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loscarafaggio

Matteo Renzi e i piccoli fan

diario 5/2/2014

Nostalgico, vecchio, rincoglionito. Persino comunista. Se solo ti permetti di esprimere il benché minimo dubbio su Matteo Renzi ormai sei out, fuori moda, all’indice. A sinistra come a destra, che anche il cittadino Berlusconi ha vietato ai suoi dipendenti di criticarlo. E allora cerco di chiarire una volta per tutte, almeno per quanto mi riguarda. Nostalgico non lo sono per niente, non mi mancano i bei tempi andati, che per l’appunto sono andati. Anche se non li rinnego e anzi li rivendico come parte della mia storia personale. Vecchio si, gli anni si cominciano a sentire. Ma non mi sembra una colpa (se non per l’ente che paga la mia pensione). E d’altra parte, poichè molti giustificano la propria passata militanza nel Pci definendola un errore di gioventù, mi sembra lecito escludere che l’esser giovani sia un pregio in sé, visto che a volte porta a far cazzate. Né posso dimenticare che lo smantellamento della sinistra ha avuto inizio anche grazie all’opera di due giovani: quando ci fu il congresso della Bolognina che sancì il passaggio alla guida del partito (o almeno di quel che ne rimaneva) ai “giovani”, Massimo D’Alema aveva poco più di quarant’anni e Valter Veltroni viaggiava attorno ai 36. Il che mi induce a diffidare dalle valutazioni basate sull’anagrafe. Quanto a rincoglionito, se mi guardo attorno direi che sono nella media. Resta comunista, una parola che in tutta sincerità ancora non riesco a considerare un insulto, ma che non mi appartiene più da tempo, da quando si è esaurita la mia personale “spinta propulsiva” e mi sono scoperto una vena socialdemocratica (intesa in senso europeo, non tanassiano). Mi sembra, invece, che altri, pur negandolo con forza, conservino intatto il proprio comunismo giovanile. Lo vedo in una sorta di nostalgia per il tanto esecrato centralismo che attribuiva tutto il potere e tutta la ragione al vertice, al leader che si ama e non si discute; nella voglia di tacitare il dissenso con anatemi e inviti ad andare altrove, per non disturbare il manovratore; nel riconoscersi acriticamente nell’uomo solo al comando, rifiutando il confronto e ridicolizzando (o cercando di farlo) il dissenso, rifiutando a priori, quasi per fede, qualsiasi obiezione. Che tanto si sa, vengono sempre da nostalgici vecchi e ormai un po’rincoglioniti. Personalmente non so se Renzi sarà davvero la carta vincente per il centrosinistra italiano. Ma di una cosa sono certo: che il tifo, l’adesione fideistica, il “comunismo” di tanti suoi sostenitori non gli giovano. 

ciao Saverio

diario 29/11/2011

 

Addio a Saverio Tutino
fece conoscere Cuba all'Italia
Giornalista con l'Unità prima e Repubblica poi, scrittore e fondatore dell'Archivio diaristico nazionale, aveva 88 anni ed era stato ricoverato per un ictus alla Clinica San Raffaele di Roma. La fondazione di Pieve Santo Stefano (Arezzo), raccoglie quasi diecimila scritti autobiografici di italiani
 
 
ROMA - E' morto Saverio Tutino, giornalista, scrittore e fondatore dell'Archivio diaristico nazionale. Tutino era nato a Milano il 7 luglio 1923, è scomparso a 88 anni dopo essere stato ricoverato per un ictus alla clinica San Raffaele di Roma.

Straordinarie le sue esperienze di vita e di lavoro. In effetti, da cronista - come gli piaceva definirsi - Tutino ha raccontato  quello che ha vissuto e visto: la resistenza da giovanissimo comandante partigiano in Val D'Aosta (nome di battaglia "Nerio"), l'indipendenza algerina, la Cina post-rivoluzionaria, la rivoluzione cubana, l'America Latina.

Era studente universitario a Milano quando, dopo l'8 settembre del '43, per sfuggire alla chiamata alle armi dei repubblichini parte per la Svizzera. In un campo di rifugiati ha i primi contatti con gruppi antifascisti e decide di tornare in patria entrando nelle formazioni partigiane in Val D'Aosta e nel Canavese. Commissario politico prima della 76ma brigata Garibaldi e poi della VII divisione Garibaldi "Aosta", con la liberazione entra tra i redattori del politecnico di Vittorini.

Passa poi a Vie nuove e quindi all'Unità, come inviato in Cina e più tardi come corrispondente prima da Parigi e poi da Cuba dove vive in prima persona tutta la stagione della rivoluzione castrista. E' proprio l'esperienza cubana a lasciare il segno più profondo. Imprescindibili, per ogni lavoro di ricerca sulla rivoluzione dei Barbudos, restano i suo testi: Gli anni di Cuba (Mazzotta,1973), L’ottobre cubano (Einaudi, 1974), Guevara al tempo di Guevara (Editori riuniti, 1996). Ogni volta che si cercava una opinione autorevole su ciò che accadeva a l'Avana bisognava chiederla a Tutino, memoria storica di quella rivoluzione, anche se mancava da Cuba dal 1980. Lui, iscritto al Pci dal 1944, giornalista per trent'anni a l'Unità, aveva visto incrinarsi il rapporto con il partito proprio a causa di Cuba che a metà degli anni Sessanta gli era apparsa la capitale di un terzo polo della politica internazionale, quello a cui facevano riferimento i Paesi del terzo mondo e del movimento dei non allineati che a botteghe oscure si conoscevano assai poco. Il Pci gli sembrò in quegli anni accettare troppo supinamente la realpolitik della "guerra fredda" e del bipolarismo imperniato su Washington e Mosca.
Il 9 agosto 1994, in una intervista al Corriere della Sera, Tutino esplicitava i suoi ripensamenti a molti anni di distanza: "Sì, lo ammetto. Io sono stato forse il maggiore responsabile della creazione del mito cubano in Italia, il mito di una società giusta ed egualitaria. Mi sono sbagliato e ho pagato quello sbaglio. Il mito nasce quando un uomo politico lo crea intorno a sè. E, tra tanti difetti, bisogna riconoscere a Castro di essere un politico di notevole calibro. Ha capito che la politica si fa con i miti e non con i decreti". E sul rapporto con il Pci annotava: "Il partito, alla fine degli anni Sessanta, mi rimproverò di essere troppo innamorato di Cuba. Allora mi arrabbiai, oggi riconosco che avevano in gran parte ragione. Uscirne è stata un'avventura difficile, sofferta". Lui era restato un comunista inquieto, libero da discipline di partito e di corrente come aveva scritto nella sua autobiografia.

Nel 1976, sin dalla fondazione del giornale, passa a La Repubblica, come inviato in Spagna e ancora una volta in America Latina.

Indimenticabile il ricordo che ha lasciato nella nostra redazione. Grande chioma bianca, Saverio amava passare lunghe giornate in redazione a discutere con i colleghi. Poi ebbe guai al cuore, e dovette rinunciare ai viaggi in aereo.

Nel 1984, Tutino fonda a Pieve Santo Stefano (Arezzo) l'Archivio diaristico nazionale che raccoglie quasi diecimila scritti autobiografici di italiani, diari che sarebbero altrimenti rimasti anonimi pur racchiudendo storie individuali paradigmatiche di pezzi di storia d'italia. Tutino ha sempre tenuto un diario, dove annotava le sue osservazioni da cronista e le riflessioni quotidiane. Questo, amava ripetere, gli aveva permesso una sorta di autoterapia con cui tenere a bada le insofferenze del suo carattere ma anche una certa tendenza alla depressione.

La scomparsa di Saverio Tutino "lascia tutti noi appesi, perplessi, pieni di insicurezze", scrive oggi Loretta Veri dell'Archivio di Pieve Santo Stefano. "Una volta - prosegue Loretta Veri - hai voluto scrivere sul libro delle firme 'Saverio eredita più di quello che ha creato. Grazie a tutti voi'. Ma siamo noi a doverti dire grazie per un'infinità di cose che non troverei mai le parole e il tempo per elencarle tutte. Credo sia giusto che tutte le persone che ti hanno stimato, voluto bene, e che sono in debito di riconoscenza con te per la tua straordinaria, folle, geniale idea di creare un archivio di memorie del quale continueremo a prenderci cura con ancora maggiore responsabilità, sappiano che non ci sei più ma che rimarrai sempre nei nostri cuori e nella nostra mente".

Quegli stessi diari a Tutino ritornavano utili quando si accingeva a scrivere i suoi libri: dai racconti partigiani di La ragazza scalza (Einaudi, 1975) fino a Il mare visto dall'isola (Gamberetti, 1998) e all'ultimo Il rumore del sole (Il vicolo, 2004). E a Cicloneros (Giunti, 1994), la sua prova letteraria, è basato sulle annotazioni del periodo trascorso a Cuba come corrispondente dell'Unità agli inizi degli anni Sessanta.

Nel 1995 a una ricca produzione saggistica e di ricerca storica, Tutino aggiunge l'autobiografico L'occhio del barracuda (Feltrinelli, 1995), dove si paragona al temerario pesce tropicale capace di guardare sopra, sotto e dietro. E racconta dalla Serra di Ivrea, dove era stato comandante partigiano alla Sierra Maestra dove tornò per ripercorrere i sentieri della guerriglia di Castro, passando prima per la Cina appena conquistata da Mao e per la Francia in lotta per impedire la libertà dell'Algeria.

Tutino è anche tra i fondatori nel 1998 ad Anghiari, insieme con Duccio Demetrio, della Libera università dell'autobiografia. Per un periodo ha diretto anche una rivista che si occupava di cooperazione internazionale: un'esperienza che gli era servita a mantenere il contatto con i più giovani di cui si sentiva maestro di vita.

(Repubblica, 28 novembre 2011)

gli orfani di mister B.

diario 11/11/2011

 

Brutta bestia la memoria. Ti fa tornare alla mente episodi che avevi sepolto in qualche cassetto e che ti costringono a riflettere. Oggi, all’improvviso, mi sono ricordato di una serata di molti anni fa passata a seguire lo spoglio dei risultati delle elezioni regionali del 1975 a casa di un amico dirigente del Pci in compagnia di qualche coetaneo e di un paio di “grandi vecchi” del partito. Avevamo vinto, un salto in avanti di quasi cinque punti che ci portava a sfiorare la percentuale ottenuta dalla Democrazia Cristiana che aveva perso due punti secchi: 33,5 contro 35,2.
“E adesso va a finire che ci toccherà governare…” fu il lapidario commento di un anziano compagno membro della segreteria nazionale che gelò i nostri entusiasmi.
La frase non era rivolta a noi, il suo fu poco più che un sussurro. Solo molti anni dopo ho capito che chi l’aveva pronunciata, in quel momento forse si era per un attimo dimenticato dove e con chi si trovava. Si stava rivolgendo al gruppo dirigente del Partito, all’interno del quale era ancora molto forte una componente che al primo punto metteva la lotta, l’essere contro, la vocazione minoritaria.
I dirigenti comunisti dell’epoca erano cresciuti combattendo contro qualcosa: la lotta antifascista, il faticoso tentativo di smarcarsi dall’egemonia di Mosca, il trentennio democristiano. Erano convinti che, in un mondo diviso in blocchi e in un paese nel quale l’influenza della Chiesa era ancora molto forte, il destino del Pci fosse quello di rimanere fuori da quella che Pietro Nenni aveva definito “la stanza dei bottoni”. Non si erano preparati all’idea che le cose potessero cambiare. Il Pci sfornava eccellenti amministratori locali, presidenti di regione, sindaci. Ma non aveva ancora nel proprio Dna un progetto di governo del Paese. L’idea che le cose potessero cambiare per alcuni rappresentava una sfida da affrontare, per altri un timore da esorcizzare.
L’Italia è un paese conservatore, le abitudini sono dure da sradicare. Una generazione abbondante dopo quella sera del 1975, ne sopravvivono ancora molte. Soprattutto a sinistra, dove ancora qualcuno non si è rassegnato a pensare che a volte “tocca governare”.
Abbiamo passato quasi vent’anni a lamentarci, a indignarci contro Berlusconi e la sua banda. E adesso che la sua stagione sembra al termine, ecco che ancora una volta il dibattito si fa lacerante, si prendono le distanze, si avanzano distinguo, si alzano muri. Quasi ci si dispiace che sia venuto meno il “nemico” perché la sua presenza era l’unico collante che teneva assieme la sinistra “concreta” e la sinistra “parolaia”. La logica del “no” a prescindere torna in più d’uno a far premio sulla logica politica.
Oggi si tratta di ricostruire un paese dalle fondamenta, non solo di obbedire ai diktat della Bce e del Fondo monetario internazionale dei quali Mario Monti sarebbe un fedele interprete. Proprio per questa ragione non può e non deve essere lasciato solo. Chi si chiamasse fuori non avrebbe domani le carte in regola per candidarsi a guidare il paese.
 
Post scriptum: quando parla di sinistra non mi riferisco, neppure di sfuggita, a Antonio Di Pietro e al suo movimento poiché non considero di sinistra il populismo, nemmeno quando si ammanta di belle e altisonanti parole,
 
Post scriptum 2: se una cosa sono d’accordo con Matteo Renzi: se si vuol far fare alla politica un salto di qualità bisogna smetterla di pensare solo in termini di antiberlusconismo. In questo modo si perpetua il gioco del “contro” a scapito del “per”. Se però il sindaco di Firenze vuole essere credibile deve essere coerente con le proprie affermazioni e non cadere nello stesso errore che rimprovera agli altri. Deve cioè superare la fase della contrapposizione anagrafica nei confronti dei “dinosauri” del Pd e avanzare una proposta politica. Ciò che i suoi “cento punti” raccogliticci non sono.
 

Giuliano Ferrara, il cuore oltre l'intelligenza

diario 3/11/2011

 

Giuliano Ferrara è una persona intelligente, forse anche troppo rispetto ai compagni di strada che si è scelto. Uomo di grandi passioni, è passato dal partito comunista degli anni giovanili al craxismo per approdare infine al berlusconismo. O meglio: si è dichiarato berlusconiano nella speranza, neanche troppo nascosta, che in realtà fosse Berlusconi ad essere diventato ferrariano. A Giuliano va dato atto che quando fa una scelta la fa fino in fondo, senza riserve. La sua forza e il suo limite consistono proprio nell’anteporre spesso la pancia al cervello. Nel senso (e mi spiego perché non vorrei che qualcuno pensasse a una battuta fin troppo facile riferita al fisico imponente del nostro) che troppe volte la passione viscerale lo porta a sostenere tesi insostenibili, a forzare la realtà, a dire cose che forse neppure pensa pur di sostenere le proprie ragioni e quelle dei suoi amici.
Anche oggi, sul Foglio, maschera la realtà. Riferendosi alla mancata approvazione del decreto sviluppo da parte del governo, scrive: “domani, 4 novembre, doveva essere il giorno della vittoria (e anche il giorno della verità). Misure economiche di secca e inaudita radicalità, un decreto legge di riforme liberali che stravolge la malattia cronica di economia e società italiana. Firmato Berlusconi. Garantito dai poteri sovranazionali europei. Necessario e urgente, i suoi specifici requisiti. Le opposizioni messe di fronte alle loro responsabilità. Basta fanghiglia. Basta retorica. Basta demagogia. Rimboccarsi le maniche sul serio. Abbandonare i sogni di ribaltone mascherato. Mettersi a preparare un’alternativa di governo e di programma per la fine della legislatura. Troppa grazia. Hanno fucilato il firmatario. Gli hanno impedito di decidere, di agire. Lo hanno paralizzato”.
Eccola la bugia a fin di bene. E’ in queste ultime parole. Il povero Silvio avrebbe anche fatto le mosse giuste. Ma “gli altri” glielo hanno impedito. Là dove “gli altri” si possono identificare in Giorgio Napolitano e Giulio Tremonti. Non è vero, naturalmente e Giuliano lo sa. Ma la sua missione è assolvere Berlusconi, l’uomo del fare. E allora serve un capro espiatorio. Due ancora meglio.
Ma va oltre. A suo giudizio se dovesse cadere il governo l’unica alternativa possibile sarebbero le elezioni, non certo una riedizione riveduta e corretta del governo Dini del 1994, il governo del ribaltone. Ammanta la tesi con belle parole, la condisce con il disprezzo finale verso i “fucilatori e mezze figure del partito parruccone”. Un tocco da maestro perché sa che l’attenzione del lettore si concentrerà su questa ultima frase. Qualcuno si incazzerà, altri la condivideranno, ma quello diventerà il punto centrale del suo articolo. Che invece è un altro. Che a Giuliano piaccia o meno, l’ultima carta la giocherà il suo vecchio amico Giorgio Napolitano. Che sicuramente non si farà blandire dalla promessa di rielezione buttata lì tra le righe perché il suo compito non è quello di assicurarsi un futuro da ri-presidente ma di applicare la Costituzione. Che non è cambiata, per fortuna, al contrario della legge elettorale che ha introdotto il finto bipolarismo all’italiana e la “nomina” dei parlamentari affidata alle segreterie dei partiti. La Carta costituzionale prevede ancora che i parlamentari non abbiano “vincolo di mandato” e che il capo dello Stato, prima di sciogliere le camere, verifichi se in Parlamento esistano altre maggioranze. Lo sa Ferrara ed è per questo motivo che gioca in attacco, cercando di occupare le postazioni migliori, nella speranza di seminare il dubbio tra le fila nemiche. Di tante cose potrà essere accusato, ma almeno un pregio gli va riconosciuto, la fedeltà a se stesso e alle proprie convinzioni. Merce rara di questi tempi nei quali l’interesse privato prevale sulle idee. In fondo aveva ragione Francesco Cossiga quando parlando di Giuliano lo definiva senza ironia “l’ultimo vero comunista”.

la romanella

diario 20/10/2011

 

Alla fine lo ha capito. C’è voluto un po’, ma adesso ha le idee chiare. E’ tutta colpa del nome che “non comunica niente, non emoziona, non commuove”. Silvio Berlusconi ha trovato il colpevole: se le cose non vanno la responsabilità non è sua e del suo governo, ma di quell’acronimo, Pdl, che proprio non va. L’uovo di Colombo. Basta cambiare il nome e i giochi sono fatti, si tornerà a vincere come prima e più di prima.
Il dubbio a questo punto è che a consigliare il premier non siano più gli strateghi del marketing, i comunicatori un tanto a slogan, l'ineffabile Ghedini o il curiale Cicchitto ma la mitica signorina Silvani che ha reso immortale la “romanella”, una ritoccatina qua e là senza spendere molto, quel che basta a presentarsi con due bei labbroni a canotto, un paio di tette a spillo e qualche altro piccolo lavoretto come viene viene.
Che il rag. Fantozzi Ugo è di bocca buona e si accontenta. Come gli italiani.
Ma in fondo al cuore alberga una segreta speranza che confesso a malincuore. Che a suggerire la bella pensata al Cavaliere sia stato un Achille Occhetto ancora furente contro gli ingrati successori. Anche lui nel 1991 puntò tutte le sue carte sulla “romanella”: il Pci (che per la verità comunicava, emozionava e commuoveva) come per incanto diventò Pds. E passò dal 34 per cento al 17.
Se poi Berlusconi vuole davvero stupirci con effetti speciali, più che sul cambio di nome e qualche ritocchino a un gruppo dirigente che ne avrebbe in effetti bisogno farebbe bene a puntare su una rivoluzione vera. In fondo lo sa anche lui: “mi hanno accusato di tutto – ha detto oggi ai suoi parlamentari – l’unica accusa che non mi hanno mai fatto è di essere gay”. Ci pensi, presidente. Ha visto mai…
 

Santiago del Cile, 35 anni dopo

diario 18/9/2011

 

Era il 1976 e l’Italia del tennis gioiva: per la prima (e unica) volta nella storia la squadra azzurra capitanata da Nicola Pietrangeli e composta da Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Tonino Zugarelli e Paolo Bertolucci vinceva la coppa Davis battendo il Cile. Quello stesso Cile che i tennisti italiani hanno sconfitto oggi riconquistando il diritto a tornare a giocare nella serie A del torneo.
Era il 1976 e in Italia il governo era un monocolore democristiano guidato da Giulio Andreotti che si reggeva sulla “non sfiducia” de Pci di Enrico Berlinguer.
Solo tre anni prima, un mese dopo il golpe di Pinochet in Cile, il segretario comunista aveva illustrato, con un lungo articolo in tre puntate su Rinascita la teoria del “compromesso storico” tra le grandi forze popolari del paese. Un compromesso che sarebbe servito ad evitare una “soluzione cilena” anche da noi.
Berlinguer è convinto della debolezza della nostra democrazia e che il governo richieda un consenso più della metà più uno dei voti. Ritiene che la prospettiva sia quella di una alleanza tra Dc, Pci e Psi che sappia rispondere alle esigenze di rinnovamento e stabilità. La Dc risponde picche, ma l’anno dopo un segnale di allarme le arriva dal referendum contro il divorzio che vede trionfare il No all’abrogazione della legge. E ancor più forte è il segnale che le giunge l’anno successivo quando, alle elezioni amministrative (la prima consultazione alla quale possono partecipare i diciottenni) subisce un forte arretramento mentre il Pci vola al 33 per cento. Berlinguer, poi, compie un altro passo importante: nel 1976 sceglie la tribuna del Congresso del Pcus per lanciare l’eurocomunismo, un comunismo europeo autonomo, sottratto alle interferenze sovietiche sulle scelte politiche dei partiti fratelli. Pochi mesi dopo, alle elezioni politiche, il Pci aumenta ancora i consensi, anche se la democrazia Cristiana riesce a recuperare e a tornare ai livelli del 1972 a scapito dei partiti tradizionalmente suoi alleati. Il Psi, in piena crisi, si dichiara indisponibile a un nuovo governo di centrosinistra. A questo punto, Giulio Andreotti incontra Berlinguer al quale chiede di astenersi in parlamento per consentire la nascita di un governo monocolore Dc che abbia la “non sfiducia” dei partiti laici e del Pci. E’ un rapporto difficile, che avrà vita breve a cause delle continue tensioni. Una, certamente minore, è la scusa per questa nota, la finale di coppa Davis in Cile. La memoria del golpe è ancora fresca, i partiti della sinistra chiedono che il governo si pronunci per la non partecipazione alla finale, lasciando la vittoria a tavolino alla nazionale cilena. Le polemiche sono furibonde. Molti replicano dicendo che almeno lo sport deve rimanere estraneo alle battaglie politiche. In gran parte sono gli stessi che quattro anni dopo saranno favorevoli al boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca per protesta contro l’invasione dell’Afghanistan.
Il precario governo Andreotti decide di non decidere e lascia al presidente del Coni Giulio Onesti la scelta. Che è quella di partire. Il resto è storia.
 

il cappellaio matto

diario 17/8/2011

 

“Ho deciso di fondare un’associazione marxista-leninista. Per ora siamo io e Diliberto. Tu ci stai?” Cominciavano spesso così, cazzeggiando, le telefonate mattutine della “lepre marzolina” o, se si preferisce, di Kossiga, l’uomo dei mille segreti forse più millantati che conosciuti realmente. Quelle da temere erano le chiamate serali, soprattutto quando era presidente della Repubblica. Intanto perché arrivavano sempre, regolarmente, quando avevi appena spento il computer e stavi per andartene a casa. E poi perché spesso le sue dichiarazioni erano pesantissime, verso chiunque fossero rivolte, amici o nemici che fossero.
Umorale, vendicativo, ironico, colto, pettegolo. Francesco Cossiga, morto il 17 agosto di un anno fa, è stato tutto questo e molto altro ancora. Politico cresciuto all’interno del sistema di potere democristiano, per gran parte della sua vita ha fatto della riservatezza la propria cifra personale. Tanto da essere scelto da Aldo Moro come sottosegretario alla Difesa e incaricato di occuparsi della vicenda Sifar, uno degli episodi più oscuri della prima Repubblica quando, presidente Antonio Segni, alcuni ufficiali dei carabinieri sembravano seriamente intenzionati a mettere a segno un colpo di Stato.
Con lui, il mio primo indiretto rapporto è stato alla metà degli anni Settanta, durante un Congresso Dc all’Eur. Erano anni di contestazioni anche violente e un gruppo di autonomi fece un po’ di casino davanti al Palaeur. Io e un altro collega, Pepè Rizzuto, andammo a vedere cosa succedeva e, inspiegabilmente, venimmo presi a insulti e sputi dai delegati incazzati neri. Più con i giornalisti che con gli autonomi, a dire il vero. Ci fu un po’ di bagarre, gli altri giornalisti accorsero a darci manforte e la vicenda arrivò alla presidenza del congresso, cioè a Cossiga. Il quale chiese in giro se Pepè e io fossimo due provocatori. “Beh, sono tutti e due iscritti al Pci…”. “E allora devono essere due persone serie”, fu la risposta. E ci arrivarono le scuse formali.
Un paio d’anni dopo, ci fu un altro episodio: il 16 marzo 1977, il giorno dell’uccisione di Giorgiana Masi, Cossiga andò alla Camera per negare, da ministro dell’Interno, che agli scontri di piazza avessero preso parte agenti in borghese. Con un gruppo di colleghi firmammo una dichiarazione che smentiva la sua versione dei fatti. E anche allora si scusò.
Lo incontrai di persona solo dopo la sua elezione al Quirinale. Era il 1990, l’occasione una visita ufficiale in Australia e Nuova Zelanda. Fu allora che decise di rompere il silenzio e i formalismi della prima parte del suo mandato. Durante una conferenza stampa, presenti numerosi giornalisti australiani allibiti (dato che non conoscevano la nostra Costituzione) se ne uscì rimarcando la “irresponsabilità” del presidente della Repubblica. E da quel giorno fu un fiume in piena. Con il suo portavoce, il diplomatico Ludovico Ortona ci sentivamo almeno dieci volte al giorno. Spesso ero io a riferirgli il contenuto delle fucilate verbali che Cossiga sparava senza sosta quasi contro chiunque. Ormai era una sorta di rito serale. Verso le 20,30 squillava il telefono e una voce anonima diceva “le passo il Presidente”. Il quale non ti dava nemmeno il tempo per respirare: tutto d’un fiato snocciolava il suo j’accuse, poi salutava cordialmente e attaccava. Se avevi un dubbio affari tuoi. E di Ludovico, naturalmente.
Con lui e con Livio Zanetti, all’epoca direttore del Giornale radio Rai, ho passato una giornata al Quirinale poco prima che si dimettesse in anticipo sulla scadenza naturale del settennato. Aveva capito in anticipo rispetto ad altri la portata della rivoluzione leghista ed era preoccupato che stesse per finire un sistema, quello basato sui partiti tradizionali che sembravano non comprendere i cambiamenti in atto nel Paese.
Una delle ultime volte che l’ho incontrato era a letto, a casa sua. Non stava bene e sul comodino c’erano decine di scatole di medicinali. Malato ma vivo. E sempre pronto a recitare la sua parte, anche per un pubblico modesto quale ero io. Una telefonata dietro l’altra: banchieri, politici, imprenditori, giornalisti e qualche amico con il quale scambiava gli ultimi pettegolezzi. Perché anche il gossip fa parte della politica.

una lunga storia d'amore

diario 14/7/2011

 

Anche quel giorno era un 14 luglio. A Parigi si festeggiava nelle piazze l’anniversario della presa della Bastiglia. Era il 1932 e il giovane Giorgio Amendola vide per la prima volta Germaine, la ragazza che due anni dopo sarebbe diventata sua moglie. Matrimonio civile celebrato a Ponza dove Amendola era al confino per la sua attività di militante comunista. Giorgio e Germaine rimasero assieme per quasi mezzo secolo e assieme se ne andarono nel giugno del 1980: lui il 5 e lei il giorno dopo, nella clinica romana dove era stata allestita la camera ardente. Era da poco uscito in libreria l’ultimo libro autobiografico del dirigente comunista, Un’isola: in copertina, giovani e sorridenti, Giorgio e Germaine
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la pazzia di re Giorgio

diario 17/4/2011

 

Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, il presidente della Repubblica Francesco Cossiga “impazzisce”. L’uomo fino ad allora schivo, riservato, rispettoso delle istituzioni cede il passo al “picconatore”. Cossiga per quasi tre anni non lascia passare un giorno senza “esternare”, senza che le sue critiche pesanti, la sua ironia sferzante non colpiscano quelli che lui ritiene meritevoli di attenzione. E, quasi sempre, il suo è “fuoco amico” che semina il panico tra le fila del suo partito di provenienza, la Dc.
Qualcuno si domanda se il capo dello Stato sia pienamente consapevole delle sue parole, c’è chi pensa che il suo sistema nervoso abbia ceduto, che sarebbe il caso di intervenire. Ma Cossiga non è matto, ha semplicemente deciso di farlo: nella consapevolezza che la caduta del Muro di Berlino ha messo definitivamente in crisi un equilibrio politico basato essenzialmente sulla contrapposizione collaborativa tra Dc e Pci, interviene nella vita politica cercando di stimolare una reazione, di fare in modo che non sia tutto il sistema a crollare assieme al Muro. Si rende conto che tutto sta mutando, che nuovi soggetti si affacciano prepotentemente sulla scena mentre i partiti tradizionali sono sempre più deboli e Mani pulite è alle porte. Anche il suo ultimo atto da presidente, le dimissioni anticipate, sono una provocazione, l’ultima in questo ruolo, che però è destinata a cadere nel vuoto.
Oggi, sulla ribalta ci sono attori diversi, ma per certi aspetti un parallelo è possibile. Non il capo dello Stato, ma il capo del governo sembra impazzito: il diluvio di accuse quotidiane contro tutto e contro tutti, i numeri da clown, l’insistenza maniacale con cui ostenta i suoi vizi privati, fanno si che molti pensino che Silvio Berlusconi sia ormai fuori controllo e che, come nel film La pazzia di re Giorgio, solo gli interessi di corte gli consentano di continuare a rimanere al suo posto invece che essere sottoposto al Trattamento sanitario obbligatorio.
Di certo, qualcosa che non va in Berlusconi c’è, come ha detto, inascoltata, la moglie al momento della separazione. Ma è altrettanto vero che dietro la follia berlusconiana c’è – come in quella cossighiana – un preciso calcolo politico: così facendo è lui e sempre solo lui a dettare l’agenda politica, a costringere gli avversari a rincorrerlo sul suo terreno per rintuzzare colpo su colpo, giorno dopo giorno.
La differenza sostanziale rispetto a Cossiga è che Berlusconi tenta in questo modo di mascherare le proprie paure, le proprie debolezze, di serrare le fila di un partito allo sbando, del quale lui è per ora l’unico collante. Qualcosa di simile, in questo caso, al Psi di Bettino Craxi, dove tutti erano craxiani e giuravano fedeltà assoluta al capo, ma si scannavano in giochi di corrente che logoravano il partito. Tanto da decretarne la scomparsa all’uscita di scena del leader. Qualcosa che due tra i più fedeli uomini di Berlusconi, Giuliano Ferrara e Fabrizio Cicchitto, conoscono bene per averlo vissuto sulla propria pelle. E non a caso il primo dalle colonne del suo giornale ha lanciato un serrate le fila, ventilando la possibilità che Berlusconi possa decidere di uscire di scena. Che, tradotto, significa: basta liti o dovrete cercarvi un lavoro. Ma sembra che per i camerieri sia un momento difficile.