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loscarafaggio

a pensar male si fa peccato, ma...

diario 8/10/2015


tra due mesi esatti avrà inizio il Giubileo straordinario. Ghiotta occasione per Roma. Soprattutto per quella parte della città che vive di affari, di appalti e di speculazioni. Quegli stessi affari, appalti e speculazioni che "l'ingenuo Marino" ha messo in discussione scoperchiando il malaffare nel quale erano coinvolti esponenti di primo piano delle precedenti giunte, del suo stesso partito (il Pd), delle cooperative e di parte del mondo imprenditoriale (con rispetto parlando) romano. Non sarà, allora, che tutta questa frenesia nel cercare di liberarsi di Ignazio Marino, le inchieste giornalistiche indipendenti condotte da quotidiani legati a costruttori e affaristi, nascondono la voglia di tornare allo status quo ante, all'epoca del "libero intrallazzo in libera giunta"?
Come diceva uno che di queste cose era esperto, a pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca


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Io sto con Ignazio Marino

diario 29/6/2015

Stanno incazzati neri perché Ignazio Marino ha tagliato le fonti di finanziamento, quel fiume di quattrini che a Roma finanziavano un po' tutti, dalla destra alle correnti (o ai capi corrente) del Pd. Se potessero gli farebbero fare la fine di Giordano Bruno: al rogo in piazza Campo de' Fiori. Ma non possono. E allora si sono inventati il ritornello "si, è onesto, però è ingenuo e inadeguato". Che tradotto significa "è un coglione". Mentre loro, quei gentiluomini di campagna che hanno coperto le più squallide ruberie, loro sarebbero quelli intelligenti, quelli capaci. Che adesso si stanno preparando a regalare la città a qualche demente grillino o a qualche altro losco figuro. O,magari, a quell’Alfio Marchini, fascinoso discendente di una illustre e democratica famiglia di costruttori, il quale rivendica il proprio essere uomo di sinistra ma non disdegna – stando a notizie finora non smentite pubblicate da alcuni giornali – l’appoggio di Silvio Berlusconi e Matteo Salvini.

Che poi tutto tornerà come prima

Giornalisti e black bloc

diario 20/10/2013

Certo,c’è andato giù pesante Enzo Foschi quando ieri sera, al termine della manifestazione del Movimento per la Casa a Roma, si è sfogato su Facebook: “i giornalisti sono i veri black bloc, infiltrati nel corteo… delusi dal fatto che non scorra sangue”. La frase del capo della segreteria del sindaco Ignazio Marino ha ovviamente suscitato immediate reazioni sdegnate, prima fra tutte quella del non rimpianto Gianni Alemanno. Al quale, in tarda serata, ha fatto eco Romano Bartoloni, presidente del Sindacato cronisti romani, il quale ha stigmatizzato come “vergognose” e “irresponsabili” le parole di Foschi.

Con buona pace del mio vecchio amico Bartoloni, non riesco a dare torto a Foschi. La sua affermazione, per quanto irritante e anche un po’ fuori misura perché colpevolizza singoli cronisti i quali hanno la sola colpa, nella gran parte dei casi, di fare quello che viene loro richiesto, l’ho pensata anche io seguendo per tutto il pomeriggio le cronache televisive sulla manifestazione. Nelle quali il fatto che migliaia e migliaia di persone sfilassero per le strade di Roma pacificamente è passato in secondo piano. Tutte le attenzioni erano concentrate su quelle decine di dementi incappucciati che in due o tre occasioni hanno provato a far saltare i nervi alle forze di polizia nella speranza, delusa, di poter ripetere i fasti del 15 ottobre 2011, quando Roma fu teatro di scontri violentissimi e una grande dimostrazione venne sporcata dalla violenza stupida e gratuita di ragazzotti ai quali è difficile attribuire una etichetta che non sia quella della pura idiozia.

Ieri il gioco non è riuscito. Nonostante che tutti i mezzi di informazione abbiano rivolto la propria attenzione sui pochi episodi di violenza. Per tutto il giorno, le cronache televisive hanno insistito in maniera ossessiva e quasi morbosa a riproporre le stesse immagini degli scontri, quasi a far credere che “quella” fosse la piazza, non le decine di migliaia di persone che davano vita al corteo e che non avevano nessuna intenzione di mettere a ferro e a fuoco la città. Nessun servizio ha dato conto delle ragioni della protesta, giuste o sbagliate che fossero. Chi ha seguito le dirette televisive o i siti internet dei giornali, probabilmente ancora si chiede cosa ci facevano per strada tutte quelle persone tranquille, mentre Roma bruciava e i black bloc assalivano i blindati della polizia e attentavano ai ministeri.

A Romano Bartoloni, in amicizia e da vecchio collega, vorrei dire che –al di là della legittima solidarietà nei confronti dei cronisti e dello sdegno per le brucianti parole di Foschi – varrebbe la pena di riflettere su come sia cambiato il nostro mestiere. Di parlare di come sia degenerato il modo di fare informazione, ammesso che di informazione si possa ancora parlare in presenza di politiche editoriali che mortificano le professionalità e privilegiano le “grida”,i titoli urlati a nove colonne in prima pagina fregandosene altamente del fatto che poi i fatti siano diversi. Perché tanto l’importante non è offrire un servizio ai lettori (che, avendolo capito, i giornali non li comprano più) ma “buttarla in caciara”, spararla più grossa degli altri, fare sensazione. Un giornalismo per il quale le olgettine valgono più di una finanziaria. 

 

il prestigiatore

diario 7/2/2012

 

Et voilà. Un gesto rapido con la mano e il pubblico si distrae quel tanto che basta perché il mago possa eseguire non visto il proprio trucco. Ma solo quelli davvero bravi ci riescono sempre. Purtroppo per lui, Gianni Alemanno non è David Copperfield o il più casareccio Silvan. E’ un maghetto della domenica, un dilettante da dopolavoro, di quelli che girano tra i tavoli dei ristoranti facendo spuntare palline rosse nascoste tra le dita. Che ormai lo fanno anche i bambini.
Non gli è bastato farsi vedere in qualche compiacente telegiornale con la pala in mano (e il sale da cucina) mentre spalava la neve che ha coperto la capitale, non è stato sufficiente tuonare in decine di interviste a giornali e tv contro la perfida protezione civile. Si è fatto beccare come un pollo alle prime armi. Lui, lo scalatore di mille vette, l’esperto e intrepido alpinista, uso a sfidare i ghiacciai di mezzo mondo questa volta è scivolato su una trentina di centimetri di neve. Quella che, annunciata da giorni, ha imbiancato e paralizzato Roma che, ancora oggi, a quattro giorni dai primi fiocchi, stenta a liberarsi del ghiaccio e a riprendere la vita normale.
Nel 1986, l’allora sindaco Ugo Vetere ebbe almeno il buon gusto di chiedere scusa ai romani. Che, comunque non lo perdonarono e punirono la sua amministrazione alle elezioni amministrative. Perché i romani sono così: possono tollerare tutto, le assunzioni clientelari di amici e parenti, gli impegni da campagna elettorale non mantenuti, il degrado quotidiano e ben visibile della sicurezza. Ma a farsi prendere per il culo non ci stanno. E prima o poi si vendicano. Da venerdì 3 febbraio Alemanno è ormai un ex sindaco.
 

Francia o Spagna purché se magna

diario 22/1/2012

 

Bobo Maroni è un uomo paziente. Seduto in riva al fiume ha atteso anni prima di consumare la sua vendetta contro chi anni fa lo mise ai margini del movimento che aveva contribuito a far nascere alla fine degli anni 70 quando dal marxismo si convertì all’autonomismo padano. Tra i pochissimi esponenti della Lega ad aver militato nelle file della sinistra (prima in un gruppo marxista leninista e poi in Democrazia Proletaria), Bobo è oggi il vero leader del movimento. Lo sa anche Umberto Bossi che avrà tanti difetti ma non è uno stupido. Lo sa anche se tarda a rassegnarsi sperando che i congressi ridiano fiato ai suoi fedelissimi, a quei componenti del cosiddetto “cerchio magico” usciti con le ossa rotte dal primo visibile tentativo di mettere all’angolo Maroni. Il quale preferisce, al momento, godersi la vittoria (sancita dai fischi della piazza verso chi oggi non lo ha fatto parlare dal palco della manifestazione milanese contro il governo) e mantenere l’understatement, in attesa della conta finale.
Che non vedrà l’uscita di scena del Senatur, pronto a soccorrere il vincitore e a sacrificare i suoi uomini pur di vedere garantita la sopravvivenza dell’unico militante al quale davvero tiene, il giovane Trota. Comunque vadano le cose Bossi avrà un ruolo, quello che hanno le marionette negli spettacoli dei ventriloqui. Muovono a comando la bocca ma le parole che ne escono non sono le loro. Come il corvo Rockfeller, Bossi continuerà ad agitarsi, a farfugliare minacce, a fare le corna, a cercare di vendere il prodotto Padania sulle pubbliche piazze del nord. A fare il suo spettacolino, insomma. Ma saranno altri a manovrarlo, a decidere, a trattare. A contare.
Sarà come il vecchio presidente nord coreano Kim Il Sung un fantoccio nelle mani dei nuovi capi bastone. Con la speranza che questi siano riconoscenti e concedano al suo erede lo stesso ruolo che fu del “caro leader” Kim Jong Il, scialba e triste figura chiamata ad interpretare un ruolo di prim’attore solo in virtù del suo essere figlio.
Che vincano i “maroniti” o il “cerchio magico” per Bossi nulla cambia. Ormai più “romano” degli odiati romani, più organico al potere di quanto lo siano mai stati i vecchi boss della Dc, il Senatur ha solo un obiettivo, non lasciare la scena. E per questo è disposto ad accettare qualsiasi compromesso. Francia o Spagna purché se magna, appunto.

 

dove vola l'avvoltoio

diario 15/10/2011

 

Qualcuno mi spieghi cosa gliene frega agli incappucciati che oggi a Roma hanno violentato una grande manifestazione di popolo della nostra indignazione, della condanna unanime, dello sdegno per quelle auto bruciate, le vetrine sfondate, le sassaiole contro la polizia e le sprangate contro chi cercava di fermarli. Oggi hanno vinto loro. Punto. Per colpa nostra che da dieci anni chiudiamo gli occhi facendo finta di non sapere che sono in mezzo a noi, che non aspettano altro che l’occasione giusta per calare il passamontagna e sfasciare tutto e tutti. Perché a loro delle proteste, delle rivendicazioni degli altri, di cambiare non gliene importa nulla. La loro filosofia, se così si può definire, è il tanto meglio tanto peggio, il facciamo un po’ come cazzo ci pare che tanto sono tutti uguali, uno vale l’altro. Non li sfiora il dubbio di essere funzionali al potere. E se li sfiora gli va bene lo stesso.
Hanno ragione le decine di migliaia di persone che sono scese nelle strade di Roma ad essere incazzate per quello che è accaduto. Hanno ragione da vendere anche i cittadini che sono rimasti coinvolti in una guerra che non era la loro. E ne hanno i poliziotti, stretti tra i lanci di sampietrini e i tagli del governo, che hanno tenuto i nervi saldi evitando un’altra Genova. Manifestanti, romani e agenti oggi sono gli unici che hanno diritto di lamentarsi, di condannare, di indignarsi. Un diritto che non hanno altri che pure non hanno perso tempo ad aprire la bocca per riempirla di parole inutili. Non ce l’ha sua eccellenza il presidente del Consiglio che porta la responsabilità di aver ridotto il paese in questo stato. Lui, il piduista, sodale di eversori e amico e difensore di condannati per mafia, dovrebbe avere il pudore di tacere. E come lui tanti altri ipocriti: il sindaco della Capitale Gianni Alemanno, amico di terroristi neri, che ancora porta al collo la croce celtica e che ha speso soldi pubblici per donare una sede a Casa Pound. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa che la violenza di piazza ben conosce per averla vissuta da protagonista. Non ce l’ha il ministro dell’Interno Roberto Maroni che non ha ritenuto di dissociarsi pochi giorni fa quando il neo segretario provinciale di Varese del suo partito ha candidamente dichiarato di essere pronto a impugnare le armi per difendere la Padania. O quei parlamentari che si sono venduti per una manciata di quattrini. Non ce l’hanno il diritto a scandalizzarsi quelli che con i loro comportamenti pubblici e privati, con la loro violenza verbale, con il quotidiano sputtanamento delle istituzioni di questo paese sono i mandanti morali dei mascalzoni di oggi. E farebbe bene a tacere anche l’opposizione di centrosinistra che negli ultimi diciassette anni è riuscita a perdere tutti i treni, dividendosi su tutto e di più, dai diritti delle persone alla ristrutturazione selvaggia delle imprese, tra beghe personali e vendette politiche.
Né dovrebbero parlare quei commentatori e giornalisti che in questo sistema ci sguazzano e che invece sono sempre lì a tranciare giudizi, a compilare pagelle, a soffiare sul fuoco.
Nessuno di costoro ha titoli per condannare i violenti di oggi. Ma dove c’è puzza di carogna gli avvoltoi non mancano mai.

"er boccone" e i "sòla"

diario 7/10/2011

 

Ormai si usa poco, ma un po’ di anni fa quando si voleva indicare un “pollo” a Roma si diceva “boccone”, qualcuno che abboccava con facilità a qualsiasi cosa gli proponessero, a qualunque “sòla”, fregatura. Un “boccone” classico è mr. Deciocavallo, il turista italo-americano che acquista la Fontana di Trevi dal truffatore Totò e dal suo complice Nino Taranto nel film girato da Camillo Mastrocinque mezzo secolo fa.
Mezzo secolo che è passato invano per il sindaco della Capitale Gianni Alemanno che nel 2007 ha rischiato di versare la bellezza di 70 mila euro ad alcuni imbroglioncelli che, spacciandosi per agenti dei servizi segreti, volevano vendergli inesistenti dossier sull’allora presidente del Consiglio Prodi e su D’Alema e Fassino. Passata praticamente sotto silenzio, la notizia è rimbalzata ieri quando i pm Giancarlo capaldo e Luca Tescaroli hanno chiesto il rinvio a giudizio degli apiranti Totò. E si è scoperto che Alemanno ha evitato di “comprare la Fontana di Trevi” non perché, come sarebbe stato suo dovere, alla proposta delle finte barbe finte si era rivolto alla polizia denunciandoli, ma solo perché un suo collaboratore aveva scoperto che i dossier promessi non esistevano dopo un incontro in un bar del Salario, come in un film del Monnezza. Altrimenti, si deduce dalle parole dei magistrati, avrebbe tirato fuori i quattrini senza fiatare. Dimostrando, ma su questo non avevamo dubbi, un profondo senso di legalità.
Sempre a proposito di imbroglioni, la Capitale in questi giorni è tappezzata di manifesti firmati Il popolo di Roma – Destra sociale sui quali campeggia una gigantografia di Umberto Bossi assieme a Roberto Calderoli e Mario Borghezio. Sotto la foto una scritta recita “LEGA LADRONA ROMA NON PERDONA”. Peccato (ma questo sui manifesti non c’è scritto) che il movimento che firma la frase sia sostenitore del Pdl come si legge nelle dichiarazioni programmatiche pubblicate sul sito internet. Che sarebbe come dire alleato della Lega.
Giuliano Castellino e Carlotta Chiaraluce, i due leader della Destra Sociale, o hanno le idee confuse o sono ammiratori di Totò. Ma stavolta difficilmente riusciranno a vendere la fontana.



Barletta, Italia

diario 5/10/2011

 

Se ne parlerà per un paio di giorni, forse tre. Poi silenzio, fino alla prossima disgrazia.
Perché la morte della povera gente fa meno notizia delle dichiarazioni di una escort. Perché gli editori hanno la coscienza sporca e preferiscono che non si calchi troppo la mano. Perché in fondo va bene così, meglio girare la testa dall’altra parte, far finta di non vedere. E continuare a pagare la colf, il muratore, l’elettricista o l’idraulico in nero, che così ci si guadagna tutti.
L’Italia è il paese delle scoperte: una settimana si scopre che esistono le escort, quella dopo che la politica (un certo tipo di politica) per qualcuno significa arricchirsi e basta. E ogni tanto qualcuno si accorge anche che esiste il lavoro nero. Tragico che debbano morire quattro operaie e una ragazzina di quattordici anni perché se ne parli. Tragico ma comprensibile in un paese che ha fatto dell’ipocrisia una filosofia di vita.
“Mia nipote, 33 anni, prendeva 3,95 euro all’ora, mia nuora quattro euro: lavoravano dalle 8 alle 14 ore, a seconda del lavoro che c’era da fare. Avevano tredicesima e ferie pagate, ma senza contratto”, ha dichiarato la zia di una delle vittime del crollo della palazzina a Barletta che ospitava un maglificio.
Una situazione che in Puglia è quasi normale, come si ricava dalle parole di un sindacalista della Cgil, Pietro Laboragine. "Gli imprenditori devono offrire prezzi ridotti al minimo, chiudono, licenziano e riaprono; lavorano in locali senza misure di sicurezza. E non vale solo per il piccolo artigiano nel sottoscala, ma anche per aziende che danno da mangiare a 50 persone”. "Sono 10-12mila gli occupati del tessile quando solo qualche anno fa se ne contavano trentamila. L'80 per cento delle aziende ha chiuso e la maggior parte di questi opifici dà lavoro in nero, alle casalinghe soprattutto. I mariti spesso hanno perso il posto di lavoro, sono in cassa integrazione o in mobilità. La crisi ha messo in ginocchio tutti. E loro come fanno a rinunciare a quei 600 euro al mese? Per questo si adattano a un modello che qui, come in altre parti d'Italia, è dominante. Poi qualcosa ogni tanto succede e vengono da noi”.
Poi qualcosa succede dice Laboragine.
Sfogliando qua e là i giornali, la sensazione è che “qualcosa possa succedere” ogni giorno in ogni parte del paese. A fine luglio la Direzione provinciale del lavoro di Pisa ha reso noti alcuni dati relativi al settore conciario pisano: su 51 aziende ispezionate 31 risultavano irregolari. E dei 194 lavoratori controllati dagli ispettori 167, l’86 per cento, sono risultati irregolari perché o senza contratto o senza contributi o clandestino. E solo pochi giorni fa, il 26 settembre, la Guardia di Finanza di Roma ha ispezionato 269 aziende romane trovando altrettanti dipendenti privi di contratto.
Ancora: l’anno scorso, nella provincia di Siracusa l’ispettorato del lavoro ha effettuato 1032 ispezioni in altrettante aziende. Risultato: 2106 lavoratori su un totale di 3560 sono risultati irregolari e di questi 817 (il 23 per cento) in nero.
Si potrebbe continuare per pagine e pagine, ma i numeri annoiano, sono aridi. A meno di non metterli tutti assieme e scoprire che nel solo 2008 gli imprenditori con manodopera in nero hanno risparmiato la bellezza di 102 miliardi di euro, cioè una cifra che da sola costituisce il 37 per cento dell’intera economia sommersa.

l'ultima speranza

diario 21/9/2011

 

Proprio non se ne vuole andare. Resta lì attaccato alla sua poltrona e alle sue paure come se niente fosse, indifferente alla sempre più diffusa insofferenza nei suoi confronti, al fastidio che provoca non negli avversari politici ma persino in chi l’ha votato. Ormai vive alla giornata, come il paese del resto. Difeso da amici sempre meno convinti e da pasdaran votati alla morte consapevoli che senza di lui sarebbe la fine: niente più potere, niente più soldi, niente di niente.
Ogni giorno ha la sua croce, si dice. Ma per il magnate brianzolo presidente del Consiglio a tempo perso è un Calvario: Napoli, Roma, Bari, Lecce, Milano sono le sue stazioni. E le nostre: perché se non dovessimo leggere ogni mattina delle sue amichevoli conversazioni con latitanti, ruffiani e generose signorine saremmo anche più felici. Se non dovessimo essere edotti sulle sue piccolezze, sulle millanterie da bar dello Sport e da Villa Arzilla non inizieremmo la giornata già incazzati.
A questo punto, visto che di fare le valige non ha proprio voglia e che in Parlamento nessuno uomo di buon senso ha il coraggio di dire basta e di voltare una delle pagine più imbarazzanti degli ultimi 150 anni, non ci resta che sperare nell’intervento divino. Per carità, niente di definitivo, non scherziamo. Basterebbe il morbo di Parkinson, una malattia che, secondo quanto appurato da uno studio dell’università giapponese di Tohoku pubblicato su Brain, rende le persone colpite dalla malattia incapaci di mentire. Anzi, di più: il morbo viene associato a una personalità da gran lavoratore, serio, inflessibile e di elevata rettitudine morale. Persone totalmente prive di vizi che a letto portano il lavoro, non bevono e non fumano. Temo però che mister B. sia geneticamente immune.

c’era una volta il calcio

diario 3/9/2011

 

A me da bambino e da ragazzo il calcio non piaceva proprio. Per me i calciatori erano solo delle facce da ritagliare dalle figurine e attaccare sulle gritte, i tappi di metallo delle bottiglie, riempite di cera per giocare per strada sulle piste disegnate con il gesso sui marciapiedi. Calciatori e ciclisti si usavano. Ma i ciclisti mi erano più simpatici. Poi sono passati gli anni, tanti per la verità, e un giorno è stato colpo di fulmine. Era il 1990 e a Roma c’erano i mondiali. Per curiosità andai allo stadio e restai folgorato. Non tanto dal gioco (che avevo delle serie difficoltà a seguire quello che succedeva in campo) ma dallo stadio, dal pubblico, dal tifo. E così cominciai ad andare la domenica alla partita. Della Roma, naturalmente. Della Lazio avevo brutti ricordi, l’immagine di alcuni tra i suoi giocatori più famosi accanto al segretario del Msi Giorgio Almirante durante un comizio elettorale. Non la presi nemmeno in considerazione. A Roma non poteva e non può esserci che la Roma.
Cominciai ad andare allo stadio, come ho detto, e mi divertivo. Anche quando – spesso – i giallorossi perdevano. In fondo fa parte del gioco. È facile tifare per chi vince sempre (magari non sempre onestamente, ma questa è un’altra storia). Ma è durata poco: sotto i miei occhi, la curva Sud si è trasformata: era uno spettacolo allegro, divertente, fantasioso è diventata un luogo violento, con fazioni politiche che hanno occupato quasi militarmente ogni spazio per usare lo stadio come occasione di reclutamento. Con i miei occhi sono stato testimone di un fenomeno che ormai con fin troppa puntualità viene registrato nella relazione semestrale che i servizi segreti inviano al Parlamento. Lo registrano, ma non sembra che a qualcuno interessi intervenire.
Così, con dolore, ho smesso di andare alla partita con la speranza che, prima o poi, le cose cambino. Mi piacerebbe, tra qualche anno, portarci mia nipote (anche per sventare il rischio che si appassioni al Napoli, squadra del cuore dei nonni materni oltre che della mamma), come una volta faceva con me mio padre che aveva la Sampdoria nel cuore. Mi piacerebbe che gli stadi si riempissero di bambini e di genitori, di nonni, come una volta e si svuotassero di ultrà. Che il calcio tornasse ad essere quello sport di cui parlano, in Fedeli a San Siro (prefazione Gianni Mura, edizioni Mondadori), Tiziano Marelli e Claudio Sanfilippo, due amici– interista il primo, milanista il secondo – che ci raccontano la Milano degli anni Sessanta e Settanta, il Milan del golden boy Gianni Rivera e l’Inter di Giacinto Facchetti.
Amici fin da ragazzi pur se divisi dalla “fede”, Marelli e Sanfilippo parlano di calcio per parlare della vita: dall’infanzia trascorsa in due diversi quartieri periferici della Milano pre e post ’68, all’apoteosi del Mundial di Spagna vissuto insieme e capace di cementare la conoscenza ma anche di amplificare le differenze marcate dai colori sociali delle loro squadre del cuore, fino all’attualità che ha portato i due amici a essere solo apparentemente lontani. Quarant’anni di vita sempre accompagnati, nel bene e nel male, dall’incrollabile fede per le due squadre milanesi. Il milanista cantautore e l’interista giornalista lasciano emergere, attraverso le loro memorie, un piccolo affresco di una città che ha smarrito con troppa rapidità quei fondali che l’hanno resa umana, grande e affascinante.