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Grillo, le puttane e l'informazione

diario 27/6/2014


di Marta Repetto

'Puttana trovati un lavoro vero'. Correva l'anno 2009, era dicembre, e la dirigenza di RedTv annunciava la chiusura della rete a causa dei tagli del governo Berlusconi ai contributi pubblici per l'editoria, non rinnovando i contratti a chi, come me, non era assunto. Gli altri avrebbero perso il lavoro pochi mesi dopo, in totale più di 20 persone a casa tra giornalisti e tecnici. Correva l'anno 200
9, dicevo, e sul blog di Grillo si festeggiava la chiusura di un canale di 'ladri di soldi dei cittadini'. Poco importava si trattasse di servizio pubblico, poco importava che venti e più persone perdessero il lavoro rimanendo in mezzo a una strada: l'importante era festeggiare, grazie a Silvio Berlusconi, la chiusura di una rete di 'pennivendoli parassiti dello Stato'. Io mi ricordo i commenti, tutti. Mi ricordo di persone che come sciacalli si buttavano sul cadavere ancora caldo dei lavoratori. Mi ricordo, soprattutto, le mail agli indirizzi di Red, quel 'puttana trovati un lavoro vero' che arrivò in posta dieci minuti scarsi dopo la pubblicazione della notizia sul blog di san beppe. Mi ricordo il disgusto di leggere gente che ci accusava di rubare stipendi da sogno per vendere il culo al padrone. Mi faceva schifo la totale assenza di comprensione, si parlava anche di me che ero parte in causa e stavo male: di me, che per un anno e mezzo, lavorando per circa 12 ore al giorno e con mansioni che nemmeno erano sul contratto, avevo percepito 600 (leggi SEICENTO) euro al mese. Prima ancora, per sei mesi, ne avevo presi ben 450. Roba da leccarsi i baffi. 
Oggi, sul sacro blog, appare l'ennesimo post contro un giornalista, stavolta a quanto ne so precario e in scadenza di contratto, mentre attivisti del Movimento entravano al Secolo XIX a minacciare i colleghi della redazione con un cordiale 'voi sarete i prossimi'. E mi viene un rigurgito nel leggere gli stessi commenti, la stessa violenza di 5 anni fa, con in più la spocchia di chi si sente forte perché è ormai dentro le istituzioni. E mi sale una malinconia bestiale a leggere il disprezzo verso le opinioni altrui - ché la vera verità te la dice solo beppe e il resto è una bugia. E mi piange il cuore a leggere commenti di gente che conosco, che con noi ci ha lavorato a lungo, che continua a lavorare per aziende dello Stato ma che ha una facilità imbarazzante nell'accusare di 'furto' chiunque non la pensi come il santo. Che a quanto pare è più pura di noi, ché i soldi in busta paga ogni mese che prende dallo Stato, nel suo caso, sono soldi che lo Stato gli deve e non puzzano di ladrocinio. E sono stanca, stanchissima. Ma almeno ho la certezza di non essermi sbagliata, di non aver sbagliato giudizio 5 anni fa: siete dei fascisti, vigliacchi e codardi. E questo sarete sempre.

Giornalisti e black bloc

diario 20/10/2013

Certo,c’è andato giù pesante Enzo Foschi quando ieri sera, al termine della manifestazione del Movimento per la Casa a Roma, si è sfogato su Facebook: “i giornalisti sono i veri black bloc, infiltrati nel corteo… delusi dal fatto che non scorra sangue”. La frase del capo della segreteria del sindaco Ignazio Marino ha ovviamente suscitato immediate reazioni sdegnate, prima fra tutte quella del non rimpianto Gianni Alemanno. Al quale, in tarda serata, ha fatto eco Romano Bartoloni, presidente del Sindacato cronisti romani, il quale ha stigmatizzato come “vergognose” e “irresponsabili” le parole di Foschi.

Con buona pace del mio vecchio amico Bartoloni, non riesco a dare torto a Foschi. La sua affermazione, per quanto irritante e anche un po’ fuori misura perché colpevolizza singoli cronisti i quali hanno la sola colpa, nella gran parte dei casi, di fare quello che viene loro richiesto, l’ho pensata anche io seguendo per tutto il pomeriggio le cronache televisive sulla manifestazione. Nelle quali il fatto che migliaia e migliaia di persone sfilassero per le strade di Roma pacificamente è passato in secondo piano. Tutte le attenzioni erano concentrate su quelle decine di dementi incappucciati che in due o tre occasioni hanno provato a far saltare i nervi alle forze di polizia nella speranza, delusa, di poter ripetere i fasti del 15 ottobre 2011, quando Roma fu teatro di scontri violentissimi e una grande dimostrazione venne sporcata dalla violenza stupida e gratuita di ragazzotti ai quali è difficile attribuire una etichetta che non sia quella della pura idiozia.

Ieri il gioco non è riuscito. Nonostante che tutti i mezzi di informazione abbiano rivolto la propria attenzione sui pochi episodi di violenza. Per tutto il giorno, le cronache televisive hanno insistito in maniera ossessiva e quasi morbosa a riproporre le stesse immagini degli scontri, quasi a far credere che “quella” fosse la piazza, non le decine di migliaia di persone che davano vita al corteo e che non avevano nessuna intenzione di mettere a ferro e a fuoco la città. Nessun servizio ha dato conto delle ragioni della protesta, giuste o sbagliate che fossero. Chi ha seguito le dirette televisive o i siti internet dei giornali, probabilmente ancora si chiede cosa ci facevano per strada tutte quelle persone tranquille, mentre Roma bruciava e i black bloc assalivano i blindati della polizia e attentavano ai ministeri.

A Romano Bartoloni, in amicizia e da vecchio collega, vorrei dire che –al di là della legittima solidarietà nei confronti dei cronisti e dello sdegno per le brucianti parole di Foschi – varrebbe la pena di riflettere su come sia cambiato il nostro mestiere. Di parlare di come sia degenerato il modo di fare informazione, ammesso che di informazione si possa ancora parlare in presenza di politiche editoriali che mortificano le professionalità e privilegiano le “grida”,i titoli urlati a nove colonne in prima pagina fregandosene altamente del fatto che poi i fatti siano diversi. Perché tanto l’importante non è offrire un servizio ai lettori (che, avendolo capito, i giornali non li comprano più) ma “buttarla in caciara”, spararla più grossa degli altri, fare sensazione. Un giornalismo per il quale le olgettine valgono più di una finanziaria. 

 

creatori di mostri

diario 26/9/2012

 

Già segretaria dell’Ugl, un sindacato che probabilmente non deve neppure prendersi il disturbo di stampare le tessere non avendo alcuno che le reclama, Renata Polverini non esiste. O meglio: non esiste in natura. E’ una delle tante creature partorite dalla fervida immaginazione dei numerosi Frankenstein che popolano le redazioni dei giornali e delle tv. Anzi, soprattutto di queste ultime dal momento che da anni ormai i quotidiani hanno scelto di informare i propri (pochi) lettori su ciò che questi hanno avuto modo di vedere la sera prima direttamente sul piccolo schermo.
Renata Polverini (che forse si deciderà prima o poi a presentare davvero quelle dimissioni dalla presidenza della regione Lazio che sbandiera in ogni talk show e tg) è solo l’ultimo prodotto di laboratorio nato dalla rincorsa al titolo sparato in prima, al personaggio da lanciare (e da bruciare per far spazio a nuove star), alla spettacolarizzazione dell’informazione, anche se riesce sempre più difficile definire quest’ultima giornalismo.
Certo, la signora ci ha messo del suo: spigliata, verace, aggressiva al punto giusto, tosta (con le palle, ha detto qualcuno pensando a torto di farle un complimento), sempre disponibile a partecipare alla corrida dei vari Porta a Porta, Ballarò, Servizio Pubblico e chi se li ricorda aggiunga gli altri, abile nel far passare in secondo piano il fatto che la sua organizzazione sindacale (erede della vecchia Cisnal filo missina, a suo tempo sdoganata da quel Bettino Craxi al quale, immemori, i giovani leoni del Msi tirarono le monetine al Raphael) per pudore ha sempre rifiutato di fornire i dati relativi ai propri iscritti, involontariamente autodenunciando la propria inconsistenza. Proprio come quel Sindacato Padano fino a pochi mesi fa guidato da un’altra pasionaria, Rosi Mauro, anch’ella assurta agli onori della cronaca politica grazie all’attenzione dei media e poi scivolata su una banale storia di quattrini e su una meno banale guerra di potere all’interno della Lega. Che, guarda caso, ha visto perdente e umiliato un altro prodotto del “nuovo modo di fare informazione”, quell’Umberto Bossi del quale persino le pernacchie erano buone per costruirci su un bel titolo a nove colonne o l’apertura di un tg.
Ma la vittima più eccellente dei creatori di mostri è forse un’altra: l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi il quale, pur potendo ancora contare su un numero ragguardevole di “amici” (e mai virgolette furono più necessarie) e di ascari, dopo essere stato l’oggetto quasi esclusivo della quotidiana informazione per molti anni, apparendo nelle sue molteplici vesti di imprenditore, dirigente sportivo, politico, imputato, don giovanni e via parlandone, oggi fatica a conquistare poche righe sui giornali, che ormai tanto non le legge più nessuno, nemmeno Cicchitto. Resiste, anche se il declino è in agguato, Daniela Santanchè, più longeva di Vittorio Sgarbi e Alessandra Mussolini. Ma è questione di poco prima di finire nello stesso angolo buio e polveroso dove a suo tempo furono riposti Pietro Longo, Franco Nicolazzi, Enrico Ferri e le altre meteore passate senza lasciare traccia di sé, come Erminio Boso, l’Obelix leghista e il sanguigno ex sindaco di Taranto Giancarlo Cito. Giusto il tempo indispensabile a dare vita a una nuova creatura, che il Barnum dell’informazione non si ferma mai e persino Beppe Grillo è ormai usurato. Anche questa è la stampa, bellezza.

 

L’uomo che morde il cane

diario 26/4/2012

 

I carabinieri del Ros che danno la caccia al capo di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro hanno deciso di decurtarsi l’indennità di missione da 100 a cinquanta euro al giorno pur di continuare nel loro lavoro. E gli uomini della squadra mobile di Palermo, anche loro impegnati nella ricerca del boss della mafia, da otto mesi – si legge sull’edizione siciliana di Repubblica - anticipano di tasca proprio le spese per le missioni a Trapani. Così come a suo tempo altri loro colleghi fecero pur di arrivare all’arresto di Bernardo Provenzano.
C’è stato un tempo, quando l’informazione era diversa rispetto a quella di oggi, in cui questa sarebbe stata una notizia. Il classico uomo che morde il cane, ovvero un fatto fuori dalla normalità. Oggi non più. E questo dovrebbe far riflettere su come è cambiato il modo di fare giornalismo. Dovrebbe, certo, ma dubito che qualcuno lo farà.

il ribaltonista

diario 25/9/2011

 

Sarebbe bello almeno per una volta cambiare argomento. Poter parlare di qualcosa di diverso, di qualcuno normale. Insomma, tacere di Silvio Berlusconi. Ma, se ci si pensa bene, si vede che è praticamente impossibile. Come ti giri eccolo lì, rispuntare sempre. Lo spettacolo, il cinema sono in mano sua, direttamente o indirettamente. L’informazione, l’editoria? Idem. Di giustizia manco a parlarne. E lo stesso vale per praticamente per tutto, dalle banche alle assicurazioni, dalla chirurgia estetica al gossip. In fondo ha ragione Roberto Benigni quando lo canta come il padrone d’Italia. Allora tanto vale rassegnarsi. Fin quando non riusciremo a levarcelo di torno, lui e il suo mucchio selvaggio fatto di pretoriani, servi e cortigiane con il contorno di qualche ascaro in camicia nera, inutile illuderci.
Così come inutile, a questo punto, è sperare in un sussulto di dignità dei signori “vorrei ma non posso”, i Pisanu, Formigoni, Alemanno che siano. Che chiacchierano sui giornali ma poi, alla prova dei fatti, “fanno pippa” come gli altri. Ingoiano e vai così. “Berlusconi deve fare un passo indietro”, ci ha spiegato l’ex ministro Beppe Pisanu, ex sinistra democristiana, dalle colonne del Corriere. Grazie, lo pensiamo anche noi. Però tu stai in Parlamento e gli dai il tuo voto, noi no. “Bisogna prepararsi alle elezioni nel 2012”, ha rincarato la dose il governatore ciellino della Lombardia. Però i ciellini che stanno alla Camera e al Senato non hanno scrupoli a dire sempre di si a qualsiasi cosa, compreso l’ormai scontato salvataggio di un ministro indagato per mafia del quale Bernardo Provenzano aveva in tasca il numero di cellulare. “Mai più Minetti”, ha poi tuonato il sindaco di Roma Gianni Alemanno, uno che nelle aziende municipalizzate della Capitale ha fatto assumere non innocue igieniste dentali ma ex terroristi neri.
Non mi sembra che da gente così ci si possa aspettare qualcosa di più che un abbaio. Tanto vale, allora, che abbiano almeno il buon gusto di tacere che quantomeno si risparmierebbero una brutta figura. E ne guadagnerebbe anche l’opposizione che ad ogni latrato dei don Abbondio del centrodestra si risveglia per dire ecco la maggioranza non c’è più. Salvo poi svegliarsi e scoprire che c’è ancora e da lì non si muove. Perché la salvezza del capo, di colui che garantisce a tutti colazione pranzo, cena e minibar viene prima di qualsiasi cosa.
Forte dei numeri e della vigliaccheria dei Bruto del Pdl, intanto, Berlusconi ogni tanto abbandona i suoi impegni e torna a farsi sentire nel modo che gli è congeniale. Mentendo spudoratamente e ribaltando la realtà. Così, ad esempio, oggi ci ha fatto sapere che “l’opposizione non ha il nostro stesso credito” perché è “sempre nelle mani dei comunisti” e non ha “personaggi credibili con cui dialogare”. Meno vale, verrebbe da dire, se fosse vero. Meno male che non ha lo stesso credito di uno che non può mettere il naso fuori dai confini per timore di essere sbertucciato da tutto il resto del mondo. Meno male che ci sono ancora i comunisti (anche se mi riesce sempre più difficile incontrarne qualcuno). Meno male che non ci sono “personaggi con cui dialogare”, anche se temo che in parecchi lo farebbero volentieri, magari per interposta persona per salvare la faccia.
Il massimo del non senso, però, Berlusconi l’ha raggiunto nella telefonata fatta al raduno pidiellino di Bisceglie quando ha accusato l’opposizione “sfascista” di “pensare solo al proprio tornaconto”. Il che, detto da uno che è entrato in politica per salvare le proprie aziende dal crac e ci rimane per salvare se stesso dai processi è davvero un notevole esempio di faccia di tolla, come dicono dalle parti del suo amico Umberto. Tanta sfacciataggine farebbe quasi simpatia. Quasi. Perché poi è stato lui stesso a toglierci il sorriso dalle labbra tornando a minacciare di mettere le mani sulla Costituzione e impegnandosi a “governare” (grazie a Scilipoti, si suppone) per un altro anno e mezzo. E chiudendo con una frase che nella situazione in cui versa il paese suona decisamente sinistra: “in 18 mesi tutto sarà possibile”.
 

in morte di un precario

diario 23/6/2011

 

Togliersi la vita a quarant’anni per colpa di una vita precaria. Succede anche questo nell’Italia del terzo millennio, il paese nel quale “la ricchezza è cresciuta” come ci ricorda sempre Giulio Tremonti. Non è la prima volta purtroppo, forse non sarà l’ultima. Quello che sgomenta, questa volta, è che la vicenda riguarda un giornalista: categoria di volta in volta invidiata (“beati voi che avete stipendi d’oro”) o vituperata (“siete solo dei pennivendoli”) che – nel silenzio generale perché i giornali e le tv non parlano mai male di sé stessi – vive gli stessi identici problemi degli altri lavoratori.
Forse, se non ci fosse facebook, nessuno ne avrebbe parlato. Ringrazio Giuseppe Mazzarino per averlo fatto. Ecco come:
 
Morire di precariato giornalistico. A 41 anni.
pubblicata da Giuseppe Mazzarino il giorno giovedì 23 giugno 2011 alle ore 11.26
La notizia è piombata ieri, proprio come una frana che ti travolge, sui lavori del Consiglio nazionale della FNSI: un giovane collega (perché nell'Italia d'oggi a 41 anni sei da ogni punto di vista un giovane, quasi un adolescente) precario, e precario da anni, corrispondente della Gazzetta del Mezzogiorno da Ceglie Messapica, si è suicidato schiacciato dalla precarietà, dall'assenza di futuro, di prospettive, di una famiglia. Di fronte ad un dolore così straziante poche parole possono essere pronunciate o scritte. Se non quelle che ci impegnano ad una lotta a fondo contro i meccanismi infernali della precarietà a vita, della sottoccupazione, della rapina da parte degli editori, dello sfruttamento complice da parte di altri giornalisti, di una purtroppo comune opinione, a destra come a sinistra, sulla necessità e modernità di quello che "loro" chiamano modernità e flessibilità e che non è altro che sfruttamento, prevaricazione, riduzione in schiavitù. Pierpaolo Faggiano col suo gesto disperato ci manda un messaggio ultimativo. O lavoriamo per smantellare questo sistema immondo o ne saremo travolti tutti, e tutti porteremo la responsabilità della sua morte. Che è un "omicidio bianco", come quello di tutti i morti per lavoro.

l'Unità. The dark side of the moon

diario 21/6/2011

 

Concita De Gregorio lascia l’Unità. Il perché, al di là del comunicato congiunto sottoscritto assieme all’editore, rimane ancora tutto da chiarire e i dubbi sollevati in questi giorni a proposito dello “sgradimento” manifestato da parte di alcuni dirigenti del Pd, Massimo D’Alema in primis, sono certamente legittimi.
A favore della Direttora l’aver dato al giornale visibilità e indipendenza, anche se questo non si è tradotto in numero di copie vendute, che significa la sopravvivenza economica della testata. E ci sono voci, dall’interno del giornale, come quella riportata qui sotto di una anonima precaria pubblicata su Facebook (e questa condizione giustifica la scelta di non firmarsi) che gettano una luce diversa sulla vicenda. E’ una testimonianza da leggere con attenzione, che fa riflettere soprattutto a sinistra. Il “compagno padrone” (e lo hanno dimostrato altre storie di un recente passato, come quella di Liberazione e di Red tv), alla fine è sempre più padrone che compagno e la piaga dei favoritismi non è solo una malattia degli “altri”.
 
“Sono una delle tante giornaliste precarie dell’Unità. ma tu sai di che cosa stai parlando? io si perchè lavoro li QUOTIDIANAMENTE da un decennio e ovviamente scrivo sotto pseudonimo. Non c’è nessun complotto dietro il calo di vendite del giornale. Semplicemente con Colombo e Padellaro ne facevamo 80 mila, ora 35 mila. Come mai? forse perchè Concita ha fatto letteralmente scappare i MIGLIORI giornalisti che avevamo al Fatto? E non serve che faccio nomi, sono una decina, erano fra le migliori penne italiane e si sono perse per l’ignavia e il “primadonnismo” di Concita. (chiedere ai colleghi del Fatto per avere conferma). Secondo: con la ristrutturazione del giornale (che ha portato allo stato di crisi durato due anni) sono stati licenziati tutti i precari (poi riassunti in altre forme di precariato ancora più selvaggio di prima) che erano le gambe, la testa e il cuore del giornale. Da quanto il quotidiano non riesce più a produrre inchieste degne di questo nome? Inchieste vere. Non riesce più a produrre notizie ma va a ruota inseguendo ciò che è uscito sugli altri giornali (in gergo si chiama “il giornale del giorno dopo”). Anche questo disaffeziona i lettori che si rivolgono invece e giustamente al Fatto o a Repubblica. Terzo: rapporti di Concita con la redazione. Promozione di alcuni a suo piacimento, mobbing sfrenato ad altri. Ma queste cose meglio non saperle sennò crolla il mito, vero? Quarto, il punto più importante: insopportabile doppia morale del giornale nei confronti dei precari. Campagne e paginate sul precariato (degli altri) e sfruttamento senza dignità del precariato interno. In quei pochissimi contratti che si sono aperti in questi anni di crisi il direttore ha favorito i suoi amichetti, sebbene avulsi alla storia del giornale, anzichè assegnare legittimamente quei contratti seguendo il bacino dei precari storici del giornale. L’Italia del favore e del privilegio, quella della raccomandazione che si impone su quella del merito e della competenza. Questa è stata la gestione interra della redazione e dei precari, che secondo una frase di concita rimasta nella leggenda “i precari dell’Unità non esistono e se esistono non devono avanzare rivendicazioni”. Eccola, questa è la paladina dei precari nei talk show. Nessun complotto in questo avvicendamento alla direzione. Smettetela. Contano i fatti: e i fatti sono le migliaia e migliaia di copie in meno”.

Social network e informazione, matrimonio in bianco e nero

diario 13/6/2011

 

Facebook, twitter, blog, youtube hanno enormi e indiscutibili meriti nella vittoria del si ai referendum. La mobilitazione in grandissima parte spontanea sulla rete ha annullato il boicottaggio dei mezzi di informazione tradizionali, soprattutto quelli televisivi, consentendo la diffusione capillare di notizie tra gli utenti di internet. Banalizzando, si può affermare che i social network hanno egregiamente assolto il compito che una volta, negli anni Cinquanta e Sessanta, svolgevano altri strumenti di aggregazione, quali erano le sezioni di partito e gli oratori delle parrocchie, la cui penetrazione nella società era decisamente minore e limitata territorialmente.
Dopo la grande manifestazione delle donne il 13 febbraio, dopo le elezioni amministrative, ancora una volta, il “grande comunicatore”, l’uomo che ha costruito il proprio potere sulla televisione, è stato battuto sul suo terreno, quello dell’informazione. Una informazione che non può controllare perché su Internet ciascuno ne è “proprietario” e gestore in proprio. Una forza che sfugge anche ai regimi più repressivi e che è alla base dei grandi movimenti popolari che negli ultimi mesi hanno messo in crisi i governi dei paesi del nord Africa, di Yemen e Siria, Iran e Barhein.
Il processo di diffusione della conoscenza, dello scambio di notizie, del confronto in tempo reale è irreversibile e porta con sé una indubbia crescita di partecipazione e, quindi, di democrazia. E non è casuale che l’aumento in termini numerici dei frequentatori dei social network sia maggiore proprio in quei paesi, Italia compresa, nei quali maggiore è il bisogno di una informazione indipendente, diretta, senza mediazioni.
C’è però un risvolto della medaglia da non sottovalutare. La possibilità concreta che la rete diventi strumento di cattiva informazione quando non di disinformazione vera e propria. Il caso di Amina Arat, la “ragazza gay” assurta a simbolo della rivolta di Damasco prima che si scoprisse che si trattava della invenzione di un blogger americano, fa riflettere seriamente. Non è il primo clamoroso falso a circolare in rete, non sarà l’ultimo. E se nel caso di Amina i danni sono stati limitati, non è detto che sarà sempre così. Su Facebook nascono amicizie, rapporti di confidenza facilitati spesso proprio dall’anonimato, dalla sensazione di aprirsi più a se stessi che non con persone in carne e ossa. Si diventa più vulnerabili. E qualcuno potrebbe approfittarne, come è accaduto in molti casi.

il dito e la luna. La sinistra che non sa vincere

diario 3/6/2011

 

Le elezioni amministrative, soprattutto quelle milanesi, qualcosa dovrebbero averci insegnato: Silvio Berlusconi e i suoi alleati si battono con la politica. Anzi, con la buona politica. Un programma chiaro, un candidato credibile, nessun cedimento sul terreno dell’avversario, alla cattiveria gratuita, al gossip, alla polemica sterile, alla confusione.
Milano ha dimostrato che il centrodestra può essere una tigre di carta. Eppure, a pochi giorni da un voto che ha ridato dignità e speranza agli elettori di centrosinistra, ecco che ricominciamo a cadere nei soliti vizi, quelli che sembravano esser stati spazzati via durante una campagna elettorale “gentile” e intelligente.
Prendiamo la giornata di ieri, per capirci meglio. Durante la sfilata ai Fori Imperiali, Berlusconi si alza dal suo posto e si avvicina a re Juan Carlos di Spagna, si china e toccandogli un braccio gli sussurra qualcosa all’orecchio. Apriti cielo! Si scatena un diluvio di reazioni indignate: i re non si toccano! strillano commentatori dei quali nessuno avrebbe sospettato avessero tanto rispetto per i monarchi. L’ennesima gaffe di Berlusconi, titola oggi qualche giornale. E giù a criticare, a ipotizzare, a sprecare parole su parole sul niente.
Mi chiedo se è possibile che in un paese dai mille problemi si debba armare tanto casino per una stronzata. Ammesso che sia una gaffe, ma davvero pensiamo che a farci battere Berlusconi saranno queste idiozie? Possibile che non riusciamo mai a crescere, a imparare dai nostri sbagli? E, per una volta, perchè non cominciare a pensare a cose più serie?
Ritengo che Berlusconi rappresenti il peggio che questo paese ha espresso dal dopoguerra ad oggi. Permettete che mi girino un po’ le palle quando vedo che dalle mie parti ci sono ancora autorevoli rappresentanti che fingono di non capire che guardare il dito invece che la luna è il miglior regalo che gli si può fare. Molti anni fa, quando Mario Melloni non era ancora il leggendario corsivista dell’Unità conosciuto come Fortebraccio, ma un deputato democristiano, durante un dibattito parlamentare particolarmente insulso ebbe uno scambio di battute con il comunista Giancarlo Pajetta: “perché non facciamo a cambio di cretini?”, gli chiese.
Beh, un po’ di turn over ci starebbe bene anche adesso.  

tu chiamala, se vuoi, informazione

diario 19/5/2011

 

tra meno di un mese tutti gli elettori italiani saranno chiamati alle urne per votare i referendum.
Un appuntamento importante che qualcuno non vorrebbe rispettare, nonostante si tratti della più alta forma di democrazia essendo l’unica occasione in cui i cittadini hanno la possibilità di pronunciarsi direttamente e senza mediazioni su questioni che li riguardano da vicino. In questo caso, poi, i quesiti attengono a questioni fondamentali sia per le tasche che per la salute di tutti noi. Eppure chi è chiamato a informare, a mettere le persone in grado di formarsi una opinione (compresa quella se recarsi al seggio o meno) ha messo la sordina. L’informazione sui quesiti referendari passa per i social network ma sfiora soltanto quotidiani e televisioni. E se queste ultime sono sotto il controllo diretto o indiretto di coloro che non vogliono un pronunciamento popolare e quindi in qualche modo il loro silenzio è comprensibile (anche se del tutto illegittimo a termini di legge), minori giustificazioni ha la carta stampata, ancor più quella che si proclama “indipendente”.
A volte – e mi è successo spesso in quasi quaranta anni passati in redazione – ho l’impressione che la parola “indipendenza” sia riferita ai lettori, che voglia dire facciamo come ci pare indipendentemente dai lettori, da quello che a loro interessa, da ciò che può essere loro utile sapere. Il giornale ce lo facciamo come ci pare e piace, se vi sta bene è così, altrimenti non compratelo. Che tanto le vendite non contano se non ai fini delle tariffe pubblicitarie. E’ da lì che vengono i quattrini che consentono agli editori di accumulare utili, mica da quei quattro ingenui che comprano i giornali ai quali vengono rifilati fiumi di parole tutte uguali sulla vita sessuale dei pinguini, sui concorrenti del Grande Fratello (che poi è più o meno la stessa cosa) e su tutto ciò che alla gente “deve” interessare.
Quello che ancora mi stupisce è la grande capacità dei nostri giornali di sparare titoli a nove colonne su qualsiasi avvenimento per una settimana, sull’onda dell’emozione, per poi cancellare come se niente fosse ogni approfondimento, ogni sviluppo. Prendiamo i casi più recenti. Nella seconda metà di gennaio scorso non si è parlato d’altro (e giustamente) delle rivolte che in Tunisia e in Egitto hanno portato alla caduta di regimi trentennali. Vorrei sapere oggi, a distanza di tre mesi, cosa accade in quei paesi, come sono cambiati se sono davvero cambiati. Ma, a parte qualche notizia sul sequestro dei beni della signora Mubarak, nessuno o quasi me lo dice. Ancora: a marzo il terremoto e lo tsunami hanno devastato il Giappone: decine di miglia di morti e dispersi e danni gravissimi alla centrale nucleare di Fukushima. Sono passati due mesi e già non è più dato conoscere qual è la situazione oggi. La centrale continua a rilasciare radioattività? Per saperlo bisognerebbe rivolgersi al mago Otelma oppure leggere qualche quotidiano straniero, uno di quelli che hanno la pessima abitudine di pensare che i lettori vanno informati davvero, non solo durante una emergenza ma anche dopo.
Volendo si potrebbe fare un gioco, andarsi a cercare le notizie degli ultimi quattro/cinque anni che più hanno colpito l’opinione pubblica e controllare come il mondo dell’informazione ci abbia messo in grado di conoscerne gli sviluppi. Prendiamo il caso dell’influenza aviaria del 2006: qualcuno ne sa qualcosa? E soprattutto ne sa qualcosa grazie a giornali e tv? O il terremoto che nel 2007 ha seriamente danneggiato la centrale nucleare giapponese di Kashiwazachi-Kariwa costringendo le autorità ad evacuare la zona in seguito alla dispersione nell’aria e nell’acqua di materiali radioattivi. Vogliamo poi parlare della repressione in Tibet nel 2008, quando le truppe di Pechino hanno sparato sulla popolazione e sui monaci che manifestavano contro l’occupazione cinese? Cosa sia successo dopo, quale sia la situazione oggi rimane un mistero. Proprio come la ricostruzione de L’Aquila dopo il terremoto del 6 aprile 2009. “Non vi abbandoneremo” era stato l’impegno preso solennemente dal mondo dell’informazione all’indomani del sisma. Credo che gli aquilani oggi si sentano un po’ presi per i fondelli, dato che di loro si parla solo nelle ricorrenze ufficiali. E pensare che stanno a due passi da noi, non come i terremotati haitiani per i quali solo un anno fa si è mobilitato tutto il mondo e che oggi continuano a vivere nell’emergenza nel silenzio generale. Lo stesso silenzio che circonda la vicenda della Deepwater Horizon, la piattaforma petrolifera esplosa il 20 aprile 2010 nel Golfo del Messico e che ha causato il più grave disastro ambientale della storia americana.
Meglio fermarsi qui, anche se l’elenco delle “distrazioni” è davvero sterminato. Quello che si può aggiungere è che l’informazione italiana soffre di schizofrenia e di una drammatica mancanza di memoria e di idee. Tanto che la principale fonte di notizie continua ad essere la televisione. Ogni giorno veniamo informati nel dettaglio delle dichiarazioni dei politici rilasciate la sera prima in qualche talk show televisivo, come se fosse necessario e utile raccontare loro quello che hanno visto con i propri occhi solo poche ore prima. Il racconto della tv, non dei fatti e della vita reale. Nell’era del villaggio globale, in Italia si parla solo del villaggio.