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Lega, pulizia è fatta. O anche no

diario 12/4/2012

 

Roberto Maroni ha vinto. L’ex ministro dell’Interno del governo Berlusconi, al quale Mario Monti aveva offerto di rimanere al Viminale unico politico in una formazione di tecnici, è il nuovo padrone della Lega. L’ultimo atto della conquista del potere prima della incoronazione ufficiale che avverrà a fine giugno, si è svolto questo pomeriggio a via Bellerio, in quella stessa sede che nel 1996 il non ancora ministeriale Maroni difese con il proprio corpo dagli agenti di polizia che su mandato del procuratore di Verona pretendevano di effettuare una perquisizione. Francesco Belsito, l’ex tesoriere indagato da sei procure italiane e Rosi Mauro, la terrona vicepresidente del Senato, sono stati espulsi dal movimento. Pulizia è finalmente fatta, proprio come aveva chiesto a gran voce Maroni dal palco di Bergamo un paio di giorni fa quando aveva costretto l’ex capo ormai alle corde a pronunciare un auto da fè e la pubblica condanna dei suoi figli.
La Lega torna ora alle origini, alla “purezza” sventolata nelle piazze e ai raduni di Pontida, alle ampolle, ai riti fondanti di una terra che non esiste né come entità geografica né tantomeno come entità politica. Gridata ad alta voce alle folle di militanti ma mai praticata se è vero che Maroni si è ben guardato nelle scorse settimane di invocare le dimissioni di Davide Boni, presidente del Consiglio regionale lombardo indagato per tangenti. E se è altrettanto vero che la stessa purezza non rivendicò neppure ai tempi di Mani Pulite qundo l’allora leader indiscusso venne condannato per una tangente assieme al tesoriere dell’epoca, il pirla Patelli senza che dall’interno del movimento si levasse una voce di riprovazione. E zitto zitto Maroni rimase anche negli anni successivi, quando un altro tesoriere della Lega, Maurizio Balocchi, pensò bene di fondare la Ceit srl per costruire un villaggio turistico in Istria: 180 appartamenti, albergo e campo da golf. Nell’operazione furono coinvolti 114 azionisti tra i quali figuravano diversi parlamentari del Carroccio, la moglie di Bossi Manuela Marrone e tal Stefano Stefani, colui che oggi dovrebbe far chiarezza sulle disinvolte operazioni di Belsito, grande amico di Balocchi. L’operazione immobiliare si conclude in un fallimento e con dieci avvisi di garanzia.
Né si è sentita alzarsi la voce di Maroni quando lo stesso Balocchi, con il benestare del capo, nel 2000, decide che è arrivato il momento per fondare una banca padana, Credieuronord. Il “sogno” rischia di costare i risparmi di una vita ad alcune centinaia di entusiasti in camicia verde che solo grazie all’intervento della Banca Popolare di Lodi presieduta da Giampiero Fiorani in seguito coinvolto (e condannato) nel crack Parmalat e nel tentativo di scalata alla Antonveneta.
Tutto questo avveniva prima del 2004. Bossi ancora non era stato colpito da ictus e Bobo, già in odor di eresia, preferiva mantenere un profilo basso, accettando che di lui si dicesse che rappresentava l’anima ministeriale e dialogante della Lega. L’improvvisa malattia del capo, la sua assenza dalla scena per molti mesi, il muro eretto dai pochi ammessi al capezzale scelti da Manuela Marrone in base al grado di fedeltà, l’ascesa di nuovi dirigenti venuti dal nulla e dalla famiglia, come il giovanissimo Renzo, sembrarono segnarne il declino, essere quasi la premessa per una definitiva estromissione dai vertici del Movimento. Ma Maroni non si è arreso. Se nel movimento era tenuto ai margini, nei governi di centrodestra ha ricoperto ruoli di primo piano: disponibile, sorridente anche se capace di una insospettata durezza, gran lavoratore, si è imposto come uno dei pochi leghisti presentabili, conquistando pian piano la simpatia della base anche grazie al lavoro sottotraccia di uomini a lui fedeli, come il sindaco di Verona Flavio Tosi e il milanese Matteo Salvini. Una realtà della quale Umberto Bossi probabilmente si è reso conto solo al raduno di Pontida dello scorso anno quando per la prima volta Bobo gli rubò la scena con una coreografia ben preparata e una piazza acclamante il suo nome. Fu una scommessa azzardata che rischiò di costare cara a Maroni: i bossiani mal digerirono lo spettacolo e spinsero l’acceleratore per affrettarne la cacciata. Non ci sono riusciti, complici un ex tesoriere, segretarie, autisti, figli scapestrati e parentele avide che hanno fornito al nostro l’arma per l’affondo finale. Che qualcuno chiama pulizia ma che in realtà è la resa dei conti tra due bande rivali, il massacro di San Valentino dei bossiani.
Oggi sotto il fuoco amico è caduta Rosi Mauro, la Grimilde, la Pasionaria, la Nera, la Strega, la Terrona. Ma la guerra continua. E i Barbari sognanti non faranno prigionieri. Si accontenteranno di tenere come ostaggio un uomo malato, finito e ricattato.

lo specchio della resa

diario 6/4/2012

 

Sono gli occhi che li fregano. Quello sguardo quasi assente, perso nel vuoto che hanno anche mentre pronunciano parole di guerra recitando stancamente la scontata litania di chi si dice pronto a combattere senza paura. Vanno guardati con attenzione gli occhi di Umberto Bossi per comprendere il dramma che sta vivendo in questi giorni. Sono quelli di un uomo che ha perso tutto, che si è visto crollare addosso il castello che aveva edificato in quasi un trentennio, da quando il 12 aprile 1984 aveva sottoscritto davanti a un notaio milanese l’atto costitutivo della Lega Lombarda, assieme alla futura moglie Manuela Marrone, Giuseppe Leoni e altri pochi amici fidati (tra i quali non c’era Roberto Maroni).
L’ho fatto per la Lega, ha dichiarato sapendo che non è così. Più o meno le stesse parole usate dal suo ex alleato Silvio Berlusconi quando a novembre fu costretto a lasciare la presidenza del Consiglio: “mi sono dimesso per senso di responsabilità nei confronti dell’Italia” le sue parole. Anche in quel caso smentito dallo smarrimento che si coglieva sul suo volto teso, negli occhi gonfi di chi sa che ormai tutto è perso e che non basterà un “gesto nobile” a ribaltare uno smacco.
Chi ha visto vent’anni fa Arnaldo Forlani deporre davanti ai magistrati di Mani Pulite ha imparato a riconoscere quell’espressione, a non farsi imbrogliare dalle parole. Gli occhi, si dice, sono lo specchio dell’anima. Nel caso di Bossi lo specchio di una sconfitta senza rivincita, resa ancora più amara perché maturata tra le mura di casa, nella cerchia degli amici più stretti e dei consiglieri più fidati. Dagli amici eccetera eccetera…
 

Lega e tangenti, una storia vecchia

diario 7/3/2012

 

Se il socialista Mario Chiesa, non rimpianto presidente del Pio Albergo Trivulzio, è passato alla storia per quel “mariuolo” affibbiatogli da Bettino Craxi dopo che si era fatto beccare dai finanzieri mentre incassava una tangente di sette milioni di lire il 17 febbraio 1992, primo arrestato di Tangentopoli, il leghista Alessandro Patelli verrà ricordato come “il pirla”. Il “Patellone”, come veniva chiamato dagli amici per la sua imponente stazza, non aspettò che fosse il suo leader a bollarlo con l’epiteto, fece tutto da solo: sono stato un pirla, confessò dopo essere stato condannato per aver incassato 200 milioni di lire della maxi tangente Enimont da Carlo Sama. Eppure l’uomo non sembrava proprio uno sprovveduto: leghista della prima ora, fedelissimo del capo, capo gruppo del partito nel Consiglio regionale lombardo, godeva della stima e dell’amicizia dell’Umberto tanto da essere nominato, lui che poteva vantare un diploma da idraulico, amministratore del partito. E proprio in questa veste incassò i soldi della tangente, senza trattenere per sé un centesimo. Una vicenda che, per inciso, costò una condanna a otto mesi anche a Umberto Bossi.
Se il buon giorno si vede dal mattino non stupisce che vent’anni dopo altri leghisti di primo piano vengano accusati dalla magistratura di essere al centro di un sistema di tangenti in Lombardia. Accuse tutte da dimostrare ma pesanti, non solo sotto il profilo giudiziario quanto dal punto di vista politico. Per un partito che ha costruito la propria fortuna sul malaffare altrui e sul mito della “diversità leghista” potrebbero avere un effetto devastante. Comprensibili, quindi, la levata di scudi e i tentativi di ridurre la vicenda a un complotto contro l’unico partito di opposizione che, dicono all’unisono Bossi, Maroni, Calderoli e tutto il loro clan, sarebbe oggetto di una guerra senza quartiere contro la Lega, una persecuzione dei magistrati. Che poi sono più o meno gli stessi che solo pochi mesi fa i supporter di Silvio Berlusconi additavano all’opinione pubblica come neo terroristi per aver osato indagare l’allora presidente del Consiglio.
Peccato che a smentire questa versione sia proprio il “pirla” che, con sottile perfidia, proprio oggi, commentando la vicenda Boni, ha accusato il suo ex partito (dal quale si è allontanato nel 1997) di essersi “romanizzato”: “allora – ha aggiunto ricordando la vicenda giudiziaria che lo ha coinvolto – i soldi si prendevano essenzialmente per finanziare attività del partito mentre oggi forse hanno prevalenza le tasche dei singoli”.
Sarà stato anche un fesso, il Patelli, ma almeno lui chiama le cose con il proprio nome.
 

Francia o Spagna purché se magna

diario 22/1/2012

 

Bobo Maroni è un uomo paziente. Seduto in riva al fiume ha atteso anni prima di consumare la sua vendetta contro chi anni fa lo mise ai margini del movimento che aveva contribuito a far nascere alla fine degli anni 70 quando dal marxismo si convertì all’autonomismo padano. Tra i pochissimi esponenti della Lega ad aver militato nelle file della sinistra (prima in un gruppo marxista leninista e poi in Democrazia Proletaria), Bobo è oggi il vero leader del movimento. Lo sa anche Umberto Bossi che avrà tanti difetti ma non è uno stupido. Lo sa anche se tarda a rassegnarsi sperando che i congressi ridiano fiato ai suoi fedelissimi, a quei componenti del cosiddetto “cerchio magico” usciti con le ossa rotte dal primo visibile tentativo di mettere all’angolo Maroni. Il quale preferisce, al momento, godersi la vittoria (sancita dai fischi della piazza verso chi oggi non lo ha fatto parlare dal palco della manifestazione milanese contro il governo) e mantenere l’understatement, in attesa della conta finale.
Che non vedrà l’uscita di scena del Senatur, pronto a soccorrere il vincitore e a sacrificare i suoi uomini pur di vedere garantita la sopravvivenza dell’unico militante al quale davvero tiene, il giovane Trota. Comunque vadano le cose Bossi avrà un ruolo, quello che hanno le marionette negli spettacoli dei ventriloqui. Muovono a comando la bocca ma le parole che ne escono non sono le loro. Come il corvo Rockfeller, Bossi continuerà ad agitarsi, a farfugliare minacce, a fare le corna, a cercare di vendere il prodotto Padania sulle pubbliche piazze del nord. A fare il suo spettacolino, insomma. Ma saranno altri a manovrarlo, a decidere, a trattare. A contare.
Sarà come il vecchio presidente nord coreano Kim Il Sung un fantoccio nelle mani dei nuovi capi bastone. Con la speranza che questi siano riconoscenti e concedano al suo erede lo stesso ruolo che fu del “caro leader” Kim Jong Il, scialba e triste figura chiamata ad interpretare un ruolo di prim’attore solo in virtù del suo essere figlio.
Che vincano i “maroniti” o il “cerchio magico” per Bossi nulla cambia. Ormai più “romano” degli odiati romani, più organico al potere di quanto lo siano mai stati i vecchi boss della Dc, il Senatur ha solo un obiettivo, non lasciare la scena. E per questo è disposto ad accettare qualsiasi compromesso. Francia o Spagna purché se magna, appunto.

 

Via Bellerio, Casal Di Principe

diario 12/1/2012

 

Quando ancora vivevo a Genova avevamo un modo di dire che non so se sopravviva anche adesso ma che forse sarebbe il caso di recuperare: “verde è il colore delle merde”. Dal momento che a quei tempi la Lega non esisteva non so quale ne fosse l’origine. Forse era preveggenza. Fatto sta che alla fine sono riuscito a dare un senso a quella cantilena infantile. Grazie all’Umberto e ai suoi accoliti che, per inciso, nella mia città non hanno mai avuto una gran fortuna politica.
L’ultima conferma di quanto fosse giusto quel lontano modo di dire l’ho avuto oggi pomeriggio con il voto dei deputati leghisti sull’arresto del loro collega Nicola Cosentino, peraltro prevedibile dopo la marcia indietro di ieri del gran capo Bossi e nonostante il tentativo di smarcamento di Maroni.
Non perché hanno salvato dalla galera un signore accusato dai magistrati napoletani di essere organico al clan camorrista dei casalesi. Tutto sommato questo è un dettaglio secondario. Ma perché per l’ennesima volta hanno dimostrato che per loro esiste solo l’interesse di bottega, della loro piccola bottega, nemmeno di quelle di coloro che pretenderebbero di rappresentare. Per l’Umberto, il Calderoli, i Paolini e le altre anime belle di quel che rimane della Lega celodurista l’importante non è che Cosentino sia o meno rinchiuso in una cella di Poggioreale. Di Cosentino, come di tutto quello che accade in questo paese (a nord come a sud del Po) a loro interessa poco o niente. Quello che conta per loro è mantenere a qualsiasi prezzo la guida del partito che significa controllare la cassa, i dane’. Tanti denari dei quali il tesoriere Francesco Belsito risponde solo a Bossi non a quei militanti che mettono mano al portafoglio per pagare l’affitto delle sezioni e non investono i propri risparmi in Tanzania.
“La Lega non è mai stata forcaiola” ha tentato di giustificarsi il Senatur. Mentendo e dicendo la verità allo stesso tempo. Perché sul giustizialismo ha costruito le proprie fortune ai tempi di Mani Pulite. Ma sul “garantismo” le ha consolidate in anni recenti, reggendo bordone a Silvio Berlusconi e votando senza un briciolo di vergogna tutte le leggi utili a cercare di salvare il non rimpianto ex presidente del Consiglio dalle grinfie delle “toghe rosse”.
Negli ultimi tempi molti hanno rilevato che di tutti i partiti presenti in Parlamento la Lega è ormai quello più “romano”, quello più politicamente corrotto e coinvolto nella gestione del sottogoverno. Pochi avrebbero immaginato però che via Bellerio si sarebbe trasferita da Milano in provincia di Caserta. Per l’esattezza a Casal Di Principe.
 

razzismo? no, diabete. E Casa Pound si auto assolve

diario 15/12/2011

 

“Un uomo solo, circondato unicamente di tantissimi libri più che di materiale di propaganda politica, senza computer, senza telefono, gravemente depresso e affetto da una forma di diabete che lo costringeva a continue iniezioni di insulina. Insomma, è sempre più chiaro che la politica c'entra poco e nulla, in questa storia, mentre con essa hanno a che fare il disagio, la solitudine e la follia”. E così è già cominciata l’autoassoluzione. Gianluca Casseri, il nazista che ieri ha ucciso a Firenze due ragazzi colpevoli solo di essere senegalesi era nient’altro che un “povero pazzo” secondo il responsabile fiorentino di Casa Pound Saverio Di Giulio. Non una ideologia malata e perversa, non il razzismo sono la causa della morte di Samb Modou e Diop Mor, ma il diabete, la solitudine, persino la mancanza del telefono.
Pratica chiusa, quindi, inutile continuare con le speculazioni, con le inutili lamentazioni di chi sostiene che il razzismo, la violenza contro il diverso, l’antisemitismo, il sessimo sono figli legittimi di una non cultura ben radicata in una larga parte della destra italiana, tollerata, a volte usata, troppo spesso ridotta a fenomeno di folklore come la Lega, sempre sottovalutata nella sua pericolosità.
Il nuovo ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri al contrario del suo predecessore Roberto Maroni non è chiamata a rendere conto a un elettorato che invoca la secessione, non risponde a un gruppo dirigente di partito che non si sente minimamente ridicolo quando minaccia la chiamata alle armi del “popolo padano” contro l’oppressore romano. E’ un funzionario dello Stato chiamato a far rispettare le leggi dello Stato. Che ci sono e sono inequivocabili. Anche in questo il nuovo governo è chiamato a dare una manifestazione di serietà e di discontinuità con quanti nel recente passato hanno finto di non vedere, hanno coperto in cambio di qualche voto una situazione di violenza e di illegalità intollerabile.
 
Ps. Sul web qualche decina di delinquenti ha inneggiato al “camerata Casseri, uno di noi”. Vigliacchi come lui evidentemente, che si sentono eroi solo con una pistola in mano davanti a ragazzi disarmati. Unicuique suum.

Femminismo a Sud

diario 8/12/2011

 

Pubblico, senza commento, un articolo a commento della manovra economica del governo Monti pubblicato dal blog “antisessista, antifascista, antirazzista, antispecista” Femminismo a Sud.
Vale la pena di leggerlo fino in fondo.
 
8/24, sono i numeri degli articoli in cui si parla rispettivamente di ridare fiato alle banche con la scusa dell’assestamento del sistema creditizio. Significa fare finta che il passivo delle banche non sia un passivo e lasciarle operare come cavolo vogliono. Il 24 parla di pensioni e lì si sono sbizzarriti perché ce n’è per tutti i gusti. Sostanzialmente potremo crepare lavorando, quelli che un lavoro ce l’hanno, per quelli che non ce l’hanno invece zero. E a proposito di pensioni e dei problemi delle donne anziane vi suggerisco di leggere la serie di storie che sta pubblicando in questi giorni Loredana Lipperini.
Poi c’è il 27 in cui si parla di immobili “pubblici” da dare via. E si sente odore di speculazione e di privatizzazione lontano un miglio. E un’altra parte interessante sta al numero 34, capitolo sulle liberalizzazioni, dove si liberalizza di tutto. Poi c’è la parte che riguarda le imprese e pure quella è da leggere.
All’articolo 41 ci sono le opere di interesse strategico nazionale, uguale a come l’aveva immaginato il governo Berlusconi, il che significa che la Tav, per esempio, non può essere contestata e che quelle zone saranno militarizzate. Significa anche tanti bei miliardi per le infrastrutture e per le solite imprese di sempre.
Non abbiamo trovato la patrimoniale, un accenno alla riduzione delle spese militari, qualche privilegio in meno alla chiesa cattolica. Proprio no. A pagare siamo sempre e solo noi. I poveri, le povere, per mantenere banche e ricchi.
Cioè, noi il provvedimento ce lo siamo letto. Tutto. Financo le virgole e i punti esclamativi. Vorremmo sapere se le femministe professioniste che hanno applaudito l’entrata in scena della signora Fornero hanno fatto lo stesso. Se non l’avete fatto potete leggerlo adesso. Lo trovate QUI.
Pensioni, articolo 18, più flessibilità, come diceva ieri sera la Fornero a Ballarò. E non piangeva, eravamo noi a piangere mentre la guardavamo a dire che anzi ci vorrebbe “più flessibilità” e aveva di fronte la Gelmini che è tanto apprezzata da Monti che nel frattempo faceva il suo show da Vespa, e da Ballarò poi c’era la Finocchiaro che difendeva la manovra e diceva che la voterà, lei e tutto il Pd, e c’era Maroni che fingeva un cicinino di opposizione ed era una gran tristezza perché si vedeva lontano un miglio che in Italia l’unica opposizione plausibile non sta in parlamento e che l’unica parte che avrebbe diritto di parola adesso è quella zona precaria che invade le strade e si prende le manganellate.
In tutto ciò vorrei segnare qui a futura memoria un paio di considerazioni su un articolo scritto da Lidia Ravera su Il Fatto Quotidiano del 6 dicembre. Segno queste considerazioni perché la prossima volta che sentirò parlare di lei voglio ricordarmi perché io e lei non avremo mai niente da dirci.
Fa parte di quella generazione di cosiddette femministe professioniste un po’ scadute, integrate al sistema, che vengono invitate nei salotti buoni dell’intellighenzia femministeggiante, dal tg3 della Berlinguer a Parla con Me della Dandini. Sono quelle femministe o pseudotali, stipendiate, economicamente al sicuro, intente a difendere la proprietà, che poi si arrogano il diritto di parlare in nome e per conto di tutte le donne. Dimenticando che le donne, in questo momento, sono precarissime e la precarietà è un fattore dirimente specie se le donne precarie hanno coscienza di classe e non accettano più di essere rappresentate da ricche borghesi intente a coccolarsi reciprocamente.
Come interpretare il pezzo della Ravera se non in quest’ottica? Una che si permette di definire “antipolitica” l’opposizione ad una ministra che si fa tramite mediatico per rendere accettabile una manovra che renderà noi ancora più precarie. Ma quanto sei snob, Ravera? E dove le hai viste le derivate anarco populistiche? Ché se ti riferisci a quelle come noi, bhé, anarco, forse, populiste manco per niente. Populiste sono quelle come te che si intruppano sulla base del sentimento di indignazione popolare indotto contro un solo uomo e le donne di contorno, ovvero quelle che chiamavate “zoccole” o in forma politically correct “escort”.
Il pezzo che ha scritto la Ravera è così stucchevole da sembrare una parodia. Sincerità, competenza, talento, ma quanto amore profuso a piene mani per la nuova ministra. Il cui unico merito, in definitiva, parrebbe essere quello di non essere esteticamente troppo vistosa e decorativa, come se la decoratività delle donne si misurasse sull’aspetto e non sui contenuti dei quali esse si fanno portatrici. Gli stessi contenuti di cui si fa portatrice chi come la Ravera ignora, evidentemente, che esiste tutto un modo attorno che è fatto di donne poverissime, che presto o tardi, purtroppo, si ritroveranno candidate al ruolo di badanti delle vecchie femministe stipendiate e che dovranno pure sorbirsi, con rammarico, i racconti dei bei tempi andati, quelli in cui queste sessantottine istituzionalizzate cominciavano la scalata progressiva all’appropriazione di tutti gli spazi di comunicazione e quelli logistici, delle risorse attraverso le quali diventavano egemoniche e censorie rispetto a tutte le altre che sarebbero arrivate dopo.
La qual cosa, in particolare, non ci riguarda perché esiste il web e le donne prendono parola senza chiedere il permesso a nessuno e se non fosse per il web non potremmo certo leggere di donne che soffrono di crisi di panico per la precarietà, perché non hanno casa né lavoro a quarant’anni, perché non avranno mai una pensione, perché sono già in mezzo alla strada, costrette a fare lavori tremendi e faticosissimi per sopravvivere. Tutto troppo lontano dalla vista di queste pseudo/femministe in carriera che proprio non ce la fanno a capire che la maggior parte delle donne, quelle che hanno dai 45/50 anni in giù, ha dei problemi gravissimi e parlano proprio un’altra lingua, che è radicale, sa di lotta, di scardinamento del sistema, senza mediazioni, perché non c’è niente da mediare se non hai il pane e un tetto e se non sai cosa dare da mangiare a tuo figlio.
Dovrebbe essere obbligatorio per ciascuna, nel momento in cui decide di parlare a nome delle altre, in assemblee, nei talkshow, nei salotti televisivi, sulle testate giornalistiche, nelle piazze, dire di cosa vive, come vive, quanti bei soldi ha. Perché se tu hai una condizione economica fatta di certezze e privilegi non puoi parlare a mio nome. E’ una questione di giustizia sociale. Tu non sei legittimata a parlare di economia quando le manovre economiche sono fatte per decapitare la mia testa e non la tua. Tu non sei legittimata a chiedere consenso in nome e per conto di una qualunque ministra che rappresenterà la tua categoria ricco/borghese e non la mia di precaria a cui manca l’ossigeno per esistere.
Siamo stanche, davvero, di dover ricordare che gli spazi di agibilità politica ci vengono sottratti in primo luogo da quelle che dettano l’agenda politica e le parole d’ordine e lo fanno sulla base di argomenti che non ci riguardano. A noi dell’aspetto sobrio della ministra non ce ne può fregare di meno. Quando dobbiamo pagare l’affitto, o il mutuo o la bolletta, non portiamo in cassa l’aspetto sobrio della Fornero. Quando piangiamo di disperazione perché noi siamo precarie e i nostri figli sono precari e i nostri amici sono precari e i nostri genitori non sanno più dove sbattere la testa e i nostri nonni non sanno come campare, di tutte le cose scritte dalla Ravera non ce ne facciamo niente.
In Italia c’è un problema e si chiama differenza di classe. I ricchi parlano a nome di tutti. Le ricche parlano a nome di tutte. Ebbene, non andrà sempre così, potete scordarvelo. Potete tenere stretti i vostri mezzi di comunicazione, scambiarvi favori le une con le altre per regalarvi reciprocamente visibilità, non già per la stima riposta, ché l’onestà intellettuale è cosa rara oramai, ma per quello che potrete ricavarne, potete seguire la corrente quanto volete ma non per questo avete ragione. Siete delle privilegiate e non avete nulla a che fare con noi.
Non basta essere donne per poter parlare di donne. Non è un problema di ordine biologico. E se tale lo considerate, povere voi.
Le donne sono diverse, le une dalle altre, e questo colonialismo dei desideri e delle rivendicazioni deve finire. Ciascuna parli per se’.
 

miracolo a Milano

diario 14/11/2011

 

“Valuteremo caso per caso”. Cioè voteremo si solo se avremo la nostra convenienza. Mica è scemo il Senatur. Maleducato si, ma scemo no. E’ scappato a Milano rifiutandosi di incontrare Mario Monti (il quale, credo, non se ne sarà poi dispiaciuto così tanto) per non dover spiegare le ragioni vere del suo no al governo tecnico. Che non stanno nella proclamata volontà di difendere con le unghie e con i denti il “povero” Nord depredato da Roma ma, più semplicemente, nella paura fottuta di perdere per strada quel poco di elettorato rimastogli e il controllo del partito.
“Il governo cadrà quando lo deciderò io” proclamava baldanzoso solo pochi giorni fa, prima che l’amico e datore di lavoro Silvio Berlusconi perdesse per strada altri pezzi del suo partito e rimanesse senza maggioranza alla Camera. I fatti lo hanno smentito, come si è visto, ma a lui non dispiace per niente. Ha avuto la possibilità di smarcarsi, ribaltando la colpa sul suo storico alleato, da una coabitazione che lo ha indebolito e ha scosso seriamente la granitica fiducia che i militanti leghisti avevano nel capo. Oggi, finalmente, Bossi può tornare nella riserva a fare quello che gli riesce meglio, agitare lo spauracchio della secessione giocherellando al Bravehart nel suo inesistente parlamento padano per cercare di portare a casa qualcosa. Non che finora gli sia andata male. In questi ultimi giorni, ad esempio, il parlamento ha approvato la “legge mancia”, l’emendamento omnibus alla legge di stabilità presentato dal leghista Massimo Garavaglia che stanzia 150 milioni per le “regalie” dei nostri parlamentari. Sotto questa voce,  per chi se lo fosse dimenticato, l’anno scorso fu destinata una bella fetta di soldi – 800 mila euro – alle capienti tasche della signora Bossi per la sua scuola padana nella quale ai bambini vengono impartite lezioni di dialetto e di tradizioni locali.
Ma la posta vera in gioco è un’altra e si chiama Lega. Fino alla settimana scorsa Bossi era un ex leader al quale solo la pietas di Bobo Maroni consentiva di atteggiarsi a padrone assoluto. Da ieri è tornato ad essere il Capo. Che poi la Lega sia un partito senza futuro, destinato ad estinguersi per mancanza di argomenti e credibilità è una questione secondaria, almeno per lui. L’importante è che rimanga una azienda di famiglia, che nessuno ci metta le mani sopra. E che qualcuno ci abbia provato lo ha ammesso candidamente anche il Trota, il quale in una intervista al Corriere della Sera di un paio di giorni fa ha detto che adesso “non esistono più né cerchisti né maroniani”, adesso “è tutto a posto” e che le contestazioni sono “superate”. “E’ tutto rientrato, nell’ultimo periodo ci siamo ricompattati” ha aggiunto per chi non avesse chiaro che, nonostante le negazioni poco convinte di Maroni e le pernacchie di Bossi, il Senatur stava passando un momentaccio. Se si è salvato in zona Cesarini deve ancora una volta ringraziare Berlusconi. Che non sarà un santo, ma almeno un miracolo lo ha fatto resuscitando il Lazzaro padano.  
 

la canizza o, se preferite, il casino

diario 26/10/2011

 

Grande spettacolo oggi alla Camera. I parlamentari leghisti furiosi per lo sputtanamento pubblico da parte di Gianfranco Fini della signora Manuela Marrone, baby pensionata dal 1992 e moglie in servizio permanente effettivo dell’ex leader della Lega Umberto Bossi nonché cofondatrice nel 1984 della Lega Lombarda e madre del Trota, si sono prodotti in uno dei loro numeri migliori, la canizza. O se preferite il casino, tanto per ricordare di chi sono alleati.
Insulti, urla, anche una scazzottata per difendere l’onore della Padania e quello di colei che viene ormai ritenuta la leader indiscussa del “cerchio magico”, un gruppetto di dirigenti del partito che risponde direttamente a lei. E’ un nervo scoperto per i leghisti la signora Marrone. Qualche settimana fa fecero fuoco e fiamme per un articolo che le aveva dedicato il settimanale Panorama, house organ della famiglia Berlusconi. Roberto Calderoli, Federico Bricolo, Roberto Cota, Marco Reguzzoni fecero a gara a chi le sparava più grosse. Calderoli dichiarò di aver protestato personalmente assieme a Roberto Maroni per la “carognata gratuita” e di aver chiesto “risposte immediate e risolutive”. Gli altri rincararono la dose e Reguzzoni (uno del cerchio magico) sporse addirittura querela. Berlusconi, naturalmente, si affrettò a dissentire dai contenuti dell’articolo (“una cattiva azione”) e a dichiarasi fortunato di aver conosciuto la “straordinaria” lady Padania.
A Fini è andata peggio. Per lui nessuna querela ma la perentoria richiesta di dimissioni da presidente della Camera. Oltre al solito vaffa di Bossi che ormai sembra in grado di esprimersi solo come il Pierino dei film trash. Il tutto condito da una scazzottata tra il leghista Fabio Rainieri (l’uomo che si è battuto perché le multe europee ai produttori che hanno sforato le quote latte le pagassero i contribuenti italiani e non i diretti interessati) e il futurista  Claudio Barbaro sotto gli occhi di una scolaresca in vista “di studio”.
La questione del ruolo di Fini è aperta. Personalmente ritengo che dovrebbe scegliere quale ruolo recitare in commedia, se il capo partito o il presidente della Camera. Ma il nodo oggi non era questo. Il nodo era la difesa ad oltranza di Manuela Marrone e del suo principe consorte. Difesa non facile, come ben sa anche il ministro Maria Stella Gelmini che ieri sera per rispondere a Fini ha pensato bene di peggiorare le cose dicendo che la signora “ancora insegna”. Omettendo di aggiungere che lo fa nella scuola elementare privata Bosina, da lei fondata nel 1998, nella quale le materie di studio sono il dialetto e le tradizioni padane. Privata ma finanziata, tanto per cambiare, con soldi nostri: 800 mila euro stanziati con la Finanziaria 2010.
Con il senno del poi, chissà se i giurati del Festival di Castrocaro non si siano pentiti di aver infranto i sogni del giovane Umberto Bossi, in arte Donato, autore di brani memorabili e programmatici intitolati Ebbro e Sconforto. Oggi avremmo un cantante cane in più, ma un politico sciacallo in meno.
 

attenti al lupo

diario 17/10/2011

 

Prima ha evocato la piazza, adesso vuole le leggi speciali. Antonio Di Pietro, già commissario di polizia e magistrato amante delle manette, non riesce proprio a perdere il vizio. “Ci vuole una nuova legge Reale”, ha tuonato dopo i fattacci di Roma di sabato trovando subito il consenso interessato di Roberto Maroni, ministro dell’Interno che ignora le minacce secessioniste dei suoi compari che ogni due per tre minacciano di “prendere il fucile”, finge di non accorgersi di sedere in Consiglio dei Ministri accanto a un signore inquisito per mafia, non trova nulla da eccepire sulle telefonate tra Berlusconi e un latitante, trova normale che gli agenti di polizia debbano pagare di tasca loro la benzina delle Volanti
La coppia Di Pietro-Maroni evoca, citando la legge Reale, uno dei periodi più bui della nostra storia recente, quegli anni 70 segnati dalla quotidiana violenza di piazza, dai ferimenti, dagli omicidi e dalle stragi. Scherzano con il fuoco i due, per tornaconto personale e per cinismo politico senza preoccuparsi delle conseguenze. E intento il paese va a rotoli, ma dei problemi reali, della disoccupazione, dei nuovi poveri, della crisi e del prezzo che pagheremo, della scuola e della sanità nessuno parla più. Oggi il problema principale sono cinquecento teppisti, tutto il resto è scomparso. I black bloc hanno portato a termine la loro missione.