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loscarafaggio

creatori di mostri

diario 26/9/2012

 

Già segretaria dell’Ugl, un sindacato che probabilmente non deve neppure prendersi il disturbo di stampare le tessere non avendo alcuno che le reclama, Renata Polverini non esiste. O meglio: non esiste in natura. E’ una delle tante creature partorite dalla fervida immaginazione dei numerosi Frankenstein che popolano le redazioni dei giornali e delle tv. Anzi, soprattutto di queste ultime dal momento che da anni ormai i quotidiani hanno scelto di informare i propri (pochi) lettori su ciò che questi hanno avuto modo di vedere la sera prima direttamente sul piccolo schermo.
Renata Polverini (che forse si deciderà prima o poi a presentare davvero quelle dimissioni dalla presidenza della regione Lazio che sbandiera in ogni talk show e tg) è solo l’ultimo prodotto di laboratorio nato dalla rincorsa al titolo sparato in prima, al personaggio da lanciare (e da bruciare per far spazio a nuove star), alla spettacolarizzazione dell’informazione, anche se riesce sempre più difficile definire quest’ultima giornalismo.
Certo, la signora ci ha messo del suo: spigliata, verace, aggressiva al punto giusto, tosta (con le palle, ha detto qualcuno pensando a torto di farle un complimento), sempre disponibile a partecipare alla corrida dei vari Porta a Porta, Ballarò, Servizio Pubblico e chi se li ricorda aggiunga gli altri, abile nel far passare in secondo piano il fatto che la sua organizzazione sindacale (erede della vecchia Cisnal filo missina, a suo tempo sdoganata da quel Bettino Craxi al quale, immemori, i giovani leoni del Msi tirarono le monetine al Raphael) per pudore ha sempre rifiutato di fornire i dati relativi ai propri iscritti, involontariamente autodenunciando la propria inconsistenza. Proprio come quel Sindacato Padano fino a pochi mesi fa guidato da un’altra pasionaria, Rosi Mauro, anch’ella assurta agli onori della cronaca politica grazie all’attenzione dei media e poi scivolata su una banale storia di quattrini e su una meno banale guerra di potere all’interno della Lega. Che, guarda caso, ha visto perdente e umiliato un altro prodotto del “nuovo modo di fare informazione”, quell’Umberto Bossi del quale persino le pernacchie erano buone per costruirci su un bel titolo a nove colonne o l’apertura di un tg.
Ma la vittima più eccellente dei creatori di mostri è forse un’altra: l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi il quale, pur potendo ancora contare su un numero ragguardevole di “amici” (e mai virgolette furono più necessarie) e di ascari, dopo essere stato l’oggetto quasi esclusivo della quotidiana informazione per molti anni, apparendo nelle sue molteplici vesti di imprenditore, dirigente sportivo, politico, imputato, don giovanni e via parlandone, oggi fatica a conquistare poche righe sui giornali, che ormai tanto non le legge più nessuno, nemmeno Cicchitto. Resiste, anche se il declino è in agguato, Daniela Santanchè, più longeva di Vittorio Sgarbi e Alessandra Mussolini. Ma è questione di poco prima di finire nello stesso angolo buio e polveroso dove a suo tempo furono riposti Pietro Longo, Franco Nicolazzi, Enrico Ferri e le altre meteore passate senza lasciare traccia di sé, come Erminio Boso, l’Obelix leghista e il sanguigno ex sindaco di Taranto Giancarlo Cito. Giusto il tempo indispensabile a dare vita a una nuova creatura, che il Barnum dell’informazione non si ferma mai e persino Beppe Grillo è ormai usurato. Anche questa è la stampa, bellezza.

 

Lega, pulizia è fatta. O anche no

diario 12/4/2012

 

Roberto Maroni ha vinto. L’ex ministro dell’Interno del governo Berlusconi, al quale Mario Monti aveva offerto di rimanere al Viminale unico politico in una formazione di tecnici, è il nuovo padrone della Lega. L’ultimo atto della conquista del potere prima della incoronazione ufficiale che avverrà a fine giugno, si è svolto questo pomeriggio a via Bellerio, in quella stessa sede che nel 1996 il non ancora ministeriale Maroni difese con il proprio corpo dagli agenti di polizia che su mandato del procuratore di Verona pretendevano di effettuare una perquisizione. Francesco Belsito, l’ex tesoriere indagato da sei procure italiane e Rosi Mauro, la terrona vicepresidente del Senato, sono stati espulsi dal movimento. Pulizia è finalmente fatta, proprio come aveva chiesto a gran voce Maroni dal palco di Bergamo un paio di giorni fa quando aveva costretto l’ex capo ormai alle corde a pronunciare un auto da fè e la pubblica condanna dei suoi figli.
La Lega torna ora alle origini, alla “purezza” sventolata nelle piazze e ai raduni di Pontida, alle ampolle, ai riti fondanti di una terra che non esiste né come entità geografica né tantomeno come entità politica. Gridata ad alta voce alle folle di militanti ma mai praticata se è vero che Maroni si è ben guardato nelle scorse settimane di invocare le dimissioni di Davide Boni, presidente del Consiglio regionale lombardo indagato per tangenti. E se è altrettanto vero che la stessa purezza non rivendicò neppure ai tempi di Mani Pulite qundo l’allora leader indiscusso venne condannato per una tangente assieme al tesoriere dell’epoca, il pirla Patelli senza che dall’interno del movimento si levasse una voce di riprovazione. E zitto zitto Maroni rimase anche negli anni successivi, quando un altro tesoriere della Lega, Maurizio Balocchi, pensò bene di fondare la Ceit srl per costruire un villaggio turistico in Istria: 180 appartamenti, albergo e campo da golf. Nell’operazione furono coinvolti 114 azionisti tra i quali figuravano diversi parlamentari del Carroccio, la moglie di Bossi Manuela Marrone e tal Stefano Stefani, colui che oggi dovrebbe far chiarezza sulle disinvolte operazioni di Belsito, grande amico di Balocchi. L’operazione immobiliare si conclude in un fallimento e con dieci avvisi di garanzia.
Né si è sentita alzarsi la voce di Maroni quando lo stesso Balocchi, con il benestare del capo, nel 2000, decide che è arrivato il momento per fondare una banca padana, Credieuronord. Il “sogno” rischia di costare i risparmi di una vita ad alcune centinaia di entusiasti in camicia verde che solo grazie all’intervento della Banca Popolare di Lodi presieduta da Giampiero Fiorani in seguito coinvolto (e condannato) nel crack Parmalat e nel tentativo di scalata alla Antonveneta.
Tutto questo avveniva prima del 2004. Bossi ancora non era stato colpito da ictus e Bobo, già in odor di eresia, preferiva mantenere un profilo basso, accettando che di lui si dicesse che rappresentava l’anima ministeriale e dialogante della Lega. L’improvvisa malattia del capo, la sua assenza dalla scena per molti mesi, il muro eretto dai pochi ammessi al capezzale scelti da Manuela Marrone in base al grado di fedeltà, l’ascesa di nuovi dirigenti venuti dal nulla e dalla famiglia, come il giovanissimo Renzo, sembrarono segnarne il declino, essere quasi la premessa per una definitiva estromissione dai vertici del Movimento. Ma Maroni non si è arreso. Se nel movimento era tenuto ai margini, nei governi di centrodestra ha ricoperto ruoli di primo piano: disponibile, sorridente anche se capace di una insospettata durezza, gran lavoratore, si è imposto come uno dei pochi leghisti presentabili, conquistando pian piano la simpatia della base anche grazie al lavoro sottotraccia di uomini a lui fedeli, come il sindaco di Verona Flavio Tosi e il milanese Matteo Salvini. Una realtà della quale Umberto Bossi probabilmente si è reso conto solo al raduno di Pontida dello scorso anno quando per la prima volta Bobo gli rubò la scena con una coreografia ben preparata e una piazza acclamante il suo nome. Fu una scommessa azzardata che rischiò di costare cara a Maroni: i bossiani mal digerirono lo spettacolo e spinsero l’acceleratore per affrettarne la cacciata. Non ci sono riusciti, complici un ex tesoriere, segretarie, autisti, figli scapestrati e parentele avide che hanno fornito al nostro l’arma per l’affondo finale. Che qualcuno chiama pulizia ma che in realtà è la resa dei conti tra due bande rivali, il massacro di San Valentino dei bossiani.
Oggi sotto il fuoco amico è caduta Rosi Mauro, la Grimilde, la Pasionaria, la Nera, la Strega, la Terrona. Ma la guerra continua. E i Barbari sognanti non faranno prigionieri. Si accontenteranno di tenere come ostaggio un uomo malato, finito e ricattato.

lo specchio della resa

diario 6/4/2012

 

Sono gli occhi che li fregano. Quello sguardo quasi assente, perso nel vuoto che hanno anche mentre pronunciano parole di guerra recitando stancamente la scontata litania di chi si dice pronto a combattere senza paura. Vanno guardati con attenzione gli occhi di Umberto Bossi per comprendere il dramma che sta vivendo in questi giorni. Sono quelli di un uomo che ha perso tutto, che si è visto crollare addosso il castello che aveva edificato in quasi un trentennio, da quando il 12 aprile 1984 aveva sottoscritto davanti a un notaio milanese l’atto costitutivo della Lega Lombarda, assieme alla futura moglie Manuela Marrone, Giuseppe Leoni e altri pochi amici fidati (tra i quali non c’era Roberto Maroni).
L’ho fatto per la Lega, ha dichiarato sapendo che non è così. Più o meno le stesse parole usate dal suo ex alleato Silvio Berlusconi quando a novembre fu costretto a lasciare la presidenza del Consiglio: “mi sono dimesso per senso di responsabilità nei confronti dell’Italia” le sue parole. Anche in quel caso smentito dallo smarrimento che si coglieva sul suo volto teso, negli occhi gonfi di chi sa che ormai tutto è perso e che non basterà un “gesto nobile” a ribaltare uno smacco.
Chi ha visto vent’anni fa Arnaldo Forlani deporre davanti ai magistrati di Mani Pulite ha imparato a riconoscere quell’espressione, a non farsi imbrogliare dalle parole. Gli occhi, si dice, sono lo specchio dell’anima. Nel caso di Bossi lo specchio di una sconfitta senza rivincita, resa ancora più amara perché maturata tra le mura di casa, nella cerchia degli amici più stretti e dei consiglieri più fidati. Dagli amici eccetera eccetera…
 

provaci ancora Elsa

diario 18/3/2012

 

In poche settimane è riuscita a sfatare il luogo comune secondo cui i piemontesi sarebbero falsi e cortesi. Due definizioni che non si applicano a Elsa Fornero, da quattro mesi ministro del Lavoro nel governo dei professori.
La professoressa Fornero non è per niente falsa, anche se qualcuno l’ha maliziosamente sospettato dopo le lacrime versate al suo primo incontro con la stampa, quando lei e il premier annunciarono il massacro delle pensioni e dei pensionati. Ma non era una sceneggiata. Fornero non è il tipo. Il suo pianto era frutto di stress e stanchezza, nulla più. Non è falsa, quindi ed è anche poco cortese nonostante i suoi modi siano educati come si addice a una persona della buona società sabauda abituata a frequentare i consessi e le università di mezzo mondo. Alcuni suoi comportamenti sono stati vere e proprie cadute di stile. Nella quale si riconosce la stizza dell’accademico abituato a spargere verità indiscusse e indiscutibili che si vede improvvisamente costretto a prendere atto che il mondo non è l’aula di una università o la sala di un convegno. Tanto per dire: non è certo frutto di un ragionamento razionale l’infelice uscita di qualche giorno fa sui precari, quando disse che sarebbe sbagliato dar loro una indennità perché finirebbero per poltrire davanti alla tv e riempire le pizzerie. Una sciocchezza simile non riuscirebbe a pensarla nemmeno Umberto Bossi parlando dei napoletani. E come giudicare l’ormai strafamosa “paccata” di miliardi che il governo sarebbe disposto a tirare fuori? Una persona accorta e sicuramente di maggiore esperienza come Mario Monti non si sarebbe mai lasciato sfuggire parole del genere. E voglio pensare (pronto ad ammettere di essermi sbagliato) che l’invito di ieri del premier a “cedere tutti qualcosa” fosse rivolto non solo e non tanto a Susanna Camusso e Emma Marcegaglia, quanto proprio a Elsa Fornero, che sembra essere l’unica delle tre mai sfiorata dal dubbio perché la sua è una missione, cambiare in poche settimane il paese. Se Monti l’ha pensato, però, non deve averglielo detto apertamente, tanto che proprio oggi Fornero è tornata alla carica cercando questa volta di forzare la mano ai partiti che sostengono il governo in Parlamento senza rendersi conto o più semplicemente fregandosene del fatto che in questo modo l’esecutivo rischia grosso. Forse l’avrà convinta il “forza Elsa” di Angelino Alfano. O forse non ha bisogno di alcun incoraggiamento. I missionari e i salvatori della patria sono sempre pronti al martirio. Tanto più quando non comporta eccessivi sacrifici.
Per chiudere una ultima osservazione: quasi all’inizio del suo mandato ministeriale, Fornero ha chiesto che il suo cognome non fosse preceduto dall’articolo determinativo declinato al femminile. Insomma, niente “la Fornero”, please. Una richiesta politicamente corretta, si è detto. Rivista con il senno del poi mi sembra che a dettarla altro non sia stato che il fastidio di chi non è abituato a sentir pronunciare il proprio nome senza che sia preceduto da un aggettivo che ne indica lo status sociale, la professoressa Fornero, il ministro Fornero. Noblesse oblige.
 

menare i froci

diario 10/3/2012

 

negli ultimi anni Sessanta, tempi di grandi speranze e di grande confusione, capitava abbastanza spesso, almeno a Roma, che qualcuno decidesse di chiudere in bellezza la giornata andando a menare i froci. Che non si chiamavano ancora gay e frequentavano abitualmente i giardini attorno a Castel Sant’Angelo, a due passi dal Vaticano. In genere a organizzare le spedizioni punitive erano gruppi di fascisti, qualche volta erano pariolini annoiati, altre ancora ragazzi di borgata alla ricerca di emozioni forti. Cambiavano gli attori ma le vittime erano sempre le stesse.
Quaranta anni dopo non è che le cose siano poi cambiate molto. Neppure sotto il cielo della politica dove la destra non perde occasione di dare prova della propria presunta virilità e, soprattutto, della propria omofobia. Nella linea tracciata a suo tempo da Francesco Storace quando ai giornalisti che gli chiedevano di dire qualcosa di destra rispose “a froci!”, ma senza la stessa ironia, il segretario ombra del Pdl Angelino Alfano oggi ha pensato bene di galvanizzare i suoi ricorrendo al vecchio cavallo di battaglia. Con il Pd avremo i matrimoni gay e le coppie di fatto, ha tuonato facendo eco al nuovo anatema del papa tedesco e strizzando l’occhiolino a vecchi e nuovi alleati, i celoduristi della Lega e quelle migliaia di post ma non ex fascisti scesi in piazza sabato scorso al fianco di Storace. Che in tempi di crisi profonda del Pdl potrebbero rivelarsi utili per limitare i danni alle prossime amministrative. Soprattutto se Bossi e la sua congrega manterranno la parola di correre da soli. Li ha chiamati gay, Alfano. Ma sotto sotto anche per lui come per suoi più beceri compagni di strada sono ancora gli stessi froci di un tempo, ombre senza diritti, da prendere a mazzate.

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Lega e tangenti, una storia vecchia

diario 7/3/2012

 

Se il socialista Mario Chiesa, non rimpianto presidente del Pio Albergo Trivulzio, è passato alla storia per quel “mariuolo” affibbiatogli da Bettino Craxi dopo che si era fatto beccare dai finanzieri mentre incassava una tangente di sette milioni di lire il 17 febbraio 1992, primo arrestato di Tangentopoli, il leghista Alessandro Patelli verrà ricordato come “il pirla”. Il “Patellone”, come veniva chiamato dagli amici per la sua imponente stazza, non aspettò che fosse il suo leader a bollarlo con l’epiteto, fece tutto da solo: sono stato un pirla, confessò dopo essere stato condannato per aver incassato 200 milioni di lire della maxi tangente Enimont da Carlo Sama. Eppure l’uomo non sembrava proprio uno sprovveduto: leghista della prima ora, fedelissimo del capo, capo gruppo del partito nel Consiglio regionale lombardo, godeva della stima e dell’amicizia dell’Umberto tanto da essere nominato, lui che poteva vantare un diploma da idraulico, amministratore del partito. E proprio in questa veste incassò i soldi della tangente, senza trattenere per sé un centesimo. Una vicenda che, per inciso, costò una condanna a otto mesi anche a Umberto Bossi.
Se il buon giorno si vede dal mattino non stupisce che vent’anni dopo altri leghisti di primo piano vengano accusati dalla magistratura di essere al centro di un sistema di tangenti in Lombardia. Accuse tutte da dimostrare ma pesanti, non solo sotto il profilo giudiziario quanto dal punto di vista politico. Per un partito che ha costruito la propria fortuna sul malaffare altrui e sul mito della “diversità leghista” potrebbero avere un effetto devastante. Comprensibili, quindi, la levata di scudi e i tentativi di ridurre la vicenda a un complotto contro l’unico partito di opposizione che, dicono all’unisono Bossi, Maroni, Calderoli e tutto il loro clan, sarebbe oggetto di una guerra senza quartiere contro la Lega, una persecuzione dei magistrati. Che poi sono più o meno gli stessi che solo pochi mesi fa i supporter di Silvio Berlusconi additavano all’opinione pubblica come neo terroristi per aver osato indagare l’allora presidente del Consiglio.
Peccato che a smentire questa versione sia proprio il “pirla” che, con sottile perfidia, proprio oggi, commentando la vicenda Boni, ha accusato il suo ex partito (dal quale si è allontanato nel 1997) di essersi “romanizzato”: “allora – ha aggiunto ricordando la vicenda giudiziaria che lo ha coinvolto – i soldi si prendevano essenzialmente per finanziare attività del partito mentre oggi forse hanno prevalenza le tasche dei singoli”.
Sarà stato anche un fesso, il Patelli, ma almeno lui chiama le cose con il proprio nome.
 

facce da forca

diario 8/2/2012

 

Che Antonio Di Pietro sia contro il provvedimento svuota carceri non mi stupisce. Da uno che quando era magistrato ha usato la carcerazione preventiva come strumento di pressione per costringere gli arrestati a confessare, tanto da far pronunciare all’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro la famosa frase sul tintinnar di manette sventolate in faccia all’imputato, era logico aspettarselo.
Così come, tutto sommato, è nell’ordine naturale delle cose che i più feroci oppositori di un provvedimento all’acqua di rose come quello del ministro Paola Severino che dovrebbe portare all’uscita anticipata dal carcere di poche migliaia di condannati ai quali restano da scontare diciotto mesi di pena da trascorrere ai domiciliari siano i leghisti. Quei signori che hanno costruito la propria fortuna politica grazie ad Antonio Di Pietro e a Tangentopoli, gli stessi che una ventina di anni fa, proprio in questo periodo dell’anno, stazionavano davanti al Tribunale di Milano inneggiando alla galera. Gli stessi, vale la pena ricordarlo, che batterono le mani al deputato lumbard Luca Leoni Orsenigo quando il 16 marzo 1993 si presentò nell’aula di Montecitorio ostentando un cappio.
Certo, in quegli anni Di Pietro e i leghisti erano in buona compagnia, accanto ai missini Gasparri, Buontempo, Pasetto e Nania che il primo aprile dello stesso anno circondarono la Camera al grido “arrendetevi, siete circondati”. Lo stesso Gasparri che – come ricorda il sito storaciano Destra di Popolo – affermava “per me Di Pietro è un mito”. Più o meno quello che pensava e affermava il direttore del berlusconiano Tg4 Emilio Fede, il più attento ed entusiasta resocontista delle retate milanesi delle quali dava conto grazie al povero Paolo Brosio costretto a rimanere per mesi davanti a palazzo di Giustizia. Nessuno di loro al tempo si sarebbe lontanamente sognato di accusare quei giudici di essere eversori e para brigatisti.
Ma si sa, le cose cambiano. In fretta e tanto, secondo la convenienza. Così, mentre a Di Pietro va almeno riconosciuta una certa tragica coerenza, per Bossi e compagni lo stesso non si può dire visto che per tre lustri abbondanti hanno approvato tutte le peggiori leggi ad personam ad uso e consumo dell’amico Silvio Berlusconi e in tempi recenti con il loro voto hanno salvato dalla cella l’ex sottosegretario Nicola Cosentino, il politico campano che secondo la Procura napoletana sarebbe il referente politico del clan camorristico dei Casalesi.

Francia o Spagna purché se magna

diario 22/1/2012

 

Bobo Maroni è un uomo paziente. Seduto in riva al fiume ha atteso anni prima di consumare la sua vendetta contro chi anni fa lo mise ai margini del movimento che aveva contribuito a far nascere alla fine degli anni 70 quando dal marxismo si convertì all’autonomismo padano. Tra i pochissimi esponenti della Lega ad aver militato nelle file della sinistra (prima in un gruppo marxista leninista e poi in Democrazia Proletaria), Bobo è oggi il vero leader del movimento. Lo sa anche Umberto Bossi che avrà tanti difetti ma non è uno stupido. Lo sa anche se tarda a rassegnarsi sperando che i congressi ridiano fiato ai suoi fedelissimi, a quei componenti del cosiddetto “cerchio magico” usciti con le ossa rotte dal primo visibile tentativo di mettere all’angolo Maroni. Il quale preferisce, al momento, godersi la vittoria (sancita dai fischi della piazza verso chi oggi non lo ha fatto parlare dal palco della manifestazione milanese contro il governo) e mantenere l’understatement, in attesa della conta finale.
Che non vedrà l’uscita di scena del Senatur, pronto a soccorrere il vincitore e a sacrificare i suoi uomini pur di vedere garantita la sopravvivenza dell’unico militante al quale davvero tiene, il giovane Trota. Comunque vadano le cose Bossi avrà un ruolo, quello che hanno le marionette negli spettacoli dei ventriloqui. Muovono a comando la bocca ma le parole che ne escono non sono le loro. Come il corvo Rockfeller, Bossi continuerà ad agitarsi, a farfugliare minacce, a fare le corna, a cercare di vendere il prodotto Padania sulle pubbliche piazze del nord. A fare il suo spettacolino, insomma. Ma saranno altri a manovrarlo, a decidere, a trattare. A contare.
Sarà come il vecchio presidente nord coreano Kim Il Sung un fantoccio nelle mani dei nuovi capi bastone. Con la speranza che questi siano riconoscenti e concedano al suo erede lo stesso ruolo che fu del “caro leader” Kim Jong Il, scialba e triste figura chiamata ad interpretare un ruolo di prim’attore solo in virtù del suo essere figlio.
Che vincano i “maroniti” o il “cerchio magico” per Bossi nulla cambia. Ormai più “romano” degli odiati romani, più organico al potere di quanto lo siano mai stati i vecchi boss della Dc, il Senatur ha solo un obiettivo, non lasciare la scena. E per questo è disposto ad accettare qualsiasi compromesso. Francia o Spagna purché se magna, appunto.

 

Via Bellerio, Casal Di Principe

diario 12/1/2012

 

Quando ancora vivevo a Genova avevamo un modo di dire che non so se sopravviva anche adesso ma che forse sarebbe il caso di recuperare: “verde è il colore delle merde”. Dal momento che a quei tempi la Lega non esisteva non so quale ne fosse l’origine. Forse era preveggenza. Fatto sta che alla fine sono riuscito a dare un senso a quella cantilena infantile. Grazie all’Umberto e ai suoi accoliti che, per inciso, nella mia città non hanno mai avuto una gran fortuna politica.
L’ultima conferma di quanto fosse giusto quel lontano modo di dire l’ho avuto oggi pomeriggio con il voto dei deputati leghisti sull’arresto del loro collega Nicola Cosentino, peraltro prevedibile dopo la marcia indietro di ieri del gran capo Bossi e nonostante il tentativo di smarcamento di Maroni.
Non perché hanno salvato dalla galera un signore accusato dai magistrati napoletani di essere organico al clan camorrista dei casalesi. Tutto sommato questo è un dettaglio secondario. Ma perché per l’ennesima volta hanno dimostrato che per loro esiste solo l’interesse di bottega, della loro piccola bottega, nemmeno di quelle di coloro che pretenderebbero di rappresentare. Per l’Umberto, il Calderoli, i Paolini e le altre anime belle di quel che rimane della Lega celodurista l’importante non è che Cosentino sia o meno rinchiuso in una cella di Poggioreale. Di Cosentino, come di tutto quello che accade in questo paese (a nord come a sud del Po) a loro interessa poco o niente. Quello che conta per loro è mantenere a qualsiasi prezzo la guida del partito che significa controllare la cassa, i dane’. Tanti denari dei quali il tesoriere Francesco Belsito risponde solo a Bossi non a quei militanti che mettono mano al portafoglio per pagare l’affitto delle sezioni e non investono i propri risparmi in Tanzania.
“La Lega non è mai stata forcaiola” ha tentato di giustificarsi il Senatur. Mentendo e dicendo la verità allo stesso tempo. Perché sul giustizialismo ha costruito le proprie fortune ai tempi di Mani Pulite. Ma sul “garantismo” le ha consolidate in anni recenti, reggendo bordone a Silvio Berlusconi e votando senza un briciolo di vergogna tutte le leggi utili a cercare di salvare il non rimpianto ex presidente del Consiglio dalle grinfie delle “toghe rosse”.
Negli ultimi tempi molti hanno rilevato che di tutti i partiti presenti in Parlamento la Lega è ormai quello più “romano”, quello più politicamente corrotto e coinvolto nella gestione del sottogoverno. Pochi avrebbero immaginato però che via Bellerio si sarebbe trasferita da Milano in provincia di Caserta. Per l’esattezza a Casal Di Principe.
 

La casta non esiste

diario 27/12/2011

 

La mia non è una provocazione, è una convinzione. La Casta non esiste. E’ solo una fortunata semplificazione giornalistica di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. Fortunata ma pericolosa perché tende a far si che con una parola si intendano tutti quelli che fanno politica, come se fossero tutti uguali, tutti ladri o mascalzoni nessuno escluso. E invece non è così. Sono profondamente convinto che nonostante tutto, nonostante lo scadimento complessivo di una classe dirigente che si è spesso rivelata inadeguata, non tutti siano uguali.
Gli slogan ad effetto servono a vendere libri, a dispensare moralismo dagli schermi della tv, a far diventare icone del buon giornalismo e della buona politica personaggi beceri come Marco Travaglio, a costruire le fortune elettorali di finti moralizzatori alla Di Pietro, di populisti alla Bossi. Non aiutano però a capire. Semmai il contrario. Dire che sono tutti uguali in fondo contribuisce ad assolvere i mascalzoni veri. Il “così fan tutti” è il polverone dietro il quale si nascondono quelli che hanno qualcosa da nascondere.
Non mi piacciono le generalizzazioni anche perché ho fatto e faccio parte di una categoria che spesso ne è stata vittima. Troppe volte ho subito i luoghi comuni di chi diceva che i giornalisti in fondo non fanno un cazzo, guadagnano troppo, non pagano il cinema e lo stadio, hanno un sacco di privilegi. Pochi giorni fa su una fesseria del genere è scivolata anche il ministro Elsa Fornero che ci ha accusato di essere contigui al potere. Sarebbe vero se i giornalisti italiani fossero quei 50/60 dei quali si parla, quelli che appaiono nei salotti tv, che scrivono tre libri l’anno raccontando sempre le stesse cose e le stesse persone, che vanno in vacanza con la carta di credito aziendale o allestiscono sceneggiate ad uso e consumo del potente di turno. Se non ci fossero i tanti anonimi senza i quali i giornali non sarebbero in edicola, i precari sfruttati e sottopagati, i giovani colleghi che rischiano ogni giorno la pelle scrivendo di mafia, camorra, ‘ndrangheta per pochi soldi e con grande onestà.
Sono convinto che se domandassimo a chiunque, anche ai più informati, di elencare per nome cento politici, pochi saprebbero rispondere. Eppure tutti sembrano concordi nel condannarli in blocco. Non certo per colpa di Rizzo e Stella, naturalmente. Loro hanno solo raccontato dei fatti che riguardano singole persone e singole responsabilità. L’antipolitica non nasce da loro, ha radici lontane in questo paese. Rinverdite agli inizi degli anni Novanta, all’epoca di Mani pulite, da chi sul discredito altrui cercava la propria legittimazione: la destra fascista che “assediava” il Parlamento (chi ha buona memoria ricorderà in prima fila Francesco Storace e Maurizio Gasparri) e lanciava monetine ai deputati; la Lega di Umberto Bossi che tuonava contro la corruzione e si alleò con il cavalier Silvio Berlusconi; lo stesso Berlusconi che, dopo aver prosperato all’ombra del famigerato CAF (Craxi-Andreotti-Forlani) ebbe la spudoratezza di presentarsi come “l’antipolitico” contando sulla scarsa memoria degli italiani; Antonio Di Pietro, il magistrato tutto d’un pezzo che non ha esitato un momento nel buttare la toga alle ortiche per entrare a far parte di quella stessa “casta” che aveva inquisito e che può vantarsi di aver portato in Parlamento gentiluomini del calibro di De Gregorio, Razzi e Scilipoti.
Il codice penale ci insegna che la responsabilità è personale. Un principio che non dovrebbe mai essere dimenticato. Liberiamoci dai mascalzoni e dagli incapaci, d'accordo. Ma chiamandoli per nome, uno a uno. Continuando a giocare con le parole, per quanto evocative possano essere, il rischio è che nulla cambi e che fra qualche anno ci ritroveremo ancora a lamentarci delle stesse cose, delle stesse persone. Che saranno ancora lì.