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premiata ditta Ciolini & partners. And me

diario 6/9/2012

 

A molti, forse, il nome di Elio Ciolini non dice molto. Sessantasei anni, ex vigile urbano a Firenze,
il signor Ciolini è finito nella galere rumene da un paio di giorni per essersi presentato all’aeroporto di Bucarest con documenti falsi. L’uomo era ricercato in Italia e proveniva dalla Svizzera, paese che conosce molto bene avendo avuto in anni lontani l’onore di dividere la cella del carcere di Champ Dollon con il gran maestro della P2 Licio Gelli. Presentato sui giornali elvetici come mafioso, legato ai servizi segreti israeliani e statunitensi, Elio Ciolini è sostanzialmente un truffatore, abituato a vivere di espedienti e di imbrogli, ma con indubbi legami con ambienti che contano. O, almeno, contavano.
Il suo nome, come si usa dire, salì agli onori delle cronache nel lontano 1982 quando fu protagonista di un tentativo di depistaggio delle indagini sulla strage alla stazione di Bologna. Una vicenda che in qualche modo mi sfiorò e che non ho mai raccontato se non a qualche magistrato.
All’epoca ero caposervizio interni dell’Adnkronos e tra i miei collaboratori c’era Andrea, un giovane “pistarolo” che aveva buoni contatti con i magistrati bolognesi che indagavano sull’attentato. Soprattutto con il giudice Aldo Gentile, che in seguito, a causa di una lunga serie di errori, venne privato dell’inchiesta e trasferito dal Csm alla Corte d’Appello del capoluogo emiliano. Un giorno dell’estate 1982 Andrea (che, per inciso, oggi è un giornalista piuttosto noto) mi chiama e mi annuncia un pezzo bomba, con rivelazioni esclusive sulla strage. La fonte, mi dice, è sicura. E’ quella la prima volta che leggo il nome di Ciolini. Nell’articolo si raccontano le sue rivelazioni ai magistrati bolognesi, si parla della “loggia di Montecarlo” come di una specie di super P2 della quale fa parte il gotha dell’economia mondiale e che sarebbe la mente che ha ordinato di far saltare in aria la stazione il 2 agosto 1980. Il pezzo è dettagliato, ma qualcosa non mi convince. Decido fare qualche verifica per conto mio e lo tengo nel cassetto per qualche giorno. Fino a quando, una mattina, mi arriva una strana telefonata. E’ un avvocato fiorentino noto per essere legato a doppio filo con Licio Gelli. “Lei ha tra le mani uno scoop”, mi dice con tono cordiale. “Cosa aspetta a pubblicarlo?”. Mi girano un po’ le scatole, perché in teoria dovremmo esserne al corrente solo io e l’autore del pezzo (e le sue fonti). Ma faccio finta di non capire. L’avvocato si innervosisce. “Non faccia il furbo, lei ha avuto da un suo collaboratore un articolo sulla strage a Bologna. Perché non lo pubblica?”. Non ritengo di dovergli spiegazioni e cerco di troncare la conversazione. Ma lui insiste: “lei ha il dovere di pubblicarlo”. Gli rispondo che io ho il dovere di non pubblicare notizie che non siano verificate e che, comunque, è una questione che riguarda me e il mio direttore. A questo punto sbotta: “se non lo pubblica entro 24 ore io la denuncio. E non faccia tanto l’arrogante. Sappia che per noi 85 o 86 è la stessa cosa”. Poi riaggancia. Il tempo di riprendermi e telefono a un magistrato fiorentino raccontandogli la storia. Mi tranquillizza e mi dice di essere al corrente che “alcune persone” stanno cercando di far uscire il nome di Ciolini e i suoi racconti sui giornali. “Vogliono solo far casino, sollevare un polverone sulle indagini per evitare che si faccia chiarezza. E’ un depistaggio, tanto per cambiare”, mi dice.
Qualcuno, da lì a poco, pubblicò la storia raccontata da Ciolini e la prese sul serio, anche se per poco.
Così come, nel 2001, la memoria corta dei servizi di intelligence italiani ha fatto si che venisse data credibilità a un’altra “rivelazione” del nostro il quale disse di aver saputo da estremisti di sinistra conosciuti in Bolivia che si stavano organizzando attentati in Italia e che tra gli obiettivi c’era, manco a dirlo, Silvio Berlusconi, all’epoca presidente del Consiglio. Ovviamente si trattava di una patacca che, però, consentì all’ex piduista, di accusare gli avversari politici di montare una campagna di odio contro di lui. Ma questa, ovviamente, è un’altra storia.

 

anche Franco se n'è andato

diario 10/12/2011

 

Franco non era una grande firma. Non avrà pagine di giornali che ne racconteranno l’intelligenza, le capacità professionali, l’indipendenza di giudizio. Franco era uno di quelle migliaia di giornalisti anonimi o quasi che ogni giorno cercano di fare dignitosamente il proprio mestiere. Aveva però una dote preziosa per chi fa questo lavoro: una faccia tosta unica che gli consentiva di avvicinare chiunque senza timori reverenziali, di farsi accettare da chiunque, di riuscire sempre e comunque a far aprire l’interlocutore, di “portare a casa” qualcosa.
Molti anni fa, all’esordio al governo dell’ancora oggetto misterioso Silvio Berlusconi, questi era in Transatlantico circondato da cronisti parlamentari che cercavano di ottenere una dichiarazione sulla situazione politica. In quel capannello di giornalisti c’era anche Franco, al quale la politica interessava poco o nulla. Lui si occupava di sport e per lui Berlusconi era il presidente del Milan. Mentre Berlusconi cercava senza successo di sottrarsi all’assedio, ecco il colpo di genio. Con l’aria decisa, facendosi largo a spintoni tra i colleghi, Franco si avvicinò al presidente del Consiglio, lo prese sottobraccio dicendogli “vieni Silvio, parliamo d’altro”. Senza colpo ferire riuscì a “salvare” Berlusconi e a strappargli un’intervista. Sul Milan, naturalmente.
Questa notte Franco se n’è andato. Con lui se ne va un’epoca. Quella di via Ripetta, degli anni della fatica e del cazzeggio, della solidarietà tra colleghi, di Grazia, Antonello, Dario, Enrico e tanti altri. Della nostra giovinezza.

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permalink | inviato da danrep il 10/12/2011 alle 12:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa