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loscarafaggio

La casta non esiste

diario 27/12/2011

 

La mia non è una provocazione, è una convinzione. La Casta non esiste. E’ solo una fortunata semplificazione giornalistica di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. Fortunata ma pericolosa perché tende a far si che con una parola si intendano tutti quelli che fanno politica, come se fossero tutti uguali, tutti ladri o mascalzoni nessuno escluso. E invece non è così. Sono profondamente convinto che nonostante tutto, nonostante lo scadimento complessivo di una classe dirigente che si è spesso rivelata inadeguata, non tutti siano uguali.
Gli slogan ad effetto servono a vendere libri, a dispensare moralismo dagli schermi della tv, a far diventare icone del buon giornalismo e della buona politica personaggi beceri come Marco Travaglio, a costruire le fortune elettorali di finti moralizzatori alla Di Pietro, di populisti alla Bossi. Non aiutano però a capire. Semmai il contrario. Dire che sono tutti uguali in fondo contribuisce ad assolvere i mascalzoni veri. Il “così fan tutti” è il polverone dietro il quale si nascondono quelli che hanno qualcosa da nascondere.
Non mi piacciono le generalizzazioni anche perché ho fatto e faccio parte di una categoria che spesso ne è stata vittima. Troppe volte ho subito i luoghi comuni di chi diceva che i giornalisti in fondo non fanno un cazzo, guadagnano troppo, non pagano il cinema e lo stadio, hanno un sacco di privilegi. Pochi giorni fa su una fesseria del genere è scivolata anche il ministro Elsa Fornero che ci ha accusato di essere contigui al potere. Sarebbe vero se i giornalisti italiani fossero quei 50/60 dei quali si parla, quelli che appaiono nei salotti tv, che scrivono tre libri l’anno raccontando sempre le stesse cose e le stesse persone, che vanno in vacanza con la carta di credito aziendale o allestiscono sceneggiate ad uso e consumo del potente di turno. Se non ci fossero i tanti anonimi senza i quali i giornali non sarebbero in edicola, i precari sfruttati e sottopagati, i giovani colleghi che rischiano ogni giorno la pelle scrivendo di mafia, camorra, ‘ndrangheta per pochi soldi e con grande onestà.
Sono convinto che se domandassimo a chiunque, anche ai più informati, di elencare per nome cento politici, pochi saprebbero rispondere. Eppure tutti sembrano concordi nel condannarli in blocco. Non certo per colpa di Rizzo e Stella, naturalmente. Loro hanno solo raccontato dei fatti che riguardano singole persone e singole responsabilità. L’antipolitica non nasce da loro, ha radici lontane in questo paese. Rinverdite agli inizi degli anni Novanta, all’epoca di Mani pulite, da chi sul discredito altrui cercava la propria legittimazione: la destra fascista che “assediava” il Parlamento (chi ha buona memoria ricorderà in prima fila Francesco Storace e Maurizio Gasparri) e lanciava monetine ai deputati; la Lega di Umberto Bossi che tuonava contro la corruzione e si alleò con il cavalier Silvio Berlusconi; lo stesso Berlusconi che, dopo aver prosperato all’ombra del famigerato CAF (Craxi-Andreotti-Forlani) ebbe la spudoratezza di presentarsi come “l’antipolitico” contando sulla scarsa memoria degli italiani; Antonio Di Pietro, il magistrato tutto d’un pezzo che non ha esitato un momento nel buttare la toga alle ortiche per entrare a far parte di quella stessa “casta” che aveva inquisito e che può vantarsi di aver portato in Parlamento gentiluomini del calibro di De Gregorio, Razzi e Scilipoti.
Il codice penale ci insegna che la responsabilità è personale. Un principio che non dovrebbe mai essere dimenticato. Liberiamoci dai mascalzoni e dagli incapaci, d'accordo. Ma chiamandoli per nome, uno a uno. Continuando a giocare con le parole, per quanto evocative possano essere, il rischio è che nulla cambi e che fra qualche anno ci ritroveremo ancora a lamentarci delle stesse cose, delle stesse persone. Che saranno ancora lì.

Mr. Monti e la falsa opposizione

diario 13/12/2011

 

Alla fine, come in ogni storia che si rispetti, vivranno tutti felici e contenti. Monti e i suoi professori, i partiti che sostengono il governo per amore o per forza e le opposizioni, quella dura e pura della Lega, l’intransigente Antonio Di Pietro, il filosofo Nichi Vendola e i leaderini dei partini dello zero virgola per cento. Gli altri, quelli dei quali ci si ricorda solo ogni cinque anni oppure non appena servono quattrini per riempire le casse dello Stato saranno meno felici, questo è certo. Ma non importa. Quante favole danno conto degli abitanti del villaggio? L’importante è che stiano bene quelli che vivono nel castello. O no?
Quando la manovra andrà in porto i protagonisti della nostra storia tireranno tutti un gran sospiro di sollievo. Comprensibile e scontato quello del premier e dei suoi ministri pur se chiamati a recitare il ruolo dei cattivi da una classe politica inetta che nulla ha fatto negli anni scorsi per rimediare una situazione economica che peggiorava giorno dopo giorno. Comprensibile anche la soddisfazione di Silvio Berlusconi che almeno questa è riuscita a risparmiarsela e a scaricare su altri la responsabilità di una manovra dura e sostanzialmente iniqua. Sorrideranno anche Pierluigi Bersani, Pierferdinando Casini e Gianfranco Fini. Il primo perché potrà vantarsi di aver indotto il governo a modificare almeno in parte gli aspetti più aspri e impopolari del decreto, gli altri due perché sarà la conferma che l’uscita di scena del reuccio di Arcore rende possibile in questo paese la nascita di una destra liberale dal volto pulito e presentabile.
Ma non saranno gli unici felici. A gioire assieme a loro ci saranno quasi tutti quelli che in queste settimane hanno menato grande scandalo per le misure contenute nel decreto, a cominciare da quel Raffaele Bonanni della Cisl che dopo aver sottoscritto (non più tardi di oggi) ogni decisione di Confindustria e di Sergio Marchionne finge di protestare sapendo bene che tanto non servirà a nulla, se non a costringere la Cgil ad accettare lo pseudo sciopero di tre ore di ieri pur di non rompere il fronte sindacale.
Quanto alla Lega, che si proclama unica opposizione parlamentare e ha rispolverato vecchie e inutili parole d’ordine, la manovra le ha ridato una boccata d’ossigeno. Bossi può oggi millantare ai suoi elettori un partito unito nel quale le lotte a coltello dei mesi scorsi tra i fedelissimi del cerchio magico e i maroniani sono finalmente sopite (anche se pronte a riesplodere tra qualche mese, quando si dovranno decidere le alleanze elettorali per il 2013) e può tornare ad attaccare il suo amico Silvio per la felicità di una base che mal digeriva il sostegno incondizionato all’ex premier.
Sull’altra sponda, a far da contraltare al Senatur, Antonio Di Pietro, autoproclamato leader della sinistra di lotta, entusiasta sostenitore degli scioperi sindacali, lui che da magistrato a Milano ebbe un momento di gloria all’inizio degli anni Novanta (e i complimenti del presidente della Repubblica dell’epoca Francesco Cossiga) per aver appeso sulla porta della sua stanza in Procura un cartello nel quale, in occasione di uno dei rari scioperi dei magistrati per la riforma della giustizia, era scritto “qui non si sciopera, si lavora”. Il titolare unico dell’azienda Italia dei Valori, colui che ha difeso il capo della polizia dopo le violenze del G8 di Genova, che ha riproposto il fermo di polizia dopo gli scontri del 15 ottobre scorso a Roma, che ha portato in parlamento personaggi del calibro di Scilipoti e Razzi e prima ancora De Gregorio, oggi è sulle barricate per invocare equità e sviluppo. Tacendo sul fatto che fino a tre anni fa faceva parte di una coalizione che ha governato il paese e che ben poco ha realizzato da questo punto di vista persa com’era in beghe tra ministri che poi hanno consegnato nuovamente il paese a Berlusconi.
Ci sono poi gli altri: Nichi Vendola, Paolo Ferrero, Oliviero Diliberto. La “sinistra” senza centro, quella che negli anni si è assunta la responsabilità di far saltare il banco dei governi di centrosinistra e che oggi paga le proprie scelte politiche con l’esclusione dal parlamento per volontà degli elettori. Vendola, il presidente della regione Puglia che per un attimo si è immaginato leader della coalizione di centrosinistra come se le leadership venissero determinate dalle simpatie della stampa invece che dagli elettori, colui che era pronto a versare 210 milioni di euro dei contribuenti a don Verzè per realizzare a Taranto il san Raffaele del Mediterraneo, come i due co-leader della Federazione della Sinistra Diliberto e Ferrero (che non riescono nemmeno a mettersi d’accordo sulla costruzione di un soggetto politico unico, perché questo comporterebbe la rinuncia di uno dei due alla segretaria) non vivono momenti facili dal punto di vista politico. L’esclusione dalle camere comporta il venir meno del finanziamento pubblico e della visibilità. Cercare di cavalcare lo scontento è l’unica arma di cui dispongono. Anche se, almeno stando ai sondaggi, sembra ormai un’arma spuntata: i loro consensi sono stati erosi dai grillini e dall’anti politica. A forza di dire che gli altri sono tutti uguali non hanno ottenuto altro risultato che di essere accomunati, non senza ragione, alla “casta”. Oggi hanno ben poche speranze di lucrare qualcosa, in termini di consenso, dalla manovra del governo. Almeno in questo, per una volta, saranno davvero vicini al “popolo”.

il 27 barrato

diario 9/11/2011

 

Se ieri sera era un sospetto oggi è una certezza. Silvio Berlusconi ci ha provato. Il grande ingannatore, l’uomo delle promesse non mantenute, del milione di posti di lavoro, meno tasse per tutti, contratto con gli italiani e via mentendo non aveva nessuna intenzione di andarsene. Voleva solo prendere tempo nella speranza di riuscire a ricompattare i cocci della sua ex maggioranza parlamentare con l’innesto di qualche nuovo “responsabile” e ottenere, al voto sulla legge di stabilità, quella fiducia che non aveva ottenuto ieri alla Camera e che gli avrebbe consentito di rimanere a palazzo Chigi.
Una mossa dettata dalla disperazione e dalla convinzione di essere più abile, più furbo degli altri giocatori che si è rivelata una autorete clamorosa.
Se c’è un aggettivo che non si adatta ad accompagnare il nome di Giorgio Napolitano questo è “sprovveduto”. Il presidente della Repubblica, che qualche sospetto lo aveva avuto tanto da sottolineare nel comunicato del Quirinale di ieri l’impegno alle dimissioni assunto da Berlusconi, si è così sentito in dovere di tornare sulla questione con una dichiarazione inequivocabile che non lascia spazio a furbizie di sorta. Cogliendo lo spunto delle notizie provenienti dalla borsa e dal nuovo attacco della speculazione finanziaria ai titoli di Stato italiani, ha di fatto dettato i tempi della crisi costringendo il governo a presentare quel maxi emendamento fantasma che le camere aspettavano da tempo e il Parlamento ad approvare la legge di stabilità in tempi da record (“nel giro di alcuni giorni”). E ha ribadito che “non esiste alcuna incertezza sulla scelta del presidente del Consiglio on. Silvio Berlusconi di rassegnare le dimissioni del governo da lui presieduto” subito dopo l’approvazione della finanziaria.
Colpito e affondato. Ma a scanso di equivoci, Napolitano non si è accontentato nominando in serata senatore a vita Mario Monti, colui che in questi giorni viene indicato come l’uomo al quale sarà affidato il tentativo di formare un governo di “salvezza nazionale”.
Tentativo non facile, va detto, anche se proprio in queste ore (e forse anche per effetto della dichiarazione di Napolitano)  il fronte di quanti nel Pdl si oppongono all’idea di elezioni anticipate va allargandosi anche a dirigenti considerati fedelissimi del capo come Gianfranco Miccichè, Maurizio Lupi e, sembra, Gianni Letta. Ma la difficoltà vera, per Monti o chiunque altro avrà l’incarico da Napolitano, sarà quella di non fare conto su personaggi che certo non si fanno troppi scrupoli ad abbandonare la barca che affonda, quelli “sempre pronti a soccorrere il vincitore” come diceva Ennio Flajano. Che non si chiamano solo Razzi, Scilipoti o Sardelli: hanno facce più presentabili ma appetiti altrettanto fieri. E, come il loro tramontato leader, a cuore hanno soltanto se stessi. Un governo che nascesse grazie al loro apporto avrebbe la stessa debolezza di quello ormai defunto e non farebbe che accrescere il distacco dei cittadini dalla politica.
Comunque vadano le cose a questo punto un dato sembra certo. La disfatta berlusconiana è totale. E molto probabilmente se si dovesse andare al voto non sarebbe lui a gestire da palazzo Chigi la campagna elettorale. Se il presidente del Consiglio incaricato decidesse di presentarsi alle camere per la fiducia, anche se bocciato resterebbe in carica “per il disbrigo degli affari correnti” come recita la formula di rito. E, quindi, anche durante i comizi elettorali.
Ha voluto fare il furbo Silvio e ha finito per farsi ancora più male. “Vacce a prova’ sul 27 barato” era l’invito che veniva rivolto ai paraculi romani di un tempo. Che non voleva dire da qualche altra parte ma in un luogo inesistente, perché il 27 barrato era un non luogo, un autobus inventato ad hoc proprio per ospitare i troppo furbi. L’autobus sul quale forse presto vedremo salire Silvio Berlusconi.
 
 
La dichiarazione di oggi del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
“Di fronte alla pressione dei mercati finanziari sui titoli del debito pubblico italiano, che ha oggi toccato livelli allarmanti, nella mia qualità di Capo dello Stato tengo a chiarire quanto segue, al fine di fugare ogni equivoco o incomprensione:
1) non esiste alcuna incertezza sulla scelta del Presidente del Consiglio on. Silvio Berlusconi di rassegnare le dimissioni del governo da lui presieduto. Tale decisione diverrà operativa con l'approvazione in Parlamento della legge di stabilità per il 2012;
2) sulla base di accordi tra i Presidenti del Senato e della Camera e i gruppi parlamentari sia di maggioranza sia di opposizione, la legge sarà approvata nel giro di alcuni giorni;
3) si svolgeranno quindi immediatamente e con la massima rapidità le consultazioni da parte del Presidente della Repubblica per dare soluzione alla crisi di governo conseguente alle dimissioni dell'on. Berlusconi;
4) pertanto, entro breve tempo o si formerà un nuovo governo che possa con la fiducia del Parlamento prendere ogni ulteriore necessaria decisione o si scioglierà il Parlamento per dare subito inizio a una campagna elettorale da svolgere entro i tempi più ristretti.
Sono pertanto del tutto infondati i timori che possa determinarsi in Italia un prolungato periodo di inattività governativa e parlamentare, essendo comunque possibile in ogni momento adottare, se necessario, provvedimenti di urgenza”.

l'onorevole consigliere

diario 8/5/2011

 

c’erano una volta, ai tempi della prima Repubblica, gli indipendenti di sinistra. Personalità della società civile, del dissenso cattolico, di tradizioni politiche semi scomparse alle quali il Pci offriva un posto in lista alle elezioni politiche. Una operazione dall’indubbio valore politico che aveva un doppio significato: da un lato cercare di far uscire il Partito dall’isolamento; dall’altro offrire a rappresentanti di culture diverse una sorta di diritto di tribuna, valorizzando il pluralismo delle voci e delle esperienze. Gli “utili idioti”, come venivano chiamati con disprezzo da gran parte del mondo cattolico che si riconosceva nella Dc e dai fascisti del Movimento sociale, non erano ovviamente tenuti alla disciplina di partito, non erano organici al Pci. Erano persone libere, portatrici di valori altri rispetto a quelli del Pci, di grande moralità e di grande coerenza. Mai a uno di loro sarebbe venuto in mente di svendere la propria dignità in cambio di un posto al governo o di una qualsiasi prebenda.
Poi, in anni più recenti, Walter Veltroni, che non difetta di fantasia, ebbe una geniale trovata: dal momento che con la nascita del Pd il pluralismo era assicurato, si poteva andare oltre quell’esperienza. E si inventò gli “indipendenti di destra”, il cui capofila venne individuato in quel Massimo Calearo imprenditore vicentino nei giorni scorsi nominato consigliere personale del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per il Commercio estero. Che, nella pratica, significa che il nostro è diventato di fatto sottosegretario senza però esserlo ufficialmente perché – come ha dichiarato l’interessato – “se va bene il sottosegretario è un numero due e io non ho mai fatto il numero due di nessuno”. Ma soprattutto questa anomala posizione gli consente di non abbandonare la guida del Calearo Group, l’azienda di famiglia alla quale avrebbe dovuto altrimenti rinunciare.
Risolta brillantemente la questione conflitto di interessi e sostituito senza sostituirlo il vice ministro Adolfo Urso passato a Futuro e Libertà, Berlusconi ha avuto meno problemi e meno scrupoli a sistemare un altro onorevole transfuga, il 45enne avvocato campano Bruno Cesario, ex democristiano eletto anche lui alla Camera nelle liste del Pd e anche lui, come Calearo, prima transitato nelle fila dell’Api di Rutelli e poi approdato con soddisfazione al gruppo dei Responsabili, la terza gamba del governo. O meglio il terzo stomaco, ma solo in ordine di arrivo perché in realtà per appetiti non sono secondi a nessuno.
Se non si può fare a meno di complimentarsi con Veltroni per la lungimiranza, non si può neppure dimenticare che anche altri hanno dimostrato di avere una grande capacità di selezionare i propri candidati. Uno per tutti il leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro il quale è per di più recidivo: non pago di aver fatto eleggere alla Camera nel 2006 quel Sergio De Gregorio già proveniente da Forza Italia e dalla Democrazia Cristiana per le Autonomie di Gianfranco Rotondi, nel 2008 ha portato a Montecitorio Antonio Razzi e Domenico Scilipoti, gli stessi che con Massimo Calearo hanno fondato, alla vigilia del voto di fiducia a Berlusconi il 14 dicembre 2010, Iniziativa Responsabile. Mal comune mezzo gaudio, allora? No, mal comune e basta.

PS: ogni volta che digito la parola Calearo word me lo sottolinea in rosso. Vorrà dirmi qualcosa?