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loscarafaggio

parate e paraculate

diario 30/5/2012

 

Anche quest’anno, dunque, avremo la ormai consueta parata militare del 2 giugno. A poco è servita la mobilitazione quasi spontanea e quasi ingenua del cosiddetto popolo della rete per chiederne la soppressione in segno di lutto e solidarietà con la popolazione emiliana vittima del terremoto. Il governo ha ritenuto di andare avanti pur accogliendo l’invito del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a celebrare la festa “in maniera più sobria” rispetto al passato.
Una scelta discutibile, anche se motivata dall’importanza della ricorrenza, che ha suscitato un gran polverone, per fortuna solo o quasi sulle pagine dei social network. A farne le spese soprattutto Napolitano. Senza entrare nel merito delle accuse o degli insulti, non è inutile sottolineare come da qualche tempo nel mirino dei tanti “indignati virtuali” ci sia proprio il presidente della Repubblica. Una campagna che si alimenta giorno dopo giorno ormai da mesi e che ha lo scopo di delegittimare l’unica istituzione che in questi anni ha retto di fronte alla resa della politica e al montare di un sentimento che da anti partitico sta diventando anti politico. In queste ore si è ampiamente superata la soglia dell’assurdo: addirittura si è citato come esempio di sensibilità istituzionale Arnaldo Forlani che nel 1976, dopo il terremoto in Friuli, annullò la sfilata militare del 2 giugno. Un gesto “nobile” sicuramente. Ma quello che ci si dimentica di aggiungere è chi è stato e cosa ha rappresentato, direttamente per responsabilità proprie e indirettamente quale uomo di punta di quella Democrazia Cristiana che ha lasciato al paese una pesante eredità in termini economici e morali, l’ex pluriministro e presidente del Consiglio.
Qualcuno si è spinto a dire che con i soldi risparmiati grazie all’annullamento della parata (più o meno tre milioni di euro) si sarebbe evitato l’aumento delle accise sulla benzina. Una fesseria grande come una casa sotto la quale però si moltiplicano i “mi piace”. In rete è tutta una gara a chi la spara più grossa e, soprattutto, a cogliere ancora una volta la palla al balzo per accusare senza distinzioni la classe politica. Varrebbe la pena di riflettere se dietro tutto questo non ci sia una regia. Se la mobilitazione sia davvero spontanea o lo sia “quasi”, indotta da chi pensa di poter trarre frutti e consensi da un ulteriore sputtanamento delle istituzioni. Può sembrare un esercizio dietrologico, ma il timore che sia qualcosa di più serio è fondato.
Quanto alla parata, probabilmente è inutile. Oggi come nel passato, quando però nessuno – se non qualche sparuto gruppo di pacifisti – ha mai alzato la mano per protestare. Il 2 giugno è un giorno importante nella storia di questo paese, è il giorno che segnò il passaggio da una monarchia gretta e compromessa con il fascismo alla Repubblica. Senza quel referendum non avremmo la Costituzione, una tra le migliori al mondo. E’ legittimo domandarsi se abbia un senso celebrare questa festa con una parata militare o se non sarebbe più logico farne un’occasione per parlare della nostra storia recente nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro. Per poi ritrovarsi tutti assieme nelle piazze a ballare. Come si conviene a una Festa.  

il rosso di Maranello

diario 23/5/2012

 

Non c’è due senza tre, dice il proverbio. E allora ecco spuntare all’orizzonte la Terza Repubblica. Il radioso futuro che dovrebbe consegnare il destino del paese e di tutti noi nelle mani dei “migliori”. Anzi: a “una nuova classe dirigente”, giovane e capace di progettualità al di là del vecchio e superato schema destra/sinistra. Progetto interessante se a sponsorizzarlo non fosse Luca Cordero di Montezemolo. Cioè un uomo che si è mosso con disinvoltura nella prima come nella seconda Repubblica assommando incarichi prestigiosi che lo hanno visto alla presidenza della Fieg, a quelle di Confindustria e Ferrari, della Fiat e della Luiss, della Fiera internazionale di Bologna e da ultimo della Ntv. Passando per i consigli di amministrazione di un numero impressionante di aziende e istituti bancari, tra cui Unicredit Banca d’Impresa.
In un paese normale un signore con un simile curriculum esiterebbe a lungo prima di proporsi come il nuovo che avanza. Ma siamo in Italia, là dove prima che a Montezemolo un simile giochetto è riuscito a tal Silvio Berlusconi una ventina di anni fa, quando “scese in campo” per salvare l’Italia dal comunismo e dai professionisti della politica, cioè da coloro grazie ai quali aveva potuto mettere in piedi dal nulla un impero immobiliare e televisivo.
Luca Cordero di Montezemolo non è Berlusconi: lui, come rivela anche il cognome, non è un parvenu. Ha modi eleganti e garbati, non si tinge i capelli, non usa scarpe con il rialzo e probabilmente non parteciperebbe, se invitato, alle serate eleganti di villa San Martino o di palazzo Grazioli. Ma la cultura di fondo è la stessa del self made man di Arcore. Ci sono piccoli dettagli, all’apparenza secondari, che lo rivelano: “dobbiamo rendere conto ai cittadini come a veri e propri azionisti dello Stato”, scrive Montezemolo nella lettera pubblicata oggi dal Corriere della Sera. Una frase che ricorda fin troppo la concezione “aziendale” della cosa pubblica del fondatore di Forza Italia, quel suo definire il governo il Consiglio di Amministrazione dello Stato. E non bastano, ad addolcire la pillola, parole ad effetto ma vuote quali “cantiere progettuale” o “agenda di crescita e sviluppo” o tardive rivendicazioni di presa di distanza dal “precedente governo quando era forte e (molto) vendicativo e quando la grande maggioranza delle classi dirigenti rinunciava al dovere di critica”. Né il tentativo di proporsi come argine e rimedio a “populismi demagogici e distruttivi” quando per lunghi anni si sono di fatto avallati governi che di questi due aggettivi erano la rappresentazione. E, tantomeno, rassicura il fatto che uno dei più convinti sostenitori del progetto di Italiafutura, l’associazione che fa capo al presidente della Ferrari, si chiami Pierferdinando Casini, non a caso anch’egli protagonista di lungo corso delle vicende italiane tanto fino al 1992 quanto negli anni successivi, quelli nefasti del tycoon brianzolo.

l'appuntamento

diario 5/5/2012

 

Adesso lo chiama appuntamento. Qualche anno fa, ai tempi della Dc e dei traballanti governi di centrosinistra perennemente in bilico avrebbe chiesto una verifica. Pierferdinando Casini, uno che nella prima Repubblica e nei suoi riti politici ha iniziato la carriera, si deve essere morso la lingua per non pronunciare una parola che era quasi sempre sinonimo di crisi alle porte e, spesso, di elezioni anticipate. Il leader dell’Udc (ma non più di quel Grande centro che è abortito sul nascere e al quale nessuno sembra ormai credere) in queste settimane si gioca molto del proprio futuro politico. Lui che sul governo Monti ha investito tutti i risparmi accumulati in anni di opposizione a Prodi prima e a Berlusconi poi è ben consapevole che questa potrebbe essere l’ultima chance per dare un futuro a una forza politica che non è mai decollata e che rischia nuovamente di essere oscurata dalla rinnovata conflittualità tra Pd e Pdl i quali, sentendo odore di elezioni e temendo di cedere troppi consensi, hanno ripreso a fare la voce grossa pur rinnovando quotidianamente le dichiarazioni di fedeltà a Monti e ai suoi tecnici.
Se Casini è nei guai, però, la colpa (o il merito, secondo i punti di vista) non è dei due maggiori partiti e dei loro timori. La responsabilità prima è proprio dei signori che siedono a palazzo Chigi i quali, chiamati a svolgere il lavoro sporco da una classe dirigente incapace di assumere responsabilità, hanno peccato di presunzione e si sono convinti di poter approfittare della debolezza della politica per far digerire al paese misure “greche”. Senza però avere il coraggio di andare fino in fondo e di incidere su settori quali la finanza, la ricchezza improduttiva, la lobby dei petrolieri ma anche quella dei tassisti che, in fondo, rappresentano il loro mondo di riferimento. I professori si sono mossi con la delicatezza di un panzer rifiutando di fatto il confronto con le parti sociali e con le stesse forze politiche che li sostengono in Parlamento convinti di essere “unti della Bce”, come se bastasse questo a tenere assieme i cocci di una nazione non nazione come l’Italia ormai contaminata da un berlusconesimo che si è diffuso come un virus ovunque, anche là dove sembrerebbe impossibile. Basta guardare la gestione “padronale” e personalistica di alcuni partiti di opposizione, dall’Idv di Antonio Di Pietro a Sel di Nichi Vendola fino al Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo per rendersi conto di quanti danni abbia fatto il “modello” imposto alla politica e alla società dal ventennio che ci separa dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi.
Pierferdinando Casini viene da una scuola politica seria, da un partito che ha gestito a lungo il potere in virtù delle sue molte anime che rappresentavano, nel bene e nel male, le anime del paese. Se vuole far fruttare il suo investimento più che a Bersani e a Berlusconi dovrebbe chiedere un appuntamento a Mario Monti. E’ a lui che dovrebbe spiegare come il consenso sociale sia fondamentale per governare un paese, tanto più in un momento di crisi come quello attuale. E, magari, dirgli che convocare i sindacati su un tema delicato come quello dei lavoratori esodati per metterli di fronte al fatto compiuto di un decreto del ministro del Lavoro, la signora Elsa Fornero, che affronta solo una minima parte del problema non è il modo migliore di governare.

Angeletti parla di Fornero ma pensa a Camusso

diario 9/4/2012

 

Luigi Angeletti, segretario generale della Uil, è una persona misurata. Un uomo pragmatico poco incline, almeno da quel che appare, allo scontro ma più portato alla mediazione. Da qualche giorno, però, i suoi toni, mai sopra le righe, sembrano cambiati: nel giro di una settimana o poco più ha lanciato un paio di stoccate nei confronti del ministro del Lavoro Elsa Fornero chiedendone, senza mezzi termini “il licenziamento per giusta causa”. Un attacco duro seguito da un altrettanto pungente intervento al programma radiofonico La Zanzara di Radio 24 durante il quale ha rincarato la dose: “Le persone che sento tutti i giorni, i cittadini, ne dicono di tutti i colori su di lei. Non è adatta a fare il ministro, fosse per me in quel posto ci sarebbe un'altra persona. Non conosce il mondo del lavoro, che è complesso. E' troppo rigida, cattedratica, meglio all'università". "Dalle pensioni in avanti ha complicato la vita a un sacco di gente, ha fatto pasticci. Sugli esodati noi glielo abbiamo detto prima della riforma e anche dopo, una, due, tre volte. E porca miseria, non è riuscita a capire".
Alla luce delle riforme delle quali il ministro Fornero si è assunta la paternità, ben pochi avrebbero qualcosa da obiettare alle parole di Angeletti. Ma il punto vero della questione sembra essere un altro. Il segretario della Uil avrebbe colto l’occasione per levarsi un macigno dalla scarpa, parlando a nuora perché suocera intenda.  E nella parte della suocera ci sarebbe la leader della Cgil Susanna Camusso che solo pochi giorni fa un altro dirigente della Uil, il segretario confederale Paolo Pirani indicava sulla sua pagina facebook come principale sponsor della nomina di Elsa Fornero a ministro. Una affermazione finora non smentita e che offre una chiave di lettura delle parole di Angeletti tutta interna al confronto-scontro tra organizzazioni sindacali. Al quale si deve, probabilmente, anche il “rimpianto” che lo stesso segretario della Uil ha mostrato per il governo Berlusconi: “noi sindacalisti andavamo a nozze con quel governo rispetto all’esecutivo tecnico. Trattare era molto più facile. Al governo Berlusconi abbiamo fatto rimangiare cose molto più leggere sul sistema previdenziale e dell’articolo 18”. Poiché è difficile credere che davvero rimpianga Berlusconi e la sua banda di dilettanti allo sbaraglio, viene naturale leggere in queste affermazioni di Angeletti una risposta postuma alle accuse di intelligence con il nemico piovute su di lui e sul leader della Cisl Raffaele Bonanni nel corso degli ultimi anni da parte della Cgil e di gran parte dei partiti della sinistra. Quello che conta, sembra voler dire, è il risultato non le prese di posizione di principio. D’accordo, forse non ha tutti i torti. Ma perché non dirsele prima queste cose e aspettare il momento più delicato per la resa dei conti?
 

senza rimpianto, professor Monti

diario 26/3/2012

 

Il potere logora chi ce l’ha. Poiché al professor Mario Monti piacciono le citazioni di Giulio Andreotti eccone una delle più celebri, anche se leggermente modificata per adattarla alla nuova versione di super Mario, passato nel breve volgere di pochi mesi dal ruolo di supertecnico al servizio del paese a politico a tutto tondo. Tanto da aver fatto propria la convinzione di chi l’ha preceduto, che il paese sia cosa sua. Silvio Berlusconi era convinto di esserselo comprato con quattro spicci, come un Lavitola qualunque, di poterlo gestire a proprio piacimento forte di una maggioranza militarizzata e prona. Mario Monti non si è preso neppure la briga di metterci qualche centesimo, non ne ha avuto bisogno: a lui l’Italia l’hanno regalata la Bce e una classe politica inetta e in gran parte incapace.
Riverito come salvatore della patria, accreditato di una iniziale fiducia incondizionata, ha messo in atto un’azione di governo senza precedenti, preoccupato non tanto di salvare il paese quanto di dimostrare a chi lo aveva indicato di essere all’altezza del compito. Che consisteva nel fare quel lavoro sporco che altri si erano rifiutati di fare: una riforma delle pensioni che penalizza i lavoratori; un ritocco verso l’alto della pressione fiscale di cui in questi giorni avremo finalmente chiara la portata; finte liberalizzazioni che hanno appena sfiorato le categorie privilegiate e hanno lasciato indenni la grande finanza e gli speculatori; il rinvio sistematico di decisioni fondamentali quale quella relativa alla legge anti corruzione; una riforma del lavoro che, con la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, mette definitivamente in chiaro da che parte sta questo governo.
Non accetteremo che la riforma sia snaturata ha detto non più tardi di questa mattina il ministro del lavoro Elsa Fornero. Appena prima che Mario Monti (da Seul, proprio come facevano i tanto deprecati politici che non vedevano l’ora di andare all’estero per parlare di questioni italiane) minacciasse le dimissioni del governo se il testo messo a punto dai professori sarà modificato. Un insulto a quel Parlamento che, in una Repubblica democratica, dovrebbe rappresentare la sovranità popolare. Cioè il “datore di lavoro” del governo, di qualsiasi governo. Tranne, secondo Monti, di quello da lui presieduto che in soli due mesi ha fatto ricorso continuo ai voti di fiducia, impendendo di fatto alle Camere di svolgere il proprio lavoro.
Volato in Oriente per convincere gli investitori di quelle parti che grazie a lui adesso l’Italia è finalmente un paese affidabile, Monti non si aspettava di essere costretto a presentarsi “dimezzato”, con alle spalle una maggioranza traballante e un sindacato pronto a mobilitare le piazze. Con la minaccia di chiamarsi fuori per “non tirare a campare” cerca di riprendere in mano una situazione che solo l’arroganza sua e di alcuni suoi colleghi di governo hanno creato. Ci creda, professore, la sua oggi è un’arma scarica. Grazie a lei abbiamo compreso che tutto sommato dei tecnici si può fare a meno. E dato che si trova nel lontano Oriente le ricordo quel che diceva Mao Tse tung: il potere politico nasce dalla canna dei fucili. Ma è la politica che deve guidare i militari. O i tecnici, che poi è la stessa cosa.
 
 

provaci ancora Elsa

diario 18/3/2012

 

In poche settimane è riuscita a sfatare il luogo comune secondo cui i piemontesi sarebbero falsi e cortesi. Due definizioni che non si applicano a Elsa Fornero, da quattro mesi ministro del Lavoro nel governo dei professori.
La professoressa Fornero non è per niente falsa, anche se qualcuno l’ha maliziosamente sospettato dopo le lacrime versate al suo primo incontro con la stampa, quando lei e il premier annunciarono il massacro delle pensioni e dei pensionati. Ma non era una sceneggiata. Fornero non è il tipo. Il suo pianto era frutto di stress e stanchezza, nulla più. Non è falsa, quindi ed è anche poco cortese nonostante i suoi modi siano educati come si addice a una persona della buona società sabauda abituata a frequentare i consessi e le università di mezzo mondo. Alcuni suoi comportamenti sono stati vere e proprie cadute di stile. Nella quale si riconosce la stizza dell’accademico abituato a spargere verità indiscusse e indiscutibili che si vede improvvisamente costretto a prendere atto che il mondo non è l’aula di una università o la sala di un convegno. Tanto per dire: non è certo frutto di un ragionamento razionale l’infelice uscita di qualche giorno fa sui precari, quando disse che sarebbe sbagliato dar loro una indennità perché finirebbero per poltrire davanti alla tv e riempire le pizzerie. Una sciocchezza simile non riuscirebbe a pensarla nemmeno Umberto Bossi parlando dei napoletani. E come giudicare l’ormai strafamosa “paccata” di miliardi che il governo sarebbe disposto a tirare fuori? Una persona accorta e sicuramente di maggiore esperienza come Mario Monti non si sarebbe mai lasciato sfuggire parole del genere. E voglio pensare (pronto ad ammettere di essermi sbagliato) che l’invito di ieri del premier a “cedere tutti qualcosa” fosse rivolto non solo e non tanto a Susanna Camusso e Emma Marcegaglia, quanto proprio a Elsa Fornero, che sembra essere l’unica delle tre mai sfiorata dal dubbio perché la sua è una missione, cambiare in poche settimane il paese. Se Monti l’ha pensato, però, non deve averglielo detto apertamente, tanto che proprio oggi Fornero è tornata alla carica cercando questa volta di forzare la mano ai partiti che sostengono il governo in Parlamento senza rendersi conto o più semplicemente fregandosene del fatto che in questo modo l’esecutivo rischia grosso. Forse l’avrà convinta il “forza Elsa” di Angelino Alfano. O forse non ha bisogno di alcun incoraggiamento. I missionari e i salvatori della patria sono sempre pronti al martirio. Tanto più quando non comporta eccessivi sacrifici.
Per chiudere una ultima osservazione: quasi all’inizio del suo mandato ministeriale, Fornero ha chiesto che il suo cognome non fosse preceduto dall’articolo determinativo declinato al femminile. Insomma, niente “la Fornero”, please. Una richiesta politicamente corretta, si è detto. Rivista con il senno del poi mi sembra che a dettarla altro non sia stato che il fastidio di chi non è abituato a sentir pronunciare il proprio nome senza che sia preceduto da un aggettivo che ne indica lo status sociale, la professoressa Fornero, il ministro Fornero. Noblesse oblige.
 

la foglia di fico

diario 6/12/2011

 

La manovra economica del governo Monti non mi piace. Non ne condivido la filosofia di fondo e il fatto che ancora una volta si è scelta la strada più facile, quella di andare a colpire quei ceti medi produttivi che costituiscono l’ossatura del paese e che negli ultimi anni hanno dovuto supplire, mettendo mano al portafoglio, alle carenze di uno stato che si è dimostrato non in grado di avviare politiche economiche degne di questo nome e di arginare una crisi che non è nata tre settimane fa o l’estate scorsa ma ha radici più lontane. Una crisi che il governo di Silvio Berlusconi ha pervicacemente negato per tre anni tacciando quanti ne parlavano come anti italiani, menagramo e altre idiozie del genere. Salvo poi ritrovarsi travolto, lui e il suo governicchio di prestigiatori da dopolavoro, da una realtà negata fino all’ossessione.
Non mi piace la manovra, dicevo, anche se credo che le cose non potessero andare diversamente. Per vari motivi. Primo fra tutti il fatto, evidente, che essendo il governo frutto di un compromesso tra forze politiche lontane tra loro anni luce Mario Monti non poteva certo (ammesso e non concesso che fosse nelle sue corde) fare diversamente. Doveva cercare di accontentare gli “azionisti di maggioranza” – Pd e Pdl – o quantomeno non scontentarli troppo. Lo ha fatto, forte di una emergenza reale e dell’appoggio non disinteressato delle istituzioni europee. Che poi siano loro a vedersela con i loro elettori. Monti non ha un partito, non credo cerchi riconferme, se ne frega altamente se tra diciotto mesi qualcuno pagherà un prezzo in termini elettorali per averlo sostenuto. Al più, la sua ambizione potrebbe essere quella di succedere al suo “padrino” politico ovvero Giorgio Napolitano. E, forse, non sarebbe nemmeno la peggiore delle ipotesi.
Oggi sa di ipocrisia il lamento di chi nei due maggiori partiti dice che si aspettava altro. Mario Monti è stato chiamato per fare il lavoro sporco. Il suo governo è la foglia di fico dietro la quale si nascondono coloro che non hanno avuto il coraggio o la forza di decidere quando ne hanno avuto l’opportunità. Il governo dei tecnici, gente che tra diciotto mesi tornerà nella stragrande maggioranza dei casi alla propria occupazione, a questo serve. Non è stata commissariata la politica. La politica ha scelto di farsi commissariare per comodità, per becero calcolo di comodo. In questo gioco delle parti l’unico coerente (e vincente) è Pierferdinando Casini che ha avuto il coraggio di scindere le proprie responsabilità da Berlusconi quando ancora il cavaliere sembrava invincibile e che oggi non finge uno scontento che non prova ma si schiera apertamente a sostegno di Monti.
Tra gli ipocriti, tanto per cambiare, un posto in prima fila lo merita anche la Conferenza episcopale italiana che oggi ci ha fatto sapere tramite monsignor Giancarlo Bregantini che la manovra “poteva essere più equa”. Vero, come negarlo? Certo sarebbe stato bello se per una volta la Chiesa avesse anche dato un segnale di reale partecipazione alle sorti del paese, magari rinunciando ai lauti finanziamenti alle scuole private cattoliche che già possono contare sulle rette degli studenti o alla esenzione dell’Ici per le strutture ecclesiastiche non destinate ad attività religiose. Sarebbe stato sufficiente dirlo che tanto si sa che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Ma non ci hanno neppure provato. Alla faccia dell’equità.
E, sempre parlando di ipocriti non sfugge neppure Antonio Di Pietro che per puro calcolo elettorale e sicuro del fatto che anche senza i voti dell’Idv il governo avrà la maggioranza per andare avanti, minaccia di sbattere la porta come un Bossi qualsiasi, leader di un partito condominiale che proclama la morte dell’Italia senza avere il coraggio (che un anno e mezzo passa presto e c’è il rischio che qualcuno a tempo debito gli rinfacci l’ennesimo voltafaccia) di rispolverare la secessione accontentandosi di una più blanda “indipendenza condivisa” della Padania. Cioè un bel nulla.
Piaccia o non piaccia la manovra facciamocene una ragione, questa è e questa sarà anche dopo il voto delle Camere, nonostante gli scioperi e le manifestazioni dei sindacati. Che, grazie alla sapiente regia del segretario della Cisl Bonanni per un triennio guardaspalle del governo Berlusconi e degli innovatori alla Marchionne, arrivano all’appuntamento indeboliti e divisi. L’unica speranza vera di discontinuità con il precedente governo che possiamo avere oggi è nei comportamenti, nel rapporto del governo con le altre istituzioni repubblicane, nel rispetto anche formale dei ruoli, delle leggi e della Costituzione, nel ristabilire regole di convivenza in un paese che Berlusconi e i suoi hanno portato al degrado totale.  

finché morte non li separi

diario 23/11/2011

 

non sarà certo una cena mancata a segnare il divorzio tra Bossi e Berlusconi, uniti da un vincolo indissolubile come solo un matrimonio d’interessi può creare. “Silvio mi ha invitato ad andare a casa sua stasera – ha raccontato lunedì pomeriggio il Senatur ai suoi riuniti a via Bellerio – ma io ho detto no”. Come un’amante che ogni tanto si rifiuta all’amato, respinge sdegnosa fiori e regali, ma alla fine torna a dire si.
Il gran rifiuto non è un abbandono definitivo, ma una temporanea presa di distanza. Una mossa tattica che dovrebbe consentire a Bossi di recuperare all’interno della Lega quel consenso che negli ultimi anni si era ormai appannato proprio a causa del legame con il Cavaliere di Arcore. Il quale a sua volta, grazie al rapporto privilegiato con la Lega, aveva visto prima l’Udc di Casini e poi la pattuglia finiana sfilarsi in attesa di tempi migliori.
Partito territoriale pur se con forte vocazione ministeriale, la Lega sa benissimo che da sola non andrà da nessuna parte. Neppure se da qui al 2013 riuscirà ad aumentare i propri consensi e a riportare a casa quelle migliaia di militanti che negli anni hanno manifestato una crescente insofferenza per il prezzo pagato all’alleanza con il Pdl. Senza Berlusconi Bossi è nulla più che il capo di una tribù chiusa nella riserva. E senza l’Umberto, l’ex presidente del Consiglio non ha nessuna chance di tornare a Palazzo Chigi o di mandarci una sua controfigura.
Un palazzo che ha lasciato malvolentieri non per senso di responsabilità come va dicendo ai quattro venti ma perché costretto dalla ormai evidente mancanza di una maggioranza parlamentare che lo sostenesse. “Non sono stato sfiduciato”, ripete ossessivamente, fingendo di dimenticare che se avesse chiesto la fiducia alla Camera il suo partito si sarebbe liquefatto come il sangue di san Gennaro con l’uscita in massa dei parlamentari di provenienza democristiana, da Scajola a Pisanu.
Le dimissioni gli hanno per ora consentito di salvare il partito dallo sfascio. E questo gli dà modo di atteggiarsi ad azionista di maggioranza del governo Monti. Ma sa benissimo che il suo è solo un bluff, che la fronda è sempre vigile e pronta a scaricarlo alla prima mossa avventata, alla prima minaccia di ritirare la fiducia ai tecnici. Ha bisogno di tempo, Berlusconi, per tentare un disperato e tardivo ricompattamento delle sue truppe. Così come ha bisogno di tempo Bossi per giocarsi la carta dell’orgoglio padano e mettere a tacere il dissenso di vertice e di base. Abile giocatore, il traballante leader della Lega ha già cominciato ad alzare i toni: i due schiaffi sul collo ricevuti negli ultimi due giorni con l’approvazione del decreto su Roma Capitale e le dichiarazioni di Napolitano sul diritto di cittadinanza per i figli di stranieri nati in Italia sono stati un tonico inaspettato.
La campagna di primavera, quando si terranno le elezioni amministrative, è già cominciata.
Si vedrà allora se Bossi e Berlusconi saranno riusciti nella loro missione impossibile. Se i risultati daranno loro ragione (e se, nel frattempo, Berlusconi non avrà subito condanne per reati infamanti tali da rendere obbligata una sua definitiva uscita di scena), avranno ancora un anno di tempo per chiudere i conti all’interno dei rispettivi partiti e riproporre un’alleanza elettorale nel 2013.   
 

il 27 barrato

diario 9/11/2011

 

Se ieri sera era un sospetto oggi è una certezza. Silvio Berlusconi ci ha provato. Il grande ingannatore, l’uomo delle promesse non mantenute, del milione di posti di lavoro, meno tasse per tutti, contratto con gli italiani e via mentendo non aveva nessuna intenzione di andarsene. Voleva solo prendere tempo nella speranza di riuscire a ricompattare i cocci della sua ex maggioranza parlamentare con l’innesto di qualche nuovo “responsabile” e ottenere, al voto sulla legge di stabilità, quella fiducia che non aveva ottenuto ieri alla Camera e che gli avrebbe consentito di rimanere a palazzo Chigi.
Una mossa dettata dalla disperazione e dalla convinzione di essere più abile, più furbo degli altri giocatori che si è rivelata una autorete clamorosa.
Se c’è un aggettivo che non si adatta ad accompagnare il nome di Giorgio Napolitano questo è “sprovveduto”. Il presidente della Repubblica, che qualche sospetto lo aveva avuto tanto da sottolineare nel comunicato del Quirinale di ieri l’impegno alle dimissioni assunto da Berlusconi, si è così sentito in dovere di tornare sulla questione con una dichiarazione inequivocabile che non lascia spazio a furbizie di sorta. Cogliendo lo spunto delle notizie provenienti dalla borsa e dal nuovo attacco della speculazione finanziaria ai titoli di Stato italiani, ha di fatto dettato i tempi della crisi costringendo il governo a presentare quel maxi emendamento fantasma che le camere aspettavano da tempo e il Parlamento ad approvare la legge di stabilità in tempi da record (“nel giro di alcuni giorni”). E ha ribadito che “non esiste alcuna incertezza sulla scelta del presidente del Consiglio on. Silvio Berlusconi di rassegnare le dimissioni del governo da lui presieduto” subito dopo l’approvazione della finanziaria.
Colpito e affondato. Ma a scanso di equivoci, Napolitano non si è accontentato nominando in serata senatore a vita Mario Monti, colui che in questi giorni viene indicato come l’uomo al quale sarà affidato il tentativo di formare un governo di “salvezza nazionale”.
Tentativo non facile, va detto, anche se proprio in queste ore (e forse anche per effetto della dichiarazione di Napolitano)  il fronte di quanti nel Pdl si oppongono all’idea di elezioni anticipate va allargandosi anche a dirigenti considerati fedelissimi del capo come Gianfranco Miccichè, Maurizio Lupi e, sembra, Gianni Letta. Ma la difficoltà vera, per Monti o chiunque altro avrà l’incarico da Napolitano, sarà quella di non fare conto su personaggi che certo non si fanno troppi scrupoli ad abbandonare la barca che affonda, quelli “sempre pronti a soccorrere il vincitore” come diceva Ennio Flajano. Che non si chiamano solo Razzi, Scilipoti o Sardelli: hanno facce più presentabili ma appetiti altrettanto fieri. E, come il loro tramontato leader, a cuore hanno soltanto se stessi. Un governo che nascesse grazie al loro apporto avrebbe la stessa debolezza di quello ormai defunto e non farebbe che accrescere il distacco dei cittadini dalla politica.
Comunque vadano le cose a questo punto un dato sembra certo. La disfatta berlusconiana è totale. E molto probabilmente se si dovesse andare al voto non sarebbe lui a gestire da palazzo Chigi la campagna elettorale. Se il presidente del Consiglio incaricato decidesse di presentarsi alle camere per la fiducia, anche se bocciato resterebbe in carica “per il disbrigo degli affari correnti” come recita la formula di rito. E, quindi, anche durante i comizi elettorali.
Ha voluto fare il furbo Silvio e ha finito per farsi ancora più male. “Vacce a prova’ sul 27 barato” era l’invito che veniva rivolto ai paraculi romani di un tempo. Che non voleva dire da qualche altra parte ma in un luogo inesistente, perché il 27 barrato era un non luogo, un autobus inventato ad hoc proprio per ospitare i troppo furbi. L’autobus sul quale forse presto vedremo salire Silvio Berlusconi.
 
 
La dichiarazione di oggi del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
“Di fronte alla pressione dei mercati finanziari sui titoli del debito pubblico italiano, che ha oggi toccato livelli allarmanti, nella mia qualità di Capo dello Stato tengo a chiarire quanto segue, al fine di fugare ogni equivoco o incomprensione:
1) non esiste alcuna incertezza sulla scelta del Presidente del Consiglio on. Silvio Berlusconi di rassegnare le dimissioni del governo da lui presieduto. Tale decisione diverrà operativa con l'approvazione in Parlamento della legge di stabilità per il 2012;
2) sulla base di accordi tra i Presidenti del Senato e della Camera e i gruppi parlamentari sia di maggioranza sia di opposizione, la legge sarà approvata nel giro di alcuni giorni;
3) si svolgeranno quindi immediatamente e con la massima rapidità le consultazioni da parte del Presidente della Repubblica per dare soluzione alla crisi di governo conseguente alle dimissioni dell'on. Berlusconi;
4) pertanto, entro breve tempo o si formerà un nuovo governo che possa con la fiducia del Parlamento prendere ogni ulteriore necessaria decisione o si scioglierà il Parlamento per dare subito inizio a una campagna elettorale da svolgere entro i tempi più ristretti.
Sono pertanto del tutto infondati i timori che possa determinarsi in Italia un prolungato periodo di inattività governativa e parlamentare, essendo comunque possibile in ogni momento adottare, se necessario, provvedimenti di urgenza”.

non se ne andrà

diario 8/11/2011

 

Il bluff è riuscito. Silvio Berlusconi ancora una volta è uscito dall’angolo e ha tirato fuori dal cilindro l’ennesimo coniglio. Capo di un governo senza maggioranza politica e parlamentare, sfiduciato dall’Europa, zimbello del mondo intero, ormai ritenuto un problema anche da gran parte dei suoi fedelissimi, il capo del governo si conferma uomo dalle grandi risorse. In un paese normale, dove il rispetto delle regole e delle istituzioni abbia un senso, dopo il voto che oggi ha sancito il fatto che il governo è minoranza alla Camera dei Deputati, un qualsiasi capo di governo non avrebbe perso tempo, avrebbe semplicemente rassegnato le dimissioni. Lui no. Lui le ha promesse. Fra una quindicina di giorni, forse un mese, dopo l’approvazione della legge di stabilità, come si chiama dall’anno scorso la Finanziaria. Lo ha fatto in maniera solenne, davanti a quel galantuomo che è il Capo dello Stato Giorgio Napolitano. Ma mentre prometteva incrociava le dita sapendo che, come sempre, stava mentendo.
Perché il nostro ha un’idea in testa. Un’idea semplice che si può riassumere in una parola: corruzione. In questi quindici giorni proverà con ogni mezzo, lecito o illecito, a recuperare i “traditori” di oggi e a comprarne qualcun altro nel fronte avverso. Gli è riuscito il 14 dicembre dell’anno scorso, potrebbe riuscirgli di nuovo. Se il piano avrà successo, quando la legge di stabilità arriverà alla Camera non dovrà fare altro che porre la fiducia. In caso la ottenesse che valore avrebbe l’accordo di oggi con Napolitano? Il presidente della Repubblica non potrebbe fare altro che prendere atto della novità. Certo non potrebbe forzare la mano e chiedere che Berlusconi mantenga la parola data oggi. Sarebbe né più né meno che un golpe.
Nei primi giorni di dicembre del 2010 abbiamo assistito a uno spettacolo indegno. Parlamentari che senza vergogna firmavano mozioni di sfiducia il giorno prima di votare a favore del governo, personaggi impresentabili diventare protagonisti della scena politica, arbitri della situazione. Gli stessi, peraltro, che anche oggi si preparano ad abbandonare la barca che sta affondando salvo ripensamenti dell’ultima ora nel caso la situazione cambiasse nuovamente. C’è da sperare che questo mese di novembre del 2011 non ci regali qualcosa di peggio. Le premesse ci sono e, a leggere bene, sono già contenute in quel foglietto che Berlusconi ha vergato nervosamente oggi durante il voto a Montecitorio. All’ultimo punto ecco il vero Berlusconi, l’uomo che non ammette le sconfitte: “una soluzione”, scrive dopo aver appuntato tutte le possibili vie d’uscita e aver bollato come “traditori” gli otto parlamentari del Pdl che pensava di aver convinto e che invece si sono astenuti. Eccola la soluzione. Da domani la caccia è aperta.