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loscarafaggio

salvatori della patria

diario 18/1/2013

 

Nutro da sempre una profonda diffidenza nei confronti di coloro che si sentono investiti da una missione, dei portatori di verità. Mi ricordano quei bravi uomini in abito talare inviati secoli fa a convertire alla vera religione gli indios sud americani. Talmente compresi nel loro sacro dovere da infliggere a quei poveracci senza dio anche le peggiori torture pur di salvare loro l’anima.
Uno zelo che in questi ultimi tempi ritrovo nello slancio impetuoso con il quale molti esponenti della “società civile” (che per me resta un oggetto indefinito, un non senso) hanno abbracciato la politica. In un paese che ha già visto e scontato sulla propria pelle salvatori della Patria del calibro di Silvio Berlusconi o, più modestamente, di Antonio Di Pietro, si sono di recente proposti come nuovi redentori un comico, un tecnico e un giudice. Tutti e tre decisi a salvare dalla perdizione una Nazione altrimenti destinata a un rapido e definitivo declino. Beppe Grillo, il primo del trio in ordine di apparizione, non propone nulla se non se stesso e le sue battutacce ormai scontate. Il suo programma si sintetizza in poche parole: tutti fuori dalle palle che ci adesso ve la do io l’Italia. Magari strizzando l’occhio ai fascisti di Casa Pound e cacciando fuori dai confini gli immigrati. Come e peggio di un leghista della prima ora, alla Borghezio tanto per capirci. Il secondo, arrivato a palazzo Chigi un anno fa dopo aver rappresentato l’Italia in Europa su delega di Silvio Berlusconi (e della finanza internazionale) ci ha spiegato in questi giorni che ritiene suo preciso dovere salvare l’Italia dallo sfascio. E per questo è ben deciso a continuare da politico l’opera cominciata con la casacca di tecnico. Non ci ha detto (anche se si è lasciato scappare di aver votato Forza Italia nel 1994) che la sua decisione, a molti incomprensibile, è figlia di quel voto di quasi venti anni fa ed è maturata negli stessi ambienti che a suo tempo sostennero l’avventura vincente dell’uomo di Arcore nella ingenua convinzione di poterlo controllare, di farne uno strumento dei propri interessi, sottovalutandone le capacità, il fiuto e le ambizioni. Oltre che quella vena di onnipotente follia che, con il passare degli anni, ha portato Berlusconi ad essere ingombrante e impresentabile, dannoso anche per chi lo aveva aiutato nella scalata al potere, cioè il mondo dell’industria e della finanza. Lo stesso mondo che oggi investe su Mario Monti, il quale offre bel altre garanzie di lealtà e di immagine negli ambienti che contano in Europa e oltre oceano.
Ultimo in ordine cronologico a “prestarsi alla politica” il magistrato palermitano Antonio Ingroia, a ben vedere l’unico del terzetto ad essere realmente un “uomo di fede”, a credere ciecamente nella propria missione salvifica e a essere disposto a portarla avanti a qualsiasi prezzo, a differenza del suo più noto predecessore (e oggi suo sponsor) Antonio Di Pietro che dietro la facciata di uomo tutto d’un pezzo si è, nel corso degli anni, ben adattato e adagiato alle forme della politica politicante. Che avrebbe continuato a praticare se avesse trovato maggiore disponibilità da parte dei suoi vecchi alleati ormai stanchi dei suoi tentativi di resistere al declino politico alzando i toni della polemica oltre ogni limite, tanto da spaccare il suo stesso partito. Se il comico in disarmo Beppe Grillo e l’uomo della finanza Mario Monti rappresentano la continuazione sotto altre vesti del populismo becero della prima orda padana e del tentativo solo in parte riuscito per colpa di un inaffidabile Silvio Berlusconi di cambiare in peggio i rapporti sociali, Ingroia è la vera novità di questa campagna elettorale. Una novità pericolosa perché introduce nella politica un elemento nuovo, la fede. Non in un Dio (che dal quel punto di vista abbiamo già dato a lungo), non in un ideale, ma in una missione. Quella di liberarci dal male dovunque si annidi, costi quel che costi. L’autodefinito “partigiano della Costituzione” non conosce sfumature. Per lui il grigio non esiste. O bianco o nero. O con lui o contro di lui. Che poi è un dettaglio secondario se tra le sue truppe raccogliticce ci sono personaggi che definire ambigui sarebbe un eufemismo e sopravvissuti di mille scissioni che sono stati capaci di dilapidare patrimoni di consensi. Tanto, se le cose dovessero andar male, ad attenderlo c’è sempre il sud America. Proprio come i missionari che l’Inquisizione inviava a redimere le anime dei selvaggi.

non sono una signora

diario 13/6/2012

 

nessuno dica, per favore, che criticare la professoressa Elsa Fornero, ministro pro tempore del Lavoro, è troppo facile e persino scontato di questi tempi nei quali tutti, a destra come a sinistra e al centro, non le risparmiano frecciate più o meno pungenti. Il fatto è che quella che doveva essere una delle punte di diamante del governo dei tecnici fin dall’inizio del suo mandato non ha perso un’occasione per attirare su di sé commenti poco benevoli. Ma la sua ultima uscita sulla vicenda dei lavoratori esodati è stata la goccia che ha fatto traboccare il classico vaso. Non le è bastato nascondere la realtà al Parlamento, né le è stato sufficiente liquidare il problema con un decretino che, per dirla alla romana, mette una pezza su una questione ben più complessa di quanto il ministro abbia cercato di far credere. No, ha voluto strafare scivolando nel più puro stile berlusconiano: di fronte alla divulgazione del documento riservato che lei stessa aveva chiesto all’Inps e nel quale si legge nero su bianco che gli esodati sono quasi 400 mila e non 65 mila come lei ha sempre sostenuto a dispetto delle cifre fornite dal sindacato, ha pensato bene di replicare non chiedendo scusa, come sarebbe stato lecito aspettarsi da una persona in buona fede, ma accusando chi ha diffuso il documento di remare contro il governo. Sembra di risentire l’intemerata di Silvio Berlusconi contro Roberto Saviano, colpevole di accreditare una pessima immagine dell’Italia perché denunciava l’esistenza della criminalità organizzata. La polvere va nascosta sotto il tappeto, sennò che figura ci facciamo, sembra essere il pensiero comune dei due, pur così distanti come educazione e formazione.
E, poiché la professoressa Fornero è una esperta di bon ton, oggi ha voluto anche dare una lezione a Susanna Camusso rea di aver fatto cenno a Ginevra alla questione: mi pare di ricordare che all’estero non si parla di vicende italiane, ha risposto piccata. Il fatto è che fino ad oggi Elsa Fornero ha preferito parlarne poco anche in Italia, minimizzando e raccontando balle. La segretaria della Cgil forse non conosce l’etichetta, ma il sussiegoso ministro del Lavoro non conosce vergogna. Altrimenti avrebbe già fatto l’unica mossa sensata che le rimane: prendere carta e penna e scrivere una garbata letterina di commiato (e, se ci riesce, di scuse) prima di tornare alla sua cattedra, evitando di creare altri guai a Mario Monti e ai suoi colleghi di governo e risparmiando agli italiani l’imbarazzo di rimpiangere (e ce ne vuole) il suo predecessore Maurizio Sacconi.
 

elezioni, c'è poco da stare allegri

diario 8/5/2012

 

Come il commissario Rock della brillantina Linetti, capita anche a Giorgio Napolitano di commettere qualche errore. Uomo di grande esperienza politica, al quale va il merito di aver impedito che il legame tra cittadini e istituzioni si logorasse definitivamente in questo ultimo quinquennio, il presidente della Repubblica non può non ricordare che, giusto una ventina di anni fa, un suo predecessore al Colle, Francesco Cossiga cercò di dare una scossa alla politica dell’epoca, in crisi come oggi. Il 5 aprile 1992 si erano svolte le elezioni per il rinnovo delle Camere e la Lega, che fino a pochi giorni prima poteva contare su un solo parlamentare (il Senatur Umberto Bossi) e una base elettorale che non arrivava ai duecentomila voti, era arrivata a sfiorare i quattro milioni di consensi. Un terremoto certo più devastante, per i partiti, di quanto non siano i risultati delle amministrative di ieri che peraltro hanno riguardato solo un quinto dell’elettorato. Cossiga decise di rimettere il mandato con un paio di mesi di anticipo sulla scadenza naturale, sperando che il suo gesto costringesse le forze politiche tradizionali a una seria riflessione sulle ragioni di quanto stava accadendo nel paese.
A Napolitano non avrebbe senso chiedere un gesto simile a quello di Cossiga. Ma certo gli si può suggerire di evitare di cavarsela, di fronte ai risultati delle urne e all’emergere di nuovi soggetti politici e soprattutto davanti alla conferma della disaffezione degli elettori rispetto a certe forme e rituali della politica (per non parlare degli scandali che hanno riguardato indistintamente forze di maggioranza e di opposizione) con una battuta. “Il solo boom che ricordo è quello degli anni Sessanta”, ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano un commento sui risultati delle liste del Movimento 5 Stelle. Un errore, anche perché consente al battutista genovese di replicare a modo suo.
Quanto al voto di ieri, è sinceramente difficile capire il perché dell’esultanza della sinistra. Gli unici elementi positivi sono la disfatta del Pdl e il tracollo soprattutto in Lombardia della Lega. Per il resto sarà anche vero che il Pd ha tenuto, ma ad un prezzo molto alto come è stato quello di doversi presentare in molti casi agli elettori con candidati improbabili imposti da primarie “taroccate” come è avvenuto a Palermo con il giovane Ferrandelli che ha battuto Rita Borsellino grazie all’appoggio di Raffaele Lombardo. O come a Genova dove è stato costretto (come già a Milano un anno fa) a digerire la scelta di un outsider come Marco Doria, un ex comunista senza tessera dalle caratteristiche simili a quelle di Pisapia. Né hanno motivo di gioire quanti interpretano il buon risultato e la probabile elezione di Leoluca Orlando a sindaco di Palermo come una rivincita della politica “buona”. Orlando, candidatosi contro la volontà del suo leader Antonio Di Pietro, tutto può essere definito tranne che “nuovo”: già sindaco democristiano del capoluogo siciliano, ottenne un secondo mandato come candidato della Rete, una invenzione politica del gesuita padre Pintacuda, suo mentore. Si parlò di “primavera palermitana”, anche se probabilmente a non essere d’accordo con questa definizione era Giovanni Falcone che da Orlando venne attaccato con l’accusa di nascondere nei cassetti le carte che accusavano politici siciliani e non (leggi Andreotti) di rapporti con la mafia.
Se qualcuno ha motivo di essere contento sono solo i giovani “grillini”, chiamati ora a confrontarsi con la dura realtà. Dovranno dimostrare di non essere l’ennesimo fuoco di paglia, la calamità dell’insofferenza dei cittadini e contribuire a governare le loro città. Qualcosa di più serio e complesso che non sparare insulti e slogan ad effetto da un palco, come ha fatto fino ad oggi il loro leader.
Da ultimo, tra gli scontenti figurano a buon diritto il presidente del Consiglio Mario Monti e quegli esponenti del governo tecnico che fino a ieri coltivavano ambizioni politiche. Il testo elettorale ha nettamente bocciato queste ultime e ha esposto il governo senza maggioranza propria al rischio di “tirare a campare” schiacciato tra la voglia del Pd di incidere maggiormente sulle scelte dell’esecutivo e la tentazione dei berluscones del Pdl di far pesare ancor più di quanto abbiano fatto finora i propri voti in parlamento. Sapendo che sarà la loro ultima occasione perché nel prossimo saranno minoranza. Anche se, come diceva il Trap, è sempre meglio “non dire gatto se non l’hai nel sacco”.

l'appuntamento

diario 5/5/2012

 

Adesso lo chiama appuntamento. Qualche anno fa, ai tempi della Dc e dei traballanti governi di centrosinistra perennemente in bilico avrebbe chiesto una verifica. Pierferdinando Casini, uno che nella prima Repubblica e nei suoi riti politici ha iniziato la carriera, si deve essere morso la lingua per non pronunciare una parola che era quasi sempre sinonimo di crisi alle porte e, spesso, di elezioni anticipate. Il leader dell’Udc (ma non più di quel Grande centro che è abortito sul nascere e al quale nessuno sembra ormai credere) in queste settimane si gioca molto del proprio futuro politico. Lui che sul governo Monti ha investito tutti i risparmi accumulati in anni di opposizione a Prodi prima e a Berlusconi poi è ben consapevole che questa potrebbe essere l’ultima chance per dare un futuro a una forza politica che non è mai decollata e che rischia nuovamente di essere oscurata dalla rinnovata conflittualità tra Pd e Pdl i quali, sentendo odore di elezioni e temendo di cedere troppi consensi, hanno ripreso a fare la voce grossa pur rinnovando quotidianamente le dichiarazioni di fedeltà a Monti e ai suoi tecnici.
Se Casini è nei guai, però, la colpa (o il merito, secondo i punti di vista) non è dei due maggiori partiti e dei loro timori. La responsabilità prima è proprio dei signori che siedono a palazzo Chigi i quali, chiamati a svolgere il lavoro sporco da una classe dirigente incapace di assumere responsabilità, hanno peccato di presunzione e si sono convinti di poter approfittare della debolezza della politica per far digerire al paese misure “greche”. Senza però avere il coraggio di andare fino in fondo e di incidere su settori quali la finanza, la ricchezza improduttiva, la lobby dei petrolieri ma anche quella dei tassisti che, in fondo, rappresentano il loro mondo di riferimento. I professori si sono mossi con la delicatezza di un panzer rifiutando di fatto il confronto con le parti sociali e con le stesse forze politiche che li sostengono in Parlamento convinti di essere “unti della Bce”, come se bastasse questo a tenere assieme i cocci di una nazione non nazione come l’Italia ormai contaminata da un berlusconesimo che si è diffuso come un virus ovunque, anche là dove sembrerebbe impossibile. Basta guardare la gestione “padronale” e personalistica di alcuni partiti di opposizione, dall’Idv di Antonio Di Pietro a Sel di Nichi Vendola fino al Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo per rendersi conto di quanti danni abbia fatto il “modello” imposto alla politica e alla società dal ventennio che ci separa dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi.
Pierferdinando Casini viene da una scuola politica seria, da un partito che ha gestito a lungo il potere in virtù delle sue molte anime che rappresentavano, nel bene e nel male, le anime del paese. Se vuole far fruttare il suo investimento più che a Bersani e a Berlusconi dovrebbe chiedere un appuntamento a Mario Monti. E’ a lui che dovrebbe spiegare come il consenso sociale sia fondamentale per governare un paese, tanto più in un momento di crisi come quello attuale. E, magari, dirgli che convocare i sindacati su un tema delicato come quello dei lavoratori esodati per metterli di fronte al fatto compiuto di un decreto del ministro del Lavoro, la signora Elsa Fornero, che affronta solo una minima parte del problema non è il modo migliore di governare.

senza rimpianto, professor Monti

diario 26/3/2012

 

Il potere logora chi ce l’ha. Poiché al professor Mario Monti piacciono le citazioni di Giulio Andreotti eccone una delle più celebri, anche se leggermente modificata per adattarla alla nuova versione di super Mario, passato nel breve volgere di pochi mesi dal ruolo di supertecnico al servizio del paese a politico a tutto tondo. Tanto da aver fatto propria la convinzione di chi l’ha preceduto, che il paese sia cosa sua. Silvio Berlusconi era convinto di esserselo comprato con quattro spicci, come un Lavitola qualunque, di poterlo gestire a proprio piacimento forte di una maggioranza militarizzata e prona. Mario Monti non si è preso neppure la briga di metterci qualche centesimo, non ne ha avuto bisogno: a lui l’Italia l’hanno regalata la Bce e una classe politica inetta e in gran parte incapace.
Riverito come salvatore della patria, accreditato di una iniziale fiducia incondizionata, ha messo in atto un’azione di governo senza precedenti, preoccupato non tanto di salvare il paese quanto di dimostrare a chi lo aveva indicato di essere all’altezza del compito. Che consisteva nel fare quel lavoro sporco che altri si erano rifiutati di fare: una riforma delle pensioni che penalizza i lavoratori; un ritocco verso l’alto della pressione fiscale di cui in questi giorni avremo finalmente chiara la portata; finte liberalizzazioni che hanno appena sfiorato le categorie privilegiate e hanno lasciato indenni la grande finanza e gli speculatori; il rinvio sistematico di decisioni fondamentali quale quella relativa alla legge anti corruzione; una riforma del lavoro che, con la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, mette definitivamente in chiaro da che parte sta questo governo.
Non accetteremo che la riforma sia snaturata ha detto non più tardi di questa mattina il ministro del lavoro Elsa Fornero. Appena prima che Mario Monti (da Seul, proprio come facevano i tanto deprecati politici che non vedevano l’ora di andare all’estero per parlare di questioni italiane) minacciasse le dimissioni del governo se il testo messo a punto dai professori sarà modificato. Un insulto a quel Parlamento che, in una Repubblica democratica, dovrebbe rappresentare la sovranità popolare. Cioè il “datore di lavoro” del governo, di qualsiasi governo. Tranne, secondo Monti, di quello da lui presieduto che in soli due mesi ha fatto ricorso continuo ai voti di fiducia, impendendo di fatto alle Camere di svolgere il proprio lavoro.
Volato in Oriente per convincere gli investitori di quelle parti che grazie a lui adesso l’Italia è finalmente un paese affidabile, Monti non si aspettava di essere costretto a presentarsi “dimezzato”, con alle spalle una maggioranza traballante e un sindacato pronto a mobilitare le piazze. Con la minaccia di chiamarsi fuori per “non tirare a campare” cerca di riprendere in mano una situazione che solo l’arroganza sua e di alcuni suoi colleghi di governo hanno creato. Ci creda, professore, la sua oggi è un’arma scarica. Grazie a lei abbiamo compreso che tutto sommato dei tecnici si può fare a meno. E dato che si trova nel lontano Oriente le ricordo quel che diceva Mao Tse tung: il potere politico nasce dalla canna dei fucili. Ma è la politica che deve guidare i militari. O i tecnici, che poi è la stessa cosa.
 
 

provaci ancora Elsa

diario 18/3/2012

 

In poche settimane è riuscita a sfatare il luogo comune secondo cui i piemontesi sarebbero falsi e cortesi. Due definizioni che non si applicano a Elsa Fornero, da quattro mesi ministro del Lavoro nel governo dei professori.
La professoressa Fornero non è per niente falsa, anche se qualcuno l’ha maliziosamente sospettato dopo le lacrime versate al suo primo incontro con la stampa, quando lei e il premier annunciarono il massacro delle pensioni e dei pensionati. Ma non era una sceneggiata. Fornero non è il tipo. Il suo pianto era frutto di stress e stanchezza, nulla più. Non è falsa, quindi ed è anche poco cortese nonostante i suoi modi siano educati come si addice a una persona della buona società sabauda abituata a frequentare i consessi e le università di mezzo mondo. Alcuni suoi comportamenti sono stati vere e proprie cadute di stile. Nella quale si riconosce la stizza dell’accademico abituato a spargere verità indiscusse e indiscutibili che si vede improvvisamente costretto a prendere atto che il mondo non è l’aula di una università o la sala di un convegno. Tanto per dire: non è certo frutto di un ragionamento razionale l’infelice uscita di qualche giorno fa sui precari, quando disse che sarebbe sbagliato dar loro una indennità perché finirebbero per poltrire davanti alla tv e riempire le pizzerie. Una sciocchezza simile non riuscirebbe a pensarla nemmeno Umberto Bossi parlando dei napoletani. E come giudicare l’ormai strafamosa “paccata” di miliardi che il governo sarebbe disposto a tirare fuori? Una persona accorta e sicuramente di maggiore esperienza come Mario Monti non si sarebbe mai lasciato sfuggire parole del genere. E voglio pensare (pronto ad ammettere di essermi sbagliato) che l’invito di ieri del premier a “cedere tutti qualcosa” fosse rivolto non solo e non tanto a Susanna Camusso e Emma Marcegaglia, quanto proprio a Elsa Fornero, che sembra essere l’unica delle tre mai sfiorata dal dubbio perché la sua è una missione, cambiare in poche settimane il paese. Se Monti l’ha pensato, però, non deve averglielo detto apertamente, tanto che proprio oggi Fornero è tornata alla carica cercando questa volta di forzare la mano ai partiti che sostengono il governo in Parlamento senza rendersi conto o più semplicemente fregandosene del fatto che in questo modo l’esecutivo rischia grosso. Forse l’avrà convinta il “forza Elsa” di Angelino Alfano. O forse non ha bisogno di alcun incoraggiamento. I missionari e i salvatori della patria sono sempre pronti al martirio. Tanto più quando non comporta eccessivi sacrifici.
Per chiudere una ultima osservazione: quasi all’inizio del suo mandato ministeriale, Fornero ha chiesto che il suo cognome non fosse preceduto dall’articolo determinativo declinato al femminile. Insomma, niente “la Fornero”, please. Una richiesta politicamente corretta, si è detto. Rivista con il senno del poi mi sembra che a dettarla altro non sia stato che il fastidio di chi non è abituato a sentir pronunciare il proprio nome senza che sia preceduto da un aggettivo che ne indica lo status sociale, la professoressa Fornero, il ministro Fornero. Noblesse oblige.
 

sette in un colpo

diario 2/3/2012

 

Si, si può fare. Parola di Silvio Berlusconi che ieri, a Bruxelles, ha ipotizzato per la prossima legislatura un governo politico a guida Mario Monti con un esecutivo composto non più da professori ma direttamente da esponenti dei tre partiti (Pdl, Pd, Terzo Polo) che in questa fine di legislatura sostengono il governo in carica. Mossa inattesa che, nelle intenzioni di Berlusconi, dovrebbe servire a sparigliare le carte e a rafforzare la sua traballante leadership.
In sostanza, il nostro redivivo ha colto l’occasione per cercare di mettere il cappello sull’esecutivo Monti, presentandolo come una prosecuzione di quello precedente. Il professore sarebbe, secondo Berlusconi, niente altro che colui che starebbe realizzando quel programma che il leader del Pdl avrebbe voluto portare a termine ma che qualcuno (Bossi, ad esempio, o gli ex An) non gli avrebbe consentito di fare. Il tentativo, quindi, è quello di far credere agli italiani che in fondo Monti sarebbe un Berlusconi più educato. E che il consenso di cui godrebbe secondo i sondaggi il governo dei professori andrebbe trasferito pari pari su di lui, che ha avuto “l’eleganza”, come ha detto più volte, di farsi da parte “per senso di responsabilità”, tacendo sul fatto che se non l’avesse fatto l’Italia oggi starebbe peggio della Grecia e il suo partito non esisterebbe più.
Ma dietro le parole di Berlusconi non c’è solo questo. In quella frase di poche parole si nasconde ben altro. Come il tentativo di accrescere le difficoltà del Pd, il cui segretario Pierluigi Bersani si trova a dover fronteggiare la fronda dell’ala montiana del partito capeggiata da Walter Veltroni. Il no di Bersani alle avances berlusconiane è stato netto, ma si può stare sicuri che qualcuno nei prossimi giorni (magari a ridosso delle amministrative) si mostrerà più disponibile.
Nel frattempo, il si entusiasta di Pierferdinando Casini apre un nuovo solco tra Pd e Terzo Polo rendendo sempre più complicato un accordo anche solo elettorale tra le due formazioni politiche. E questo è un altro effetto dell’apertura di ieri.
E non basta ancora. Le parole di Berlusconi rappresentano un segnale chiaro in almeno altre due direzioni: agli ex alleati della Lega e ai duri e puri del Pdl, quei pasdaran che hanno mal digerito la rinuncia obbligata al governo e che premono per una rivincita in tempi brevi. Ai primi Berlusconi ha sostanzialmente fatto capire che hanno tempo un anno per tornare a più miti consigli se non vogliono correre il rischio di correre da soli alle elezioni politiche del 2013 con la prospettiva di vedere molto ridimensionata la propria presenza in Parlamento. Minaccia che in altri tempi avrebbe lasciato indifferenti gli uomini di via Bellerio ma che oggi arriva a un gruppo dirigente che ha mostrato di essere molto sensibile alle lusinghe del potere e al fascino dei consigli di amministrazione. Ai secondi ha fatto arrivare chiaro e forte il messaggio di stare calmi e di non tirare troppo la corda perché alla fine chi comanda è sempre lui. Quindi, niente scherzi in Parlamento e niente più fronde. Diversamente arriverà anche per loro, al momento della compilazione delle liste elettorali, la resa dei conti.
Per Berlusconi presentarsi con il nuovo vestito istituzionale, poi, può significare anche altro. Del tipo, io garantisco la governabilità di questo paese, voi datemi una mano ad uscire dai casini in cui mi trovo, cioè quei processi che la magistratura milanese ostinatamente porta avanti. D’altra parte, dopo la prescrizione al processo Mills, era stato uno dei suoi fedelissimi, Fabrizio Cicchitto, a lasciare intendere senza equivoci che la sentenza aveva salvato il governo Monti. Se vorrà salvarsi anche in futuro, il professore dovrà fare in modo che il suo predecessore conservi la fedina penale pulita. Se non è la richiesta di una ennesima legge ad personam è quanto di più simile si riesca ad immaginare.
L’uscita dalle vicende giudiziaria potrebbe anche consentire a Berlusconi di puntare al bersaglio grosso. Il prossimo Parlamento avrà tra i primi impegni quello di eleggere il nuovo inquilino del Quirinale. Rilanciando oggi l’operazione Monti e quella responsabilità condivisa che è stata il cavallo di battaglia di Giorgio Napolitano fin dall’inizio del suo settennato, Berlusconi rivendica a sé l’eredità politica del capo dello Stato proponendosi come il suo naturale successore. Un sogno che al momento sembra destinato a rimanere tale, anche se le risorse dell’uomo non vanno sottovalutate.
Quando ero bambino mi piaceva una favola che si intitolava “Sette in un colpo”. Guarda caso sette, proprio come gli obiettivi di Berlusconi. Era la storia di un villano il cui unico atto di eroismo era stato schiacciare sette mosche in una volta sola. Ne era così orgoglioso che aveva chiesto alla madre di ricamare su una bandierina la frase “sette in un colpo”. Se la portava in giro con l’orgoglio di un guerriero. Tanto che un re, ancor più ingenuo di lui, si convinse di avere davanti un uomo coraggioso come pochi e lo volle come genero. C’è da sperare che il finale questa volta sia diverso e che al nostro restino in mano solo sette mosche. E nulla più.
 

Un atto dovuto e “rivoluzionario”

diario 11/1/2012

 

Le dimissioni del sottosegretario Carlo Malinconico, vacanziero a sua insaputa, arrivate ieri pomeriggio dopo un incontro con il presidente del Consiglio Mario Monti erano un atto dovuto. E quindi non varrebbe neppure la pena di commentarle. O, perlomeno, non varrebbe la pena se il nostro fosse un paese normale, un paese nel quale chi sbaglia si rassegna a pagare e chi fa il proprio dovere non diventa un eroe come è accaduto suo malgrado a Simone Farina, il giovane calciatore del Gubbio assurto a simbolo dell’Italia onesta per essersi rifiutato di truccare una partita e aver denunciato chi glielo aveva proposto.
Ma l’Italia non è un paese normale da un bel po’. Per cui le dimissioni di Malinconico, arrivate quattro giorni dopo che il caso delle sue vacanze pagate da Francesco De Vito Piscicelli era stato denunciato dal Fatto quotidiano, hanno un che di rivoluzionario. Ci riportano ai tempi in cui esisteva ancora un briciolo di senso delle istituzioni e, soprattutto, un po’ di pudore. E fanno sperare che prima o poi riusciremo a liberarci di quella sottocultura furbo-affaristica che è la vera eredità politica di Silvio Berlusconi e del mondo che lo circonda. Un ambiente nel quale chi paga le tasse è considerato un fesso, al pari di chi rispetta le regole. Per capire bene chi siano questi personaggi basta avere lo stomaco di rileggersi le sdegnate reazioni del fior fiore del Pdl dopo il cosiddetto “blitz di Cortina”, di ascoltare con attenzione le dichiarazioni di ieri di Fabrizio Cicchitto, le sue minacce di ritorsioni sul governo se la Camera voterà l’autorizzazione all’arresto dell’ex sottosegretario Nicola Cosentino, il coordinatore campano del partito di Berlusconi indagato per camorra. E’ sufficiente ricordare con quale protervia venne nominato ministro Saverio Romano, indagato per mafia dai magistrati di Palermo. E, prima di lui, l’indagato Aldo Brancher, poi condannato in via definitiva per ricettazione e appropriazione indebita.
E’ per questo che le dimissioni di Malinconico sono importanti. Perché segnano la vera discontinuità di questo governo rispetto al precedente, sono uno strappo salutare rispetto al recentissimo passato.  

il banco dell'asino

diario 4/1/2012

 

Era il primo della fila, quello più vicino alla cattedra della maestra. Era il banco dell’asino, una piccola gogna che toccava ai più vivaci, ai meno pronti, a quelli che avevano maggiori difficoltà di apprendimento. A coloro insomma che fornivano l’alibi ad insegnanti incapaci o svogliati che invece di aiutare gli alunni nei guai li isolavano.
Nei prossimi giorni a sedere al banco dell’asino sarà Susanna Camusso, la leader della Cgil, il sindacato che non riesce proprio ad imparare come ci si comporta davanti ai poteri forti, politici ed economici. La confederazione generale italiana del lavoro ha difficoltà di apprendimento, non è sveglia e attenta come Cisl e Uil che, dopo aver flirtato per tre anni con i ministri Maurizio Sacconi e Renato Brunetta e con le “innovazioni” in stile americano dell’amministratore della Fiat Sergio Marchionne, a inizio del nuovo anno scolastico nella classe della professoressa Elsa Fornero hanno fatto per qualche giorno comunella con la Cgil, ma poi da brave alunne sono tornate nei ranghi.
Sono bastati pochi giorni a Bonanni e Angeletti per ravvedersi. Dopo aver minacciato sfracelli e aver addirittura indetto una astensione dal lavoro di due ore (poi diventate quattro per ammorbidire lo sciopero indetto dalla Cgil) per protestare contro i tagli alle pensioni e ai pensionati del governo Monti, i due leader sindacali hanno rapidamente accettato l’invito del governo a discutere la cosiddetta “fase 2” in incontri separati. Quel che conta è la sostanza, hanno spiegato, non la forma. Tanto più se la forma ha il chiaro intendimento di isolare la Cgil e il suo segretario più riluttanti a subire ancora provvedimenti penalizzanti per il mondo del lavoro. Ma soprattutto i più decisi ad opporsi al progetto politico consociativo e centrista messo a punto nell’ultimo anno in convegni benedetti dal cardinal Bagnasco, ai quali guarda caso erano presenti Corrado Passera e un altro paio di ministri del governo Monti e Raffaele Bonanni.
il 2012 sarà un anno di transizione si è detto. Un anno che servirà a risanare l’economia devastata dai precedenti governi e traghettare il paese nella normalità. Ho l’impressione che l’intenzione vera sia ben diversa, che il vero obiettivo del governo “tecnico” sostenuto trasversalmente dai partiti della vecchia maggioranza e della vecchia opposizione sia altra. Sia in sostanza quello di mettere fine a un sistema falsamente bipolare per ridare fiato e ruolo ad una nascente forza di centro. Non la Dc, ma qualcosa che le somiglia molto, una formazione politica dalle molte anime, da quella sociale di Riccardi a quella imprenditoriale e finanziaria rappresentate dai Montezemolo e dai Passera, con un rapporto privilegiato con una parte importante della Chiesa cattolica, quella rappresentata dal presidente della Cei Bagnasco. Un centro depurato dalla cattiva memoria di un partito-stato, presentabile e pronto ad allearsi con chiunque non pensi di mettere in discussione temi tabù quali quelli dei diritti delle persone o questioni etiche. Oltre ad argomenti molto più terreni, quali i finanziamenti alle scuole cattoliche o l’8 per mille alla Chiesa.   

a proposito di articolo 18

diario 19/12/2011

 

Tecnicamente è la legge n. 300 del 20 maggio 1970. Il suo nome completo è “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”. Politicamente è l’eredità più significativa del socialismo italiano pre craxiano e delle lotte operaie del 1968/69.
Lo Statuto dei Lavoratori, scritto da una commissione presieduta da Gino Giugni e voluto dall’allora ministro del Lavoro Giacomo Brodolini (che pur essendo morto prima che il testo diventasse legge ne è l’indiscusso padre politico) è ancora oggi alla base di gran parte delle leggi in materia di diritto del lavoro e rappresenta la più forte difesa del mondo del lavoro contro chi vorrebbe imporre liberalizzazioni selvagge in questa materia. E forse è proprio per questo motivo che sistematicamente da quindici anni a questa parte c’è chi si pone l’obiettivo di cancellarlo, almeno in alcune delle sue parti più significative, come l’articolo 18 tornato oggi nuovamente alla ribalta del dibattito politico-sindacale dopo l’intervista del ministro del Lavoro Elsa Fornero al Corriere.
Il centrodestra ci ha provato fin dall’inizio scontrandosi con la ferma opposizione dei sindacati e soprattutto della Cgil che, segretario Sergio Cofferati, portò in piazza a Roma tre milioni di persone in una memorabile manifestazione. Ci hanno riprovato in tempi recenti i ministri (ex socialisti) Renato Brunetta e Maurizio Sacconi. Ci ha provato e in parte ci è riuscito anche l’amministratore della Fiat Sergio Marchionne con il sostegno di Cisl e Uil. Ci riprova oggi, con il consenso di Confindustria e di alcuni giuslavoristi di area Pd come Pietro Ichino, il governo dei tecnici di Mario Monti. L’articolo 18 “non è un totem” ha detto il ministro Fornero. E ha profondamente ragione: i totem sono simboli astratti, rappresentano divinità celesti. L’articolo 18 non ha questa pretesa, è molto più terra terra: rappresenta il diritto dei lavoratori (o almeno di quella parte di loro impiegata in imprese con più di quindici dipendenti) a essere tutelati contro licenziamenti ingiusti e immotivati. Sembra l’abc del diritto ma per arrivarci ci sono voluti anni di lotte e l’intelligenza politica di un grande e onesto socialista come Brodolini. Difendere l’articolo 18 non è, come qualcuno dice, una battaglia di retroguardia, è difendere la dignità del lavoro e dei lavoratori, quella dignità che nessuno può permettersi di mettere in discussione. Né oggi né mai.