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loscarafaggio

creatori di mostri

diario 26/9/2012

 

Già segretaria dell’Ugl, un sindacato che probabilmente non deve neppure prendersi il disturbo di stampare le tessere non avendo alcuno che le reclama, Renata Polverini non esiste. O meglio: non esiste in natura. E’ una delle tante creature partorite dalla fervida immaginazione dei numerosi Frankenstein che popolano le redazioni dei giornali e delle tv. Anzi, soprattutto di queste ultime dal momento che da anni ormai i quotidiani hanno scelto di informare i propri (pochi) lettori su ciò che questi hanno avuto modo di vedere la sera prima direttamente sul piccolo schermo.
Renata Polverini (che forse si deciderà prima o poi a presentare davvero quelle dimissioni dalla presidenza della regione Lazio che sbandiera in ogni talk show e tg) è solo l’ultimo prodotto di laboratorio nato dalla rincorsa al titolo sparato in prima, al personaggio da lanciare (e da bruciare per far spazio a nuove star), alla spettacolarizzazione dell’informazione, anche se riesce sempre più difficile definire quest’ultima giornalismo.
Certo, la signora ci ha messo del suo: spigliata, verace, aggressiva al punto giusto, tosta (con le palle, ha detto qualcuno pensando a torto di farle un complimento), sempre disponibile a partecipare alla corrida dei vari Porta a Porta, Ballarò, Servizio Pubblico e chi se li ricorda aggiunga gli altri, abile nel far passare in secondo piano il fatto che la sua organizzazione sindacale (erede della vecchia Cisnal filo missina, a suo tempo sdoganata da quel Bettino Craxi al quale, immemori, i giovani leoni del Msi tirarono le monetine al Raphael) per pudore ha sempre rifiutato di fornire i dati relativi ai propri iscritti, involontariamente autodenunciando la propria inconsistenza. Proprio come quel Sindacato Padano fino a pochi mesi fa guidato da un’altra pasionaria, Rosi Mauro, anch’ella assurta agli onori della cronaca politica grazie all’attenzione dei media e poi scivolata su una banale storia di quattrini e su una meno banale guerra di potere all’interno della Lega. Che, guarda caso, ha visto perdente e umiliato un altro prodotto del “nuovo modo di fare informazione”, quell’Umberto Bossi del quale persino le pernacchie erano buone per costruirci su un bel titolo a nove colonne o l’apertura di un tg.
Ma la vittima più eccellente dei creatori di mostri è forse un’altra: l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi il quale, pur potendo ancora contare su un numero ragguardevole di “amici” (e mai virgolette furono più necessarie) e di ascari, dopo essere stato l’oggetto quasi esclusivo della quotidiana informazione per molti anni, apparendo nelle sue molteplici vesti di imprenditore, dirigente sportivo, politico, imputato, don giovanni e via parlandone, oggi fatica a conquistare poche righe sui giornali, che ormai tanto non le legge più nessuno, nemmeno Cicchitto. Resiste, anche se il declino è in agguato, Daniela Santanchè, più longeva di Vittorio Sgarbi e Alessandra Mussolini. Ma è questione di poco prima di finire nello stesso angolo buio e polveroso dove a suo tempo furono riposti Pietro Longo, Franco Nicolazzi, Enrico Ferri e le altre meteore passate senza lasciare traccia di sé, come Erminio Boso, l’Obelix leghista e il sanguigno ex sindaco di Taranto Giancarlo Cito. Giusto il tempo indispensabile a dare vita a una nuova creatura, che il Barnum dell’informazione non si ferma mai e persino Beppe Grillo è ormai usurato. Anche questa è la stampa, bellezza.

 

elezioni, c'è poco da stare allegri

diario 8/5/2012

 

Come il commissario Rock della brillantina Linetti, capita anche a Giorgio Napolitano di commettere qualche errore. Uomo di grande esperienza politica, al quale va il merito di aver impedito che il legame tra cittadini e istituzioni si logorasse definitivamente in questo ultimo quinquennio, il presidente della Repubblica non può non ricordare che, giusto una ventina di anni fa, un suo predecessore al Colle, Francesco Cossiga cercò di dare una scossa alla politica dell’epoca, in crisi come oggi. Il 5 aprile 1992 si erano svolte le elezioni per il rinnovo delle Camere e la Lega, che fino a pochi giorni prima poteva contare su un solo parlamentare (il Senatur Umberto Bossi) e una base elettorale che non arrivava ai duecentomila voti, era arrivata a sfiorare i quattro milioni di consensi. Un terremoto certo più devastante, per i partiti, di quanto non siano i risultati delle amministrative di ieri che peraltro hanno riguardato solo un quinto dell’elettorato. Cossiga decise di rimettere il mandato con un paio di mesi di anticipo sulla scadenza naturale, sperando che il suo gesto costringesse le forze politiche tradizionali a una seria riflessione sulle ragioni di quanto stava accadendo nel paese.
A Napolitano non avrebbe senso chiedere un gesto simile a quello di Cossiga. Ma certo gli si può suggerire di evitare di cavarsela, di fronte ai risultati delle urne e all’emergere di nuovi soggetti politici e soprattutto davanti alla conferma della disaffezione degli elettori rispetto a certe forme e rituali della politica (per non parlare degli scandali che hanno riguardato indistintamente forze di maggioranza e di opposizione) con una battuta. “Il solo boom che ricordo è quello degli anni Sessanta”, ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano un commento sui risultati delle liste del Movimento 5 Stelle. Un errore, anche perché consente al battutista genovese di replicare a modo suo.
Quanto al voto di ieri, è sinceramente difficile capire il perché dell’esultanza della sinistra. Gli unici elementi positivi sono la disfatta del Pdl e il tracollo soprattutto in Lombardia della Lega. Per il resto sarà anche vero che il Pd ha tenuto, ma ad un prezzo molto alto come è stato quello di doversi presentare in molti casi agli elettori con candidati improbabili imposti da primarie “taroccate” come è avvenuto a Palermo con il giovane Ferrandelli che ha battuto Rita Borsellino grazie all’appoggio di Raffaele Lombardo. O come a Genova dove è stato costretto (come già a Milano un anno fa) a digerire la scelta di un outsider come Marco Doria, un ex comunista senza tessera dalle caratteristiche simili a quelle di Pisapia. Né hanno motivo di gioire quanti interpretano il buon risultato e la probabile elezione di Leoluca Orlando a sindaco di Palermo come una rivincita della politica “buona”. Orlando, candidatosi contro la volontà del suo leader Antonio Di Pietro, tutto può essere definito tranne che “nuovo”: già sindaco democristiano del capoluogo siciliano, ottenne un secondo mandato come candidato della Rete, una invenzione politica del gesuita padre Pintacuda, suo mentore. Si parlò di “primavera palermitana”, anche se probabilmente a non essere d’accordo con questa definizione era Giovanni Falcone che da Orlando venne attaccato con l’accusa di nascondere nei cassetti le carte che accusavano politici siciliani e non (leggi Andreotti) di rapporti con la mafia.
Se qualcuno ha motivo di essere contento sono solo i giovani “grillini”, chiamati ora a confrontarsi con la dura realtà. Dovranno dimostrare di non essere l’ennesimo fuoco di paglia, la calamità dell’insofferenza dei cittadini e contribuire a governare le loro città. Qualcosa di più serio e complesso che non sparare insulti e slogan ad effetto da un palco, come ha fatto fino ad oggi il loro leader.
Da ultimo, tra gli scontenti figurano a buon diritto il presidente del Consiglio Mario Monti e quegli esponenti del governo tecnico che fino a ieri coltivavano ambizioni politiche. Il testo elettorale ha nettamente bocciato queste ultime e ha esposto il governo senza maggioranza propria al rischio di “tirare a campare” schiacciato tra la voglia del Pd di incidere maggiormente sulle scelte dell’esecutivo e la tentazione dei berluscones del Pdl di far pesare ancor più di quanto abbiano fatto finora i propri voti in parlamento. Sapendo che sarà la loro ultima occasione perché nel prossimo saranno minoranza. Anche se, come diceva il Trap, è sempre meglio “non dire gatto se non l’hai nel sacco”.

Beppe Grillo, niente di nuovo sotto il sole

diario 15/4/2012

 

“Abbasso tutti, siamo stufi di tutti, non ci rompete più le scatole!”. Con questo programma politico, nel 1946 Guglielmo Giannini riuscì a far eleggere, nel 1946, la bellezza di 30 deputati all’Assemblea Costituente, ottenendo il 5,3 per cento dei voti. Più o meno la percentuale che i sondaggi attribuiscono al movimento di Beppe Grillo. Il cui programma elettorale, pur se adeguato e involgarito dai tempi e dai mutamenti di costume, poco differisce da quello del fondatore del Fronte dell’Uomo qualunque. Anche lui proveniente dal mondo dello spettacolo, Giannini nell’immediato dopoguerra visse un momento di gloria in un paese fiaccato dalla guerra che assisteva al ritorno sulla scena politica dei partiti tradizionali ritenuti, anche a ragione, responsabili di aver consentito con le loro divisioni e la loro inerzia l’avvento del fascismo.
Gloria effimera, che durò pochi anni e che vide il giornalista-drammaturgo-regista napoletano oscillare da una parte all’altra nel disperato tentativo di sopravvivere politicamente. Dapprima tentando di allearsi con la Dc di De Gasperi, poi offrendosi al neonato Movimento sociale e infine cercando un accordo anche con il tanto detestato Pci di Palmiro Togliatti, definito solo poco tempo avanti un “verme, farabutto e falsario”. Un linguaggio, per inciso, molto simile a quello della Lega dei primi anni Novanta (basti pensare agli insulti nei confronti del futuro grande alleato Berlusconi dopo la rottura del 1994) e, di recente, a quello usato nei suoi comizi da Beppe Grillo, nuovo tribuno della plebe.
Che le prossime elezioni politiche potrebbero premiare con un risultato che sarebbe frutto solo della incapacità dei partiti di recuperare quella credibilità che hanno perso negli ultimi anni anche per merito di una lunga stagione che ha visto il trionfo del berlusconismo e la nascita, in molte delle forze politiche tradizionali, di metodi e prassi che nulla hanno a che invidiare a quel “modello” se così si può definire.
Raccontano le cronache di un Pierluigi Bersani preoccupato per la simpatia che il movimento del comico genovese raccoglierebbe tra la gente. E ci dicono di un segretario Pd con la mente a Grillo quando ha parlato a Tgcom24 di “apprendisti stregoni che sollevano un vento cattivo”. Così come palese è la preoccupazione espressa da Nichi Vendola secondo il quale si tratta di “un fenomeno inquietante”. Bersani e Vendola fanno bene a denunciare il populismo di un signore che avendo nulla da dire blatera su tutto senza tema di contraddirsi facendo dell’insulto, della facile battuta da avanspettacolo la propria bandiera. Ma, senza cadere nel moralismo, farebbero bene anche ad ascoltare la pancia dei rispettivi partiti e le voci di quanti li hanno votati dando loro fiducia. Che hanno il diritto di sapere se la prossima volta saranno nuovamente chiamati a portare in Parlamento persone che non li rappresentano come i Calearo o le Binetti, se dovranno votare per indagati come Lusi, Tedesco o Penati. I quali sono, fino a condanna, innocenti per la giustizia ma di sicuro poco hanno a che vedere con quel popolo della sinistra che ancora, e non è un caso, rimpiange la moralità di Enrico Berlinguer.
Quanto a Grillo che oggi nel suo blog scrive che “i partiti stanno svanendo nell’aria come i sogni del mattino”, forse dovrebbe sapere che una democrazia senza partiti si chiama in modo diverso, è null’altro che una dittatura.

Lega, pulizia è fatta. O anche no

diario 12/4/2012

 

Roberto Maroni ha vinto. L’ex ministro dell’Interno del governo Berlusconi, al quale Mario Monti aveva offerto di rimanere al Viminale unico politico in una formazione di tecnici, è il nuovo padrone della Lega. L’ultimo atto della conquista del potere prima della incoronazione ufficiale che avverrà a fine giugno, si è svolto questo pomeriggio a via Bellerio, in quella stessa sede che nel 1996 il non ancora ministeriale Maroni difese con il proprio corpo dagli agenti di polizia che su mandato del procuratore di Verona pretendevano di effettuare una perquisizione. Francesco Belsito, l’ex tesoriere indagato da sei procure italiane e Rosi Mauro, la terrona vicepresidente del Senato, sono stati espulsi dal movimento. Pulizia è finalmente fatta, proprio come aveva chiesto a gran voce Maroni dal palco di Bergamo un paio di giorni fa quando aveva costretto l’ex capo ormai alle corde a pronunciare un auto da fè e la pubblica condanna dei suoi figli.
La Lega torna ora alle origini, alla “purezza” sventolata nelle piazze e ai raduni di Pontida, alle ampolle, ai riti fondanti di una terra che non esiste né come entità geografica né tantomeno come entità politica. Gridata ad alta voce alle folle di militanti ma mai praticata se è vero che Maroni si è ben guardato nelle scorse settimane di invocare le dimissioni di Davide Boni, presidente del Consiglio regionale lombardo indagato per tangenti. E se è altrettanto vero che la stessa purezza non rivendicò neppure ai tempi di Mani Pulite qundo l’allora leader indiscusso venne condannato per una tangente assieme al tesoriere dell’epoca, il pirla Patelli senza che dall’interno del movimento si levasse una voce di riprovazione. E zitto zitto Maroni rimase anche negli anni successivi, quando un altro tesoriere della Lega, Maurizio Balocchi, pensò bene di fondare la Ceit srl per costruire un villaggio turistico in Istria: 180 appartamenti, albergo e campo da golf. Nell’operazione furono coinvolti 114 azionisti tra i quali figuravano diversi parlamentari del Carroccio, la moglie di Bossi Manuela Marrone e tal Stefano Stefani, colui che oggi dovrebbe far chiarezza sulle disinvolte operazioni di Belsito, grande amico di Balocchi. L’operazione immobiliare si conclude in un fallimento e con dieci avvisi di garanzia.
Né si è sentita alzarsi la voce di Maroni quando lo stesso Balocchi, con il benestare del capo, nel 2000, decide che è arrivato il momento per fondare una banca padana, Credieuronord. Il “sogno” rischia di costare i risparmi di una vita ad alcune centinaia di entusiasti in camicia verde che solo grazie all’intervento della Banca Popolare di Lodi presieduta da Giampiero Fiorani in seguito coinvolto (e condannato) nel crack Parmalat e nel tentativo di scalata alla Antonveneta.
Tutto questo avveniva prima del 2004. Bossi ancora non era stato colpito da ictus e Bobo, già in odor di eresia, preferiva mantenere un profilo basso, accettando che di lui si dicesse che rappresentava l’anima ministeriale e dialogante della Lega. L’improvvisa malattia del capo, la sua assenza dalla scena per molti mesi, il muro eretto dai pochi ammessi al capezzale scelti da Manuela Marrone in base al grado di fedeltà, l’ascesa di nuovi dirigenti venuti dal nulla e dalla famiglia, come il giovanissimo Renzo, sembrarono segnarne il declino, essere quasi la premessa per una definitiva estromissione dai vertici del Movimento. Ma Maroni non si è arreso. Se nel movimento era tenuto ai margini, nei governi di centrodestra ha ricoperto ruoli di primo piano: disponibile, sorridente anche se capace di una insospettata durezza, gran lavoratore, si è imposto come uno dei pochi leghisti presentabili, conquistando pian piano la simpatia della base anche grazie al lavoro sottotraccia di uomini a lui fedeli, come il sindaco di Verona Flavio Tosi e il milanese Matteo Salvini. Una realtà della quale Umberto Bossi probabilmente si è reso conto solo al raduno di Pontida dello scorso anno quando per la prima volta Bobo gli rubò la scena con una coreografia ben preparata e una piazza acclamante il suo nome. Fu una scommessa azzardata che rischiò di costare cara a Maroni: i bossiani mal digerirono lo spettacolo e spinsero l’acceleratore per affrettarne la cacciata. Non ci sono riusciti, complici un ex tesoriere, segretarie, autisti, figli scapestrati e parentele avide che hanno fornito al nostro l’arma per l’affondo finale. Che qualcuno chiama pulizia ma che in realtà è la resa dei conti tra due bande rivali, il massacro di San Valentino dei bossiani.
Oggi sotto il fuoco amico è caduta Rosi Mauro, la Grimilde, la Pasionaria, la Nera, la Strega, la Terrona. Ma la guerra continua. E i Barbari sognanti non faranno prigionieri. Si accontenteranno di tenere come ostaggio un uomo malato, finito e ricattato.

lo specchio della resa

diario 6/4/2012

 

Sono gli occhi che li fregano. Quello sguardo quasi assente, perso nel vuoto che hanno anche mentre pronunciano parole di guerra recitando stancamente la scontata litania di chi si dice pronto a combattere senza paura. Vanno guardati con attenzione gli occhi di Umberto Bossi per comprendere il dramma che sta vivendo in questi giorni. Sono quelli di un uomo che ha perso tutto, che si è visto crollare addosso il castello che aveva edificato in quasi un trentennio, da quando il 12 aprile 1984 aveva sottoscritto davanti a un notaio milanese l’atto costitutivo della Lega Lombarda, assieme alla futura moglie Manuela Marrone, Giuseppe Leoni e altri pochi amici fidati (tra i quali non c’era Roberto Maroni).
L’ho fatto per la Lega, ha dichiarato sapendo che non è così. Più o meno le stesse parole usate dal suo ex alleato Silvio Berlusconi quando a novembre fu costretto a lasciare la presidenza del Consiglio: “mi sono dimesso per senso di responsabilità nei confronti dell’Italia” le sue parole. Anche in quel caso smentito dallo smarrimento che si coglieva sul suo volto teso, negli occhi gonfi di chi sa che ormai tutto è perso e che non basterà un “gesto nobile” a ribaltare uno smacco.
Chi ha visto vent’anni fa Arnaldo Forlani deporre davanti ai magistrati di Mani Pulite ha imparato a riconoscere quell’espressione, a non farsi imbrogliare dalle parole. Gli occhi, si dice, sono lo specchio dell’anima. Nel caso di Bossi lo specchio di una sconfitta senza rivincita, resa ancora più amara perché maturata tra le mura di casa, nella cerchia degli amici più stretti e dei consiglieri più fidati. Dagli amici eccetera eccetera…
 

Lega e tangenti, una storia vecchia

diario 7/3/2012

 

Se il socialista Mario Chiesa, non rimpianto presidente del Pio Albergo Trivulzio, è passato alla storia per quel “mariuolo” affibbiatogli da Bettino Craxi dopo che si era fatto beccare dai finanzieri mentre incassava una tangente di sette milioni di lire il 17 febbraio 1992, primo arrestato di Tangentopoli, il leghista Alessandro Patelli verrà ricordato come “il pirla”. Il “Patellone”, come veniva chiamato dagli amici per la sua imponente stazza, non aspettò che fosse il suo leader a bollarlo con l’epiteto, fece tutto da solo: sono stato un pirla, confessò dopo essere stato condannato per aver incassato 200 milioni di lire della maxi tangente Enimont da Carlo Sama. Eppure l’uomo non sembrava proprio uno sprovveduto: leghista della prima ora, fedelissimo del capo, capo gruppo del partito nel Consiglio regionale lombardo, godeva della stima e dell’amicizia dell’Umberto tanto da essere nominato, lui che poteva vantare un diploma da idraulico, amministratore del partito. E proprio in questa veste incassò i soldi della tangente, senza trattenere per sé un centesimo. Una vicenda che, per inciso, costò una condanna a otto mesi anche a Umberto Bossi.
Se il buon giorno si vede dal mattino non stupisce che vent’anni dopo altri leghisti di primo piano vengano accusati dalla magistratura di essere al centro di un sistema di tangenti in Lombardia. Accuse tutte da dimostrare ma pesanti, non solo sotto il profilo giudiziario quanto dal punto di vista politico. Per un partito che ha costruito la propria fortuna sul malaffare altrui e sul mito della “diversità leghista” potrebbero avere un effetto devastante. Comprensibili, quindi, la levata di scudi e i tentativi di ridurre la vicenda a un complotto contro l’unico partito di opposizione che, dicono all’unisono Bossi, Maroni, Calderoli e tutto il loro clan, sarebbe oggetto di una guerra senza quartiere contro la Lega, una persecuzione dei magistrati. Che poi sono più o meno gli stessi che solo pochi mesi fa i supporter di Silvio Berlusconi additavano all’opinione pubblica come neo terroristi per aver osato indagare l’allora presidente del Consiglio.
Peccato che a smentire questa versione sia proprio il “pirla” che, con sottile perfidia, proprio oggi, commentando la vicenda Boni, ha accusato il suo ex partito (dal quale si è allontanato nel 1997) di essersi “romanizzato”: “allora – ha aggiunto ricordando la vicenda giudiziaria che lo ha coinvolto – i soldi si prendevano essenzialmente per finanziare attività del partito mentre oggi forse hanno prevalenza le tasche dei singoli”.
Sarà stato anche un fesso, il Patelli, ma almeno lui chiama le cose con il proprio nome.
 

sette in un colpo

diario 2/3/2012

 

Si, si può fare. Parola di Silvio Berlusconi che ieri, a Bruxelles, ha ipotizzato per la prossima legislatura un governo politico a guida Mario Monti con un esecutivo composto non più da professori ma direttamente da esponenti dei tre partiti (Pdl, Pd, Terzo Polo) che in questa fine di legislatura sostengono il governo in carica. Mossa inattesa che, nelle intenzioni di Berlusconi, dovrebbe servire a sparigliare le carte e a rafforzare la sua traballante leadership.
In sostanza, il nostro redivivo ha colto l’occasione per cercare di mettere il cappello sull’esecutivo Monti, presentandolo come una prosecuzione di quello precedente. Il professore sarebbe, secondo Berlusconi, niente altro che colui che starebbe realizzando quel programma che il leader del Pdl avrebbe voluto portare a termine ma che qualcuno (Bossi, ad esempio, o gli ex An) non gli avrebbe consentito di fare. Il tentativo, quindi, è quello di far credere agli italiani che in fondo Monti sarebbe un Berlusconi più educato. E che il consenso di cui godrebbe secondo i sondaggi il governo dei professori andrebbe trasferito pari pari su di lui, che ha avuto “l’eleganza”, come ha detto più volte, di farsi da parte “per senso di responsabilità”, tacendo sul fatto che se non l’avesse fatto l’Italia oggi starebbe peggio della Grecia e il suo partito non esisterebbe più.
Ma dietro le parole di Berlusconi non c’è solo questo. In quella frase di poche parole si nasconde ben altro. Come il tentativo di accrescere le difficoltà del Pd, il cui segretario Pierluigi Bersani si trova a dover fronteggiare la fronda dell’ala montiana del partito capeggiata da Walter Veltroni. Il no di Bersani alle avances berlusconiane è stato netto, ma si può stare sicuri che qualcuno nei prossimi giorni (magari a ridosso delle amministrative) si mostrerà più disponibile.
Nel frattempo, il si entusiasta di Pierferdinando Casini apre un nuovo solco tra Pd e Terzo Polo rendendo sempre più complicato un accordo anche solo elettorale tra le due formazioni politiche. E questo è un altro effetto dell’apertura di ieri.
E non basta ancora. Le parole di Berlusconi rappresentano un segnale chiaro in almeno altre due direzioni: agli ex alleati della Lega e ai duri e puri del Pdl, quei pasdaran che hanno mal digerito la rinuncia obbligata al governo e che premono per una rivincita in tempi brevi. Ai primi Berlusconi ha sostanzialmente fatto capire che hanno tempo un anno per tornare a più miti consigli se non vogliono correre il rischio di correre da soli alle elezioni politiche del 2013 con la prospettiva di vedere molto ridimensionata la propria presenza in Parlamento. Minaccia che in altri tempi avrebbe lasciato indifferenti gli uomini di via Bellerio ma che oggi arriva a un gruppo dirigente che ha mostrato di essere molto sensibile alle lusinghe del potere e al fascino dei consigli di amministrazione. Ai secondi ha fatto arrivare chiaro e forte il messaggio di stare calmi e di non tirare troppo la corda perché alla fine chi comanda è sempre lui. Quindi, niente scherzi in Parlamento e niente più fronde. Diversamente arriverà anche per loro, al momento della compilazione delle liste elettorali, la resa dei conti.
Per Berlusconi presentarsi con il nuovo vestito istituzionale, poi, può significare anche altro. Del tipo, io garantisco la governabilità di questo paese, voi datemi una mano ad uscire dai casini in cui mi trovo, cioè quei processi che la magistratura milanese ostinatamente porta avanti. D’altra parte, dopo la prescrizione al processo Mills, era stato uno dei suoi fedelissimi, Fabrizio Cicchitto, a lasciare intendere senza equivoci che la sentenza aveva salvato il governo Monti. Se vorrà salvarsi anche in futuro, il professore dovrà fare in modo che il suo predecessore conservi la fedina penale pulita. Se non è la richiesta di una ennesima legge ad personam è quanto di più simile si riesca ad immaginare.
L’uscita dalle vicende giudiziaria potrebbe anche consentire a Berlusconi di puntare al bersaglio grosso. Il prossimo Parlamento avrà tra i primi impegni quello di eleggere il nuovo inquilino del Quirinale. Rilanciando oggi l’operazione Monti e quella responsabilità condivisa che è stata il cavallo di battaglia di Giorgio Napolitano fin dall’inizio del suo settennato, Berlusconi rivendica a sé l’eredità politica del capo dello Stato proponendosi come il suo naturale successore. Un sogno che al momento sembra destinato a rimanere tale, anche se le risorse dell’uomo non vanno sottovalutate.
Quando ero bambino mi piaceva una favola che si intitolava “Sette in un colpo”. Guarda caso sette, proprio come gli obiettivi di Berlusconi. Era la storia di un villano il cui unico atto di eroismo era stato schiacciare sette mosche in una volta sola. Ne era così orgoglioso che aveva chiesto alla madre di ricamare su una bandierina la frase “sette in un colpo”. Se la portava in giro con l’orgoglio di un guerriero. Tanto che un re, ancor più ingenuo di lui, si convinse di avere davanti un uomo coraggioso come pochi e lo volle come genero. C’è da sperare che il finale questa volta sia diverso e che al nostro restino in mano solo sette mosche. E nulla più.
 

facce da forca

diario 8/2/2012

 

Che Antonio Di Pietro sia contro il provvedimento svuota carceri non mi stupisce. Da uno che quando era magistrato ha usato la carcerazione preventiva come strumento di pressione per costringere gli arrestati a confessare, tanto da far pronunciare all’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro la famosa frase sul tintinnar di manette sventolate in faccia all’imputato, era logico aspettarselo.
Così come, tutto sommato, è nell’ordine naturale delle cose che i più feroci oppositori di un provvedimento all’acqua di rose come quello del ministro Paola Severino che dovrebbe portare all’uscita anticipata dal carcere di poche migliaia di condannati ai quali restano da scontare diciotto mesi di pena da trascorrere ai domiciliari siano i leghisti. Quei signori che hanno costruito la propria fortuna politica grazie ad Antonio Di Pietro e a Tangentopoli, gli stessi che una ventina di anni fa, proprio in questo periodo dell’anno, stazionavano davanti al Tribunale di Milano inneggiando alla galera. Gli stessi, vale la pena ricordarlo, che batterono le mani al deputato lumbard Luca Leoni Orsenigo quando il 16 marzo 1993 si presentò nell’aula di Montecitorio ostentando un cappio.
Certo, in quegli anni Di Pietro e i leghisti erano in buona compagnia, accanto ai missini Gasparri, Buontempo, Pasetto e Nania che il primo aprile dello stesso anno circondarono la Camera al grido “arrendetevi, siete circondati”. Lo stesso Gasparri che – come ricorda il sito storaciano Destra di Popolo – affermava “per me Di Pietro è un mito”. Più o meno quello che pensava e affermava il direttore del berlusconiano Tg4 Emilio Fede, il più attento ed entusiasta resocontista delle retate milanesi delle quali dava conto grazie al povero Paolo Brosio costretto a rimanere per mesi davanti a palazzo di Giustizia. Nessuno di loro al tempo si sarebbe lontanamente sognato di accusare quei giudici di essere eversori e para brigatisti.
Ma si sa, le cose cambiano. In fretta e tanto, secondo la convenienza. Così, mentre a Di Pietro va almeno riconosciuta una certa tragica coerenza, per Bossi e compagni lo stesso non si può dire visto che per tre lustri abbondanti hanno approvato tutte le peggiori leggi ad personam ad uso e consumo dell’amico Silvio Berlusconi e in tempi recenti con il loro voto hanno salvato dalla cella l’ex sottosegretario Nicola Cosentino, il politico campano che secondo la Procura napoletana sarebbe il referente politico del clan camorristico dei Casalesi.

Via Bellerio, Casal Di Principe

diario 12/1/2012

 

Quando ancora vivevo a Genova avevamo un modo di dire che non so se sopravviva anche adesso ma che forse sarebbe il caso di recuperare: “verde è il colore delle merde”. Dal momento che a quei tempi la Lega non esisteva non so quale ne fosse l’origine. Forse era preveggenza. Fatto sta che alla fine sono riuscito a dare un senso a quella cantilena infantile. Grazie all’Umberto e ai suoi accoliti che, per inciso, nella mia città non hanno mai avuto una gran fortuna politica.
L’ultima conferma di quanto fosse giusto quel lontano modo di dire l’ho avuto oggi pomeriggio con il voto dei deputati leghisti sull’arresto del loro collega Nicola Cosentino, peraltro prevedibile dopo la marcia indietro di ieri del gran capo Bossi e nonostante il tentativo di smarcamento di Maroni.
Non perché hanno salvato dalla galera un signore accusato dai magistrati napoletani di essere organico al clan camorrista dei casalesi. Tutto sommato questo è un dettaglio secondario. Ma perché per l’ennesima volta hanno dimostrato che per loro esiste solo l’interesse di bottega, della loro piccola bottega, nemmeno di quelle di coloro che pretenderebbero di rappresentare. Per l’Umberto, il Calderoli, i Paolini e le altre anime belle di quel che rimane della Lega celodurista l’importante non è che Cosentino sia o meno rinchiuso in una cella di Poggioreale. Di Cosentino, come di tutto quello che accade in questo paese (a nord come a sud del Po) a loro interessa poco o niente. Quello che conta per loro è mantenere a qualsiasi prezzo la guida del partito che significa controllare la cassa, i dane’. Tanti denari dei quali il tesoriere Francesco Belsito risponde solo a Bossi non a quei militanti che mettono mano al portafoglio per pagare l’affitto delle sezioni e non investono i propri risparmi in Tanzania.
“La Lega non è mai stata forcaiola” ha tentato di giustificarsi il Senatur. Mentendo e dicendo la verità allo stesso tempo. Perché sul giustizialismo ha costruito le proprie fortune ai tempi di Mani Pulite. Ma sul “garantismo” le ha consolidate in anni recenti, reggendo bordone a Silvio Berlusconi e votando senza un briciolo di vergogna tutte le leggi utili a cercare di salvare il non rimpianto ex presidente del Consiglio dalle grinfie delle “toghe rosse”.
Negli ultimi tempi molti hanno rilevato che di tutti i partiti presenti in Parlamento la Lega è ormai quello più “romano”, quello più politicamente corrotto e coinvolto nella gestione del sottogoverno. Pochi avrebbero immaginato però che via Bellerio si sarebbe trasferita da Milano in provincia di Caserta. Per l’esattezza a Casal Di Principe.
 

razzismo? no, diabete. E Casa Pound si auto assolve

diario 15/12/2011

 

“Un uomo solo, circondato unicamente di tantissimi libri più che di materiale di propaganda politica, senza computer, senza telefono, gravemente depresso e affetto da una forma di diabete che lo costringeva a continue iniezioni di insulina. Insomma, è sempre più chiaro che la politica c'entra poco e nulla, in questa storia, mentre con essa hanno a che fare il disagio, la solitudine e la follia”. E così è già cominciata l’autoassoluzione. Gianluca Casseri, il nazista che ieri ha ucciso a Firenze due ragazzi colpevoli solo di essere senegalesi era nient’altro che un “povero pazzo” secondo il responsabile fiorentino di Casa Pound Saverio Di Giulio. Non una ideologia malata e perversa, non il razzismo sono la causa della morte di Samb Modou e Diop Mor, ma il diabete, la solitudine, persino la mancanza del telefono.
Pratica chiusa, quindi, inutile continuare con le speculazioni, con le inutili lamentazioni di chi sostiene che il razzismo, la violenza contro il diverso, l’antisemitismo, il sessimo sono figli legittimi di una non cultura ben radicata in una larga parte della destra italiana, tollerata, a volte usata, troppo spesso ridotta a fenomeno di folklore come la Lega, sempre sottovalutata nella sua pericolosità.
Il nuovo ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri al contrario del suo predecessore Roberto Maroni non è chiamata a rendere conto a un elettorato che invoca la secessione, non risponde a un gruppo dirigente di partito che non si sente minimamente ridicolo quando minaccia la chiamata alle armi del “popolo padano” contro l’oppressore romano. E’ un funzionario dello Stato chiamato a far rispettare le leggi dello Stato. Che ci sono e sono inequivocabili. Anche in questo il nuovo governo è chiamato a dare una manifestazione di serietà e di discontinuità con quanti nel recente passato hanno finto di non vedere, hanno coperto in cambio di qualche voto una situazione di violenza e di illegalità intollerabile.
 
Ps. Sul web qualche decina di delinquenti ha inneggiato al “camerata Casseri, uno di noi”. Vigliacchi come lui evidentemente, che si sentono eroi solo con una pistola in mano davanti a ragazzi disarmati. Unicuique suum.