornalisti che lavorano per molti padroni: per il loro editore, quello che li paga (in genere poco) a fine mese e per qualche politico o per qualche azienda pubblica o privata. “Consulenze” ben retribuite che comportano la restituzione del favore.
Molti anni fa, quando approdai nella sala stampa di Montecitorio il portavoce di un ministro democristiano dell’epoca mi avvicinò offrendomi una collaborazione con il settimanale della corrente di appartenenza del signore in questione. Un’offerta allettante anche perché il compenso sarebbe stato superiore a quel che guadagnavo da contratto. “E cosa dovrei fare?”, chiesi. “Beh, per la verità niente. Ci farebbe piacere che tu diventassi nostro amico” fu la risposta. A malincuore (lo confesso) rifiutai e la cosa finì lì. In un secondo tempo capii che quel genere di “collaborazioni” era molto diffuso e non solo tra i giornalisti politici.
Non giurerei che con la Seconda Repubblica le cose siano cambiate. E penso che un sindacato e un ordine professionale che vogliano essere credibili nella difesa dell’autonomia della professione non dovrebbero limitarsi a gridare allo scandalo se qualcuno dice (nel posto e nel modo sbagliati) una cosa in parte vera. Se davvero tengono alla dignità dei giornalisti (che nella gran parte dei casi sono persone perbene) dovrebbero avere il coraggio di denunciare loro le anomalie, di dire che quei “privilegi” dei quali ha parlato la Fornero riguardano alcuni. Quelli che tra di noi chiamiamo “marchettari”.

anche Franco se n'è andato

diario 10/12/2011

 

Franco non era una grande firma. Non avrà pagine di giornali che ne racconteranno l’intelligenza, le capacità professionali, l’indipendenza di giudizio. Franco era uno di quelle migliaia di giornalisti anonimi o quasi che ogni giorno cercano di fare dignitosamente il proprio mestiere. Aveva però una dote preziosa per chi fa questo lavoro: una faccia tosta unica che gli consentiva di avvicinare chiunque senza timori reverenziali, di farsi accettare da chiunque, di riuscire sempre e comunque a far aprire l’interlocutore, di “portare a casa” qualcosa.
Molti anni fa, all’esordio al governo dell’ancora oggetto misterioso Silvio Berlusconi, questi era in Transatlantico circondato da cronisti parlamentari che cercavano di ottenere una dichiarazione sulla situazione politica. In quel capannello di giornalisti c’era anche Franco, al quale la politica interessava poco o nulla. Lui si occupava di sport e per lui Berlusconi era il presidente del Milan. Mentre Berlusconi cercava senza successo di sottrarsi all’assedio, ecco il colpo di genio. Con l’aria decisa, facendosi largo a spintoni tra i colleghi, Franco si avvicinò al presidente del Consiglio, lo prese sottobraccio dicendogli “vieni Silvio, parliamo d’altro”. Senza colpo ferire riuscì a “salvare” Berlusconi e a strappargli un’intervista. Sul Milan, naturalmente.
Questa notte Franco se n’è andato. Con lui se ne va un’epoca. Quella di via Ripetta, degli anni della fatica e del cazzeggio, della solidarietà tra colleghi, di Grazia, Antonello, Dario, Enrico e tanti altri. Della nostra giovinezza.

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permalink | inviato da danrep il 10/12/2011 alle 12:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

in morte di un precario

diario 23/6/2011

 

Togliersi la vita a quarant’anni per colpa di una vita precaria. Succede anche questo nell’Italia del terzo millennio, il paese nel quale “la ricchezza è cresciuta” come ci ricorda sempre Giulio Tremonti. Non è la prima volta purtroppo, forse non sarà l’ultima. Quello che sgomenta, questa volta, è che la vicenda riguarda un giornalista: categoria di volta in volta invidiata (“beati voi che avete stipendi d’oro”) o vituperata (“siete solo dei pennivendoli”) che – nel silenzio generale perché i giornali e le tv non parlano mai male di sé stessi – vive gli stessi identici problemi degli altri lavoratori.
Forse, se non ci fosse facebook, nessuno ne avrebbe parlato. Ringrazio Giuseppe Mazzarino per averlo fatto. Ecco come:
 
Morire di precariato giornalistico. A 41 anni.
pubblicata da Giuseppe Mazzarino il giorno giovedì 23 giugno 2011 alle ore 11.26
La notizia è piombata ieri, proprio come una frana che ti travolge, sui lavori del Consiglio nazionale della FNSI: un giovane collega (perché nell'Italia d'oggi a 41 anni sei da ogni punto di vista un giovane, quasi un adolescente) precario, e precario da anni, corrispondente della Gazzetta del Mezzogiorno da Ceglie Messapica, si è suicidato schiacciato dalla precarietà, dall'assenza di futuro, di prospettive, di una famiglia. Di fronte ad un dolore così straziante poche parole possono essere pronunciate o scritte. Se non quelle che ci impegnano ad una lotta a fondo contro i meccanismi infernali della precarietà a vita, della sottoccupazione, della rapina da parte degli editori, dello sfruttamento complice da parte di altri giornalisti, di una purtroppo comune opinione, a destra come a sinistra, sulla necessità e modernità di quello che "loro" chiamano modernità e flessibilità e che non è altro che sfruttamento, prevaricazione, riduzione in schiavitù. Pierpaolo Faggiano col suo gesto disperato ci manda un messaggio ultimativo. O lavoriamo per smantellare questo sistema immondo o ne saremo travolti tutti, e tutti porteremo la responsabilità della sua morte. Che è un "omicidio bianco", come quello di tutti i morti per lavoro.