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loscarafaggio

l'erba del vicino è sempre più rossa

diario 8/7/2015


Che Beppe Grillo e Matteo Salvini cerchino di usare Tsipras è comprensibile. Così come si comprende che che non gliene freghi assolutamente alcunché che il diretto interessato abbia prontamente preso le distanze dai due. Che, invece, lo facciano alcuni personaggi che si dichiarano di sinistra lo è molto meno. Eppure nei giorni scorsi ad Atene, a sostenere la campagna per il no al referendum indetto dal leader greco c'era persino Niki Vendola. E, assieme a lui, molti dei capi e capetti dei tanti partitini che ostentano nel simbolo la falce e il martello e la definizione di comunista. I quali hanno finto di non accorgersi che a schierarsi per il no, oltre a Syriza, sono stati i neonazisti di Alba Dorata. Strana dimenticanza da parte di chi in Italia ha criticato aspramente Matteo Renzi per il Patto del Nazareno siglato con Silvio Berlusconi. Che avrà tanti difetti ma è sempre meglio di gente che si richiama al Terzo Reich.

Ma, d'altra parte, quella di accodarsi alla scia di personaggi ritenuti vincenti è una vecchia tradizione di una parte della sinistra nostrana che, in assenza di idee proprie si ritrova a cercare di cavalcare quelle altrui. Nel 1974, all'epoca della Rivoluzione dei Garofani che portò alla deposizione di Caetano in Portogallo, mettendo fine alla dittatura instaurata da Salazar, molti "rivoluzionari" di casa nostra si precipitarono a Lisbona per spiegare al colonnello Otelo Saraiva de Carvalho, leader della nuova giunta militare, come governare il paese. Furono cortesemente invitati a risalire sulle loro due cavalli e a tornarsene là da dove erano venuti. Ma non bastò a smorzarne gli entusiasmi: cinque anni dopo si rimisero in viaggio per andare a imparare la rivoluzione a Teheran, dove l'ayatollah Khomeini aveva appena instaurato una repubblica islamica. Ancora una volta vennero rispediti a casa.

Ma l'entusiasmo è duro a morire. Soprattutto se grazie ai social network ci si può esporre tranquillamente senza dover affrontare lunghi viaggi e brutte figure. Così, nel 2004 trovarono una ragione di essere in Zapatero, leader socialista spagnolo che veniva contrapposto come esempio di vero uomo di sinistra ai leader dell'Ulivo. Con il passare del tempo, però, anche Zapatero passò di moda e nel 2011 ad appassionare la sinistra italiana alla perenne ricerca di una causa da sposare arrivò il Movimiento 15-M, cioè gli Indignados spagnoli. Che, mentre i nostri affilavano le armi su Twitter e Facebook, scendevano in piazza contro il governo a guida socialista colpevole di non aver saputo risolvere i problemi del paese. L'anno dopo, il 2012, è stato l'anno della stella di Hollande, anch'egli socialista, eletto presidente della Repubblica francese con un programma di sinistra ben presto passato nel dimenticatoio e sostituito con uno più realistico. Tra il 2012 e i primi mesi del 2015 ad infiammare nuovamente gli animi dei sinistri nostrani, ecco Podemos (filiazione degli Indignados) e soprattutto Syriza di Alexis Tsipras. Il cui nome è stato anche utilizzato per una variegata lista elettorale che alle elezioni europee ha superato a fatica la soglia di sbarramento del 4 per cento e che pochi mesi dopo ha conosciuto defezioni e polemiche.

Personalmente non sono un fan di Matteo Renzi e del Pd. Ma non credo che una sinistra litigiosa, velleitaria e legata a vecchi schemi, che non è in grado di esprimere un progetto proprio limitandosi a rincorrere successi altrui e tutto ciò che si agita nel mondo, giusto o sbagliato che sia, possa avere l'ambizione di porsi come forza alternativa all'attuale coalizione di governo e al suo leader. Se questa è la capacità propositiva di ciò che resta della sinistra italiana mi tengo "er puzzone". Casomai posso sempre incazzarmi. Magari su Facebook, che si fa meno fatica. 

 

Forza nuova, riti vecchi

diario 1/2/2012

 

Ci risiamo. La sezione milanese di Forza nuova, movimento neo fascista che di nuovo non ha proprio nulla, invita su Twitter a fare un bel falò in piazza dell’ultimo libro di Marco Tullio Altan, “Piccolo uovo”. Il papà della Pimpa e del cavalier Banana sarebbe reo di aver disegnato una storia infarcita di “odiosa cultura omosessuale insegnata ai bambini”. Che poi sarebbe quella di un pinguino che trova la propria famiglia ideale in una coppia di suoi simili omosessuali. Nulla di più di quanto accade ogni anno a migliaia di bambini (in Italia sono circa centomila) figli di coppie formate da persone dello stesso sesso.
In un paese nel quale ci sono sedicenti cattolici che dichiarano senza provare un briciolo di vergogna che “la diversità sessuale è una disgrazia, come lo è il cancro” (Vedi il portale Pontifex), non stupisce che ci sia chi veda nel libretto di Altan un pericoloso strumento di sovversione dei valori morali. Così come non sorprende che Forza nuova inviti a bruciare i libri in piazza, nella miglior tradizione nazi fascista. Quello che sorprende e infastidisce semmai è la compiacenza che le sortite di questi mascalzoni trovano in alcuni ambienti politici del centro destra dove la parola “morale” dovrebbe far riflettere ed essere usata con cautela.
Dice un personaggio di Altan in una vignetta: la vita è un film. Mi sembra di essere entrata a metà del secondo tempo”.
A me oggi sembra di essere entrato in tempo per vedere un cinegiornale Luce. Uno di quelli in cui si magnificava la grandezza della Germania nazista.
 

 

De minimis non curat praetor, ovvero la spocchia corre sul web

diario 17/6/2011

 

Hanno tutti migliaia di “amicizie” su Facebook e su Twitter sui quali sono attivissimi. Fanno professioni intellettuali o hanno ambizioni politiche, in genere a sinistra. E hanno una caratteristica comune: dialogano solo fra loro. Guardate le loro bacheche: sono piene di post e di lunghe note seguite sempre da moltissimi commenti: leggete i primi dieci quindici nomi e scoprirete che sono sempre gli stessi. Sono “i ragazzi” (o le “ragazze”, che almeno in questo non ci sono differenze di genere) del Clan. Gli unici ai quali i nostri si degnano di rispondere, gli eletti. Gli altri non contano, non esistono. Servono ad appagare la vanità, a bearsi dei complimenti, a fare numero (e forse a votare quando e se arriverà il momento). A null’altro. E’ inutile porre domande, chiedere spiegazioni, cercare di interloquire. L’unica concessione che fanno alla vasta platea degli “amici” (anche se sarebbe più corretto chiamarli contatti) è di condividere la propria intelligente sapienza, il proprio acume, i giudizi sferzanti e le intuizioni brillanti.
Sono i nuovi saggi, che si contrappongono al vecchio modo di fare politica e ai “politici vecchi” che non sanno più ascoltare la voce della società. E che – forse senza rendersene conto – ne mutuano i vizi, l’alterigia, l’arroganza. Ne sono i figli legittimi, hanno lo stesso dna anche se a parole lo negano, la loro ambizioni è prenderne il posto.
L’età è una brutta bestia, però invecchiare un pregio ce l’ha: si diventa più diretti, meno disposti al compromesso, più sinceri. Sarà perché si perdono un po’ di freni inibitori, si fa meno forte il vincolo del rispetto di formali convenzioni sociali. Fatto è che a un certo punto della vita si comincia a dire buongiorno solo a chi ti risponde, a chi ti è simpatico. Non più a tutti indiscriminatamente perché così impone la buona educazione. E si impara che ogni tanto mandare a quel paese qualcuno che se lo merita non fa per niente male, tutt’altro.
Da questo punto di vista cerco di non farmi mancare niente: anche i vecchi scarafaggi nel loro piccolo s’incazzano.
 

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permalink | inviato da danrep il 17/6/2011 alle 11:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

Social network e informazione, matrimonio in bianco e nero

diario 13/6/2011

 

Facebook, twitter, blog, youtube hanno enormi e indiscutibili meriti nella vittoria del si ai referendum. La mobilitazione in grandissima parte spontanea sulla rete ha annullato il boicottaggio dei mezzi di informazione tradizionali, soprattutto quelli televisivi, consentendo la diffusione capillare di notizie tra gli utenti di internet. Banalizzando, si può affermare che i social network hanno egregiamente assolto il compito che una volta, negli anni Cinquanta e Sessanta, svolgevano altri strumenti di aggregazione, quali erano le sezioni di partito e gli oratori delle parrocchie, la cui penetrazione nella società era decisamente minore e limitata territorialmente.
Dopo la grande manifestazione delle donne il 13 febbraio, dopo le elezioni amministrative, ancora una volta, il “grande comunicatore”, l’uomo che ha costruito il proprio potere sulla televisione, è stato battuto sul suo terreno, quello dell’informazione. Una informazione che non può controllare perché su Internet ciascuno ne è “proprietario” e gestore in proprio. Una forza che sfugge anche ai regimi più repressivi e che è alla base dei grandi movimenti popolari che negli ultimi mesi hanno messo in crisi i governi dei paesi del nord Africa, di Yemen e Siria, Iran e Barhein.
Il processo di diffusione della conoscenza, dello scambio di notizie, del confronto in tempo reale è irreversibile e porta con sé una indubbia crescita di partecipazione e, quindi, di democrazia. E non è casuale che l’aumento in termini numerici dei frequentatori dei social network sia maggiore proprio in quei paesi, Italia compresa, nei quali maggiore è il bisogno di una informazione indipendente, diretta, senza mediazioni.
C’è però un risvolto della medaglia da non sottovalutare. La possibilità concreta che la rete diventi strumento di cattiva informazione quando non di disinformazione vera e propria. Il caso di Amina Arat, la “ragazza gay” assurta a simbolo della rivolta di Damasco prima che si scoprisse che si trattava della invenzione di un blogger americano, fa riflettere seriamente. Non è il primo clamoroso falso a circolare in rete, non sarà l’ultimo. E se nel caso di Amina i danni sono stati limitati, non è detto che sarà sempre così. Su Facebook nascono amicizie, rapporti di confidenza facilitati spesso proprio dall’anonimato, dalla sensazione di aprirsi più a se stessi che non con persone in carne e ossa. Si diventa più vulnerabili. E qualcuno potrebbe approfittarne, come è accaduto in molti casi.

Internet, social network e informazione

diario 23/2/2011

 

Due sere fa, prima su Twitter e poi su Facebook qualcuno ha fatto girare una notizia clamorosa: gli aerei che bombardavano i manifestanti anti Gheddafi raccolti nella piazza Verde, a Tripoli, erano italiani. Immediatamente è scattata la corsa al commento, alla riprovazione. Molte voci indignate si sono levate per condannare, pochi si sono posti qualche dubbio sulla veridicità o meno della storia. Qualcuno ha anche spiegato che quelli aerei non potevano proprio essere libici perché si trattava di F16 che non sono in dotazione alle forze armate del colonnello mentre lo sono a quelle italiane.
Una bufala. Che però per molte ore ha fatto il giro del mondo, senza fortunatamente essere presa sul serio da alcun giornale, diffusa quasi in contemporanea con le accuse rivolte da Gheddafi al governo italiano di armare i rivoltosi con razzi Rpg.
Sono i rischi, le trappole della rete. Che ha mille meriti, ma che può essere veicolo di pessima informazione o di vera e propria disinformazione, come in questo caso.
Quella della disinformatija è una macchina sempre in agguato. Chi ha lavorato e lavora in una redazione sa bene quanti sono i professionisti del settore sempre all’opera, persone pronte a farti avere una informazione confidenziale impossibile da verificare che, dietro una patina di credibilità e ammantata di una qualche dose di verità, nasconde interessi di qualcuno. A volte una parte politica, altre un gruppo industriale, altre ancora entità imprecisate. Per fare un esempio, qualche anno fa arrivò a molti giornali una raccolta di lettere che contenevano particolari agghiaccianti sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980. Erano firmate in gran parte dall’allora capo della Polizia, ma anche da ministri, politici e qualcuna persino dal presidente della Repubblica. Nessuno le prese seriamente, ma il messaggio arrivò lo stesso. Chi aveva architettato quei falsi grossolani non pensava che qualcuno potesse abboccare all’amo, voleva far sapere che era dentro le istituzioni, tanto da essere di in grado di procurarsi la carta intestata, vera, delle più alte cariche dello Stato e della polizia.
Erano altri tempi e la rete stava muovendo i primi passi. La cosa finì nel giro di pochi giorni e a ricordarla ci fu solo un articolo della Padania.
Provate a immaginare l’impatto che avrebbe avuto oggi.

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permalink | inviato da danrep il 23/2/2011 alle 13:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa