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parate e paraculate

diario 30/5/2012

 

Anche quest’anno, dunque, avremo la ormai consueta parata militare del 2 giugno. A poco è servita la mobilitazione quasi spontanea e quasi ingenua del cosiddetto popolo della rete per chiederne la soppressione in segno di lutto e solidarietà con la popolazione emiliana vittima del terremoto. Il governo ha ritenuto di andare avanti pur accogliendo l’invito del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a celebrare la festa “in maniera più sobria” rispetto al passato.
Una scelta discutibile, anche se motivata dall’importanza della ricorrenza, che ha suscitato un gran polverone, per fortuna solo o quasi sulle pagine dei social network. A farne le spese soprattutto Napolitano. Senza entrare nel merito delle accuse o degli insulti, non è inutile sottolineare come da qualche tempo nel mirino dei tanti “indignati virtuali” ci sia proprio il presidente della Repubblica. Una campagna che si alimenta giorno dopo giorno ormai da mesi e che ha lo scopo di delegittimare l’unica istituzione che in questi anni ha retto di fronte alla resa della politica e al montare di un sentimento che da anti partitico sta diventando anti politico. In queste ore si è ampiamente superata la soglia dell’assurdo: addirittura si è citato come esempio di sensibilità istituzionale Arnaldo Forlani che nel 1976, dopo il terremoto in Friuli, annullò la sfilata militare del 2 giugno. Un gesto “nobile” sicuramente. Ma quello che ci si dimentica di aggiungere è chi è stato e cosa ha rappresentato, direttamente per responsabilità proprie e indirettamente quale uomo di punta di quella Democrazia Cristiana che ha lasciato al paese una pesante eredità in termini economici e morali, l’ex pluriministro e presidente del Consiglio.
Qualcuno si è spinto a dire che con i soldi risparmiati grazie all’annullamento della parata (più o meno tre milioni di euro) si sarebbe evitato l’aumento delle accise sulla benzina. Una fesseria grande come una casa sotto la quale però si moltiplicano i “mi piace”. In rete è tutta una gara a chi la spara più grossa e, soprattutto, a cogliere ancora una volta la palla al balzo per accusare senza distinzioni la classe politica. Varrebbe la pena di riflettere se dietro tutto questo non ci sia una regia. Se la mobilitazione sia davvero spontanea o lo sia “quasi”, indotta da chi pensa di poter trarre frutti e consensi da un ulteriore sputtanamento delle istituzioni. Può sembrare un esercizio dietrologico, ma il timore che sia qualcosa di più serio è fondato.
Quanto alla parata, probabilmente è inutile. Oggi come nel passato, quando però nessuno – se non qualche sparuto gruppo di pacifisti – ha mai alzato la mano per protestare. Il 2 giugno è un giorno importante nella storia di questo paese, è il giorno che segnò il passaggio da una monarchia gretta e compromessa con il fascismo alla Repubblica. Senza quel referendum non avremmo la Costituzione, una tra le migliori al mondo. E’ legittimo domandarsi se abbia un senso celebrare questa festa con una parata militare o se non sarebbe più logico farne un’occasione per parlare della nostra storia recente nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro. Per poi ritrovarsi tutti assieme nelle piazze a ballare. Come si conviene a una Festa.  

elezioni, c'è poco da stare allegri

diario 8/5/2012

 

Come il commissario Rock della brillantina Linetti, capita anche a Giorgio Napolitano di commettere qualche errore. Uomo di grande esperienza politica, al quale va il merito di aver impedito che il legame tra cittadini e istituzioni si logorasse definitivamente in questo ultimo quinquennio, il presidente della Repubblica non può non ricordare che, giusto una ventina di anni fa, un suo predecessore al Colle, Francesco Cossiga cercò di dare una scossa alla politica dell’epoca, in crisi come oggi. Il 5 aprile 1992 si erano svolte le elezioni per il rinnovo delle Camere e la Lega, che fino a pochi giorni prima poteva contare su un solo parlamentare (il Senatur Umberto Bossi) e una base elettorale che non arrivava ai duecentomila voti, era arrivata a sfiorare i quattro milioni di consensi. Un terremoto certo più devastante, per i partiti, di quanto non siano i risultati delle amministrative di ieri che peraltro hanno riguardato solo un quinto dell’elettorato. Cossiga decise di rimettere il mandato con un paio di mesi di anticipo sulla scadenza naturale, sperando che il suo gesto costringesse le forze politiche tradizionali a una seria riflessione sulle ragioni di quanto stava accadendo nel paese.
A Napolitano non avrebbe senso chiedere un gesto simile a quello di Cossiga. Ma certo gli si può suggerire di evitare di cavarsela, di fronte ai risultati delle urne e all’emergere di nuovi soggetti politici e soprattutto davanti alla conferma della disaffezione degli elettori rispetto a certe forme e rituali della politica (per non parlare degli scandali che hanno riguardato indistintamente forze di maggioranza e di opposizione) con una battuta. “Il solo boom che ricordo è quello degli anni Sessanta”, ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano un commento sui risultati delle liste del Movimento 5 Stelle. Un errore, anche perché consente al battutista genovese di replicare a modo suo.
Quanto al voto di ieri, è sinceramente difficile capire il perché dell’esultanza della sinistra. Gli unici elementi positivi sono la disfatta del Pdl e il tracollo soprattutto in Lombardia della Lega. Per il resto sarà anche vero che il Pd ha tenuto, ma ad un prezzo molto alto come è stato quello di doversi presentare in molti casi agli elettori con candidati improbabili imposti da primarie “taroccate” come è avvenuto a Palermo con il giovane Ferrandelli che ha battuto Rita Borsellino grazie all’appoggio di Raffaele Lombardo. O come a Genova dove è stato costretto (come già a Milano un anno fa) a digerire la scelta di un outsider come Marco Doria, un ex comunista senza tessera dalle caratteristiche simili a quelle di Pisapia. Né hanno motivo di gioire quanti interpretano il buon risultato e la probabile elezione di Leoluca Orlando a sindaco di Palermo come una rivincita della politica “buona”. Orlando, candidatosi contro la volontà del suo leader Antonio Di Pietro, tutto può essere definito tranne che “nuovo”: già sindaco democristiano del capoluogo siciliano, ottenne un secondo mandato come candidato della Rete, una invenzione politica del gesuita padre Pintacuda, suo mentore. Si parlò di “primavera palermitana”, anche se probabilmente a non essere d’accordo con questa definizione era Giovanni Falcone che da Orlando venne attaccato con l’accusa di nascondere nei cassetti le carte che accusavano politici siciliani e non (leggi Andreotti) di rapporti con la mafia.
Se qualcuno ha motivo di essere contento sono solo i giovani “grillini”, chiamati ora a confrontarsi con la dura realtà. Dovranno dimostrare di non essere l’ennesimo fuoco di paglia, la calamità dell’insofferenza dei cittadini e contribuire a governare le loro città. Qualcosa di più serio e complesso che non sparare insulti e slogan ad effetto da un palco, come ha fatto fino ad oggi il loro leader.
Da ultimo, tra gli scontenti figurano a buon diritto il presidente del Consiglio Mario Monti e quegli esponenti del governo tecnico che fino a ieri coltivavano ambizioni politiche. Il testo elettorale ha nettamente bocciato queste ultime e ha esposto il governo senza maggioranza propria al rischio di “tirare a campare” schiacciato tra la voglia del Pd di incidere maggiormente sulle scelte dell’esecutivo e la tentazione dei berluscones del Pdl di far pesare ancor più di quanto abbiano fatto finora i propri voti in parlamento. Sapendo che sarà la loro ultima occasione perché nel prossimo saranno minoranza. Anche se, come diceva il Trap, è sempre meglio “non dire gatto se non l’hai nel sacco”.

sette in un colpo

diario 2/3/2012

 

Si, si può fare. Parola di Silvio Berlusconi che ieri, a Bruxelles, ha ipotizzato per la prossima legislatura un governo politico a guida Mario Monti con un esecutivo composto non più da professori ma direttamente da esponenti dei tre partiti (Pdl, Pd, Terzo Polo) che in questa fine di legislatura sostengono il governo in carica. Mossa inattesa che, nelle intenzioni di Berlusconi, dovrebbe servire a sparigliare le carte e a rafforzare la sua traballante leadership.
In sostanza, il nostro redivivo ha colto l’occasione per cercare di mettere il cappello sull’esecutivo Monti, presentandolo come una prosecuzione di quello precedente. Il professore sarebbe, secondo Berlusconi, niente altro che colui che starebbe realizzando quel programma che il leader del Pdl avrebbe voluto portare a termine ma che qualcuno (Bossi, ad esempio, o gli ex An) non gli avrebbe consentito di fare. Il tentativo, quindi, è quello di far credere agli italiani che in fondo Monti sarebbe un Berlusconi più educato. E che il consenso di cui godrebbe secondo i sondaggi il governo dei professori andrebbe trasferito pari pari su di lui, che ha avuto “l’eleganza”, come ha detto più volte, di farsi da parte “per senso di responsabilità”, tacendo sul fatto che se non l’avesse fatto l’Italia oggi starebbe peggio della Grecia e il suo partito non esisterebbe più.
Ma dietro le parole di Berlusconi non c’è solo questo. In quella frase di poche parole si nasconde ben altro. Come il tentativo di accrescere le difficoltà del Pd, il cui segretario Pierluigi Bersani si trova a dover fronteggiare la fronda dell’ala montiana del partito capeggiata da Walter Veltroni. Il no di Bersani alle avances berlusconiane è stato netto, ma si può stare sicuri che qualcuno nei prossimi giorni (magari a ridosso delle amministrative) si mostrerà più disponibile.
Nel frattempo, il si entusiasta di Pierferdinando Casini apre un nuovo solco tra Pd e Terzo Polo rendendo sempre più complicato un accordo anche solo elettorale tra le due formazioni politiche. E questo è un altro effetto dell’apertura di ieri.
E non basta ancora. Le parole di Berlusconi rappresentano un segnale chiaro in almeno altre due direzioni: agli ex alleati della Lega e ai duri e puri del Pdl, quei pasdaran che hanno mal digerito la rinuncia obbligata al governo e che premono per una rivincita in tempi brevi. Ai primi Berlusconi ha sostanzialmente fatto capire che hanno tempo un anno per tornare a più miti consigli se non vogliono correre il rischio di correre da soli alle elezioni politiche del 2013 con la prospettiva di vedere molto ridimensionata la propria presenza in Parlamento. Minaccia che in altri tempi avrebbe lasciato indifferenti gli uomini di via Bellerio ma che oggi arriva a un gruppo dirigente che ha mostrato di essere molto sensibile alle lusinghe del potere e al fascino dei consigli di amministrazione. Ai secondi ha fatto arrivare chiaro e forte il messaggio di stare calmi e di non tirare troppo la corda perché alla fine chi comanda è sempre lui. Quindi, niente scherzi in Parlamento e niente più fronde. Diversamente arriverà anche per loro, al momento della compilazione delle liste elettorali, la resa dei conti.
Per Berlusconi presentarsi con il nuovo vestito istituzionale, poi, può significare anche altro. Del tipo, io garantisco la governabilità di questo paese, voi datemi una mano ad uscire dai casini in cui mi trovo, cioè quei processi che la magistratura milanese ostinatamente porta avanti. D’altra parte, dopo la prescrizione al processo Mills, era stato uno dei suoi fedelissimi, Fabrizio Cicchitto, a lasciare intendere senza equivoci che la sentenza aveva salvato il governo Monti. Se vorrà salvarsi anche in futuro, il professore dovrà fare in modo che il suo predecessore conservi la fedina penale pulita. Se non è la richiesta di una ennesima legge ad personam è quanto di più simile si riesca ad immaginare.
L’uscita dalle vicende giudiziaria potrebbe anche consentire a Berlusconi di puntare al bersaglio grosso. Il prossimo Parlamento avrà tra i primi impegni quello di eleggere il nuovo inquilino del Quirinale. Rilanciando oggi l’operazione Monti e quella responsabilità condivisa che è stata il cavallo di battaglia di Giorgio Napolitano fin dall’inizio del suo settennato, Berlusconi rivendica a sé l’eredità politica del capo dello Stato proponendosi come il suo naturale successore. Un sogno che al momento sembra destinato a rimanere tale, anche se le risorse dell’uomo non vanno sottovalutate.
Quando ero bambino mi piaceva una favola che si intitolava “Sette in un colpo”. Guarda caso sette, proprio come gli obiettivi di Berlusconi. Era la storia di un villano il cui unico atto di eroismo era stato schiacciare sette mosche in una volta sola. Ne era così orgoglioso che aveva chiesto alla madre di ricamare su una bandierina la frase “sette in un colpo”. Se la portava in giro con l’orgoglio di un guerriero. Tanto che un re, ancor più ingenuo di lui, si convinse di avere davanti un uomo coraggioso come pochi e lo volle come genero. C’è da sperare che il finale questa volta sia diverso e che al nostro restino in mano solo sette mosche. E nulla più.
 

la foglia di fico

diario 6/12/2011

 

La manovra economica del governo Monti non mi piace. Non ne condivido la filosofia di fondo e il fatto che ancora una volta si è scelta la strada più facile, quella di andare a colpire quei ceti medi produttivi che costituiscono l’ossatura del paese e che negli ultimi anni hanno dovuto supplire, mettendo mano al portafoglio, alle carenze di uno stato che si è dimostrato non in grado di avviare politiche economiche degne di questo nome e di arginare una crisi che non è nata tre settimane fa o l’estate scorsa ma ha radici più lontane. Una crisi che il governo di Silvio Berlusconi ha pervicacemente negato per tre anni tacciando quanti ne parlavano come anti italiani, menagramo e altre idiozie del genere. Salvo poi ritrovarsi travolto, lui e il suo governicchio di prestigiatori da dopolavoro, da una realtà negata fino all’ossessione.
Non mi piace la manovra, dicevo, anche se credo che le cose non potessero andare diversamente. Per vari motivi. Primo fra tutti il fatto, evidente, che essendo il governo frutto di un compromesso tra forze politiche lontane tra loro anni luce Mario Monti non poteva certo (ammesso e non concesso che fosse nelle sue corde) fare diversamente. Doveva cercare di accontentare gli “azionisti di maggioranza” – Pd e Pdl – o quantomeno non scontentarli troppo. Lo ha fatto, forte di una emergenza reale e dell’appoggio non disinteressato delle istituzioni europee. Che poi siano loro a vedersela con i loro elettori. Monti non ha un partito, non credo cerchi riconferme, se ne frega altamente se tra diciotto mesi qualcuno pagherà un prezzo in termini elettorali per averlo sostenuto. Al più, la sua ambizione potrebbe essere quella di succedere al suo “padrino” politico ovvero Giorgio Napolitano. E, forse, non sarebbe nemmeno la peggiore delle ipotesi.
Oggi sa di ipocrisia il lamento di chi nei due maggiori partiti dice che si aspettava altro. Mario Monti è stato chiamato per fare il lavoro sporco. Il suo governo è la foglia di fico dietro la quale si nascondono coloro che non hanno avuto il coraggio o la forza di decidere quando ne hanno avuto l’opportunità. Il governo dei tecnici, gente che tra diciotto mesi tornerà nella stragrande maggioranza dei casi alla propria occupazione, a questo serve. Non è stata commissariata la politica. La politica ha scelto di farsi commissariare per comodità, per becero calcolo di comodo. In questo gioco delle parti l’unico coerente (e vincente) è Pierferdinando Casini che ha avuto il coraggio di scindere le proprie responsabilità da Berlusconi quando ancora il cavaliere sembrava invincibile e che oggi non finge uno scontento che non prova ma si schiera apertamente a sostegno di Monti.
Tra gli ipocriti, tanto per cambiare, un posto in prima fila lo merita anche la Conferenza episcopale italiana che oggi ci ha fatto sapere tramite monsignor Giancarlo Bregantini che la manovra “poteva essere più equa”. Vero, come negarlo? Certo sarebbe stato bello se per una volta la Chiesa avesse anche dato un segnale di reale partecipazione alle sorti del paese, magari rinunciando ai lauti finanziamenti alle scuole private cattoliche che già possono contare sulle rette degli studenti o alla esenzione dell’Ici per le strutture ecclesiastiche non destinate ad attività religiose. Sarebbe stato sufficiente dirlo che tanto si sa che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Ma non ci hanno neppure provato. Alla faccia dell’equità.
E, sempre parlando di ipocriti non sfugge neppure Antonio Di Pietro che per puro calcolo elettorale e sicuro del fatto che anche senza i voti dell’Idv il governo avrà la maggioranza per andare avanti, minaccia di sbattere la porta come un Bossi qualsiasi, leader di un partito condominiale che proclama la morte dell’Italia senza avere il coraggio (che un anno e mezzo passa presto e c’è il rischio che qualcuno a tempo debito gli rinfacci l’ennesimo voltafaccia) di rispolverare la secessione accontentandosi di una più blanda “indipendenza condivisa” della Padania. Cioè un bel nulla.
Piaccia o non piaccia la manovra facciamocene una ragione, questa è e questa sarà anche dopo il voto delle Camere, nonostante gli scioperi e le manifestazioni dei sindacati. Che, grazie alla sapiente regia del segretario della Cisl Bonanni per un triennio guardaspalle del governo Berlusconi e degli innovatori alla Marchionne, arrivano all’appuntamento indeboliti e divisi. L’unica speranza vera di discontinuità con il precedente governo che possiamo avere oggi è nei comportamenti, nel rapporto del governo con le altre istituzioni repubblicane, nel rispetto anche formale dei ruoli, delle leggi e della Costituzione, nel ristabilire regole di convivenza in un paese che Berlusconi e i suoi hanno portato al degrado totale.  

citofonare Bagnasco

diario 17/11/2011

 

Mario Monti e i ministri del suo governo sono dei tecnici, non c’è dubbio. Ma sarebbe un grave errore pensare che il governo che domani avrà la fiducia delle Camere non sia politico, che i “professori” abbiano solo ed esclusivamente il compito di rimettere in piedi un sistema economico messo in crisi dalla contingenza internazionale aggravata dall’insipienza del governo Berlusconi. Quello si quanto di meno politico si sia visto negli ultimi decenni, tanto da far si che il furbo Umberto Bossi ne fosse il vero e quasi unico regista.
I “professori” voluti fermamente da Giorgio Napolitano probabilmente non si candideranno in futuro a guidare il Paese ma il loro ruolo è un po’ quello delle maestre elementari che hanno il delicato compito di avviare alla vita i loro giovani allievi. Sono chiamati a incidere con misure efficaci e possibilmente strutturali sulla finanza e sull’economia italiana ed europea, ma principalmente a ridare dignità alle istituzioni, a far accettare un concetto ormai fuori moda: che la politica sia anche etica e che lo Stato non è una azienda privata ma res publica.
In gran parte provenienti dal mondo della finanza, Monti e i suoi ministri hanno anche altro in comune: quella matrice cattolico sociale nei mesi scorsi richiamata a gran voce dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, il quale più volte si è fatto sponsor di incontri e iniziative di organizzazioni cattoliche. E, non più tardi del 26 settembre scorso, al vertice della Cei ha pronunciato un discorso che è stato interpretato come una sorta di “scomunica” nei confronti di Silvio Berlusconi, discorso che riletto oggi, dopo aver ascoltato il programma di Mario Monti, sembra quasi anticiparne i temi. Aveva chiesto di “purificare l’aria perché le nuove generazioni, crescendo, non restino avvelenate”, aveva sottolineato che “chiunque sceglie la militanza politica deve essere consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell’onore che comporta, come anche la nostra Costituzione ricorda”. Ma il prelato non si era limitato a un richiamo etico, si era spinto più in là, indicando la necessità di “un patto intergenerazionale che, considerando anche l'apporto dei nuovi italiani, sia in grado di raccordare fisco, previdenza e pensioni avendo come volano un'efficace politica per la famiglia». Critiche alla  globalizzazione «non governata» e alla finanza speculativa e attenzione ai problemi del lavoro: “la situazione del lavoro, la disoccupazione, il precariato, l'inattività di molti giovani: sono un nostro assillo costante”. Il lavoro non è «una degnazione del mercato: il lavoro è un diritto-dovere iscritto nell'ordine creaturale, e dunque la società ha l'obbligo di porre le condizioni perché esso possa esplicarsi per tutti”.
Non è difficile comprendere che il governo Monti – l’unico possibile oggi per marcare finalmente una discontinuità con la stagione berlusconiana - segna, nei fatti, il ritorno alla politica attiva di quella parte di mondo cattolico che soprattutto nell’ultimo decennio sembrava aver abbandonato la scena e la voglia di rappresentanza. Non è certo, invece, la rinascita della Dc. Gli anni del partito cattolico sono definitivamente tramontati, piaccia o meno a Pierferdinando Casini e ai nostalgici della Balena Bianca. Con e dopo Monti dovremo fare i conti con una nuova classe di politici attenti ai valori etici e scarsamente interessati alle gestione pura e semplice del potere. Il che nasconde, per le forze di sinistra, un’insidia e una sfida. La prima è nel fatto che costoro saranno presenti trasversalmente in tutti gli schieramenti politici. E’ difficile immaginare un domani alcuni di loro a fianco degli Alfano, Larussa, Cicchitto e persino Rotondi e Giovanardi. Così come non è pensabile che altri si possano affiancare ai Vendola, Pannella, Di Pietro o Diliberto.
La seconda sarà assai impegnativa, ma può rappresentare per le forze laiche il terreno sul quale tornare a vincere. Si giocherà non sull’economia o sui rapporti internazionali, argomenti sui quali in un mondo globalizzato le differenze sono per forza di cose minime, ma sulle questioni dei diritti dove si scontrano due visioni del mondo distanti: da un lato l’etica cattolica applicata alla vita quotidiana, con l’intervento pesante e inaccettabile su questioni quali il diritto a morire e a vivere con dignità, alla sessualità, alla ricerca scientifica finalizzata al miglioramento della qualità della vita, all’istruzione pubblica. Dall’altro, si spera, il tentativo di fare dell’Italia un paese moderno e non confessionale nel quale la Chiesa si occupi dell’anima dei credenti e non del governo della cosa pubblica.

il 27 barrato

diario 9/11/2011

 

Se ieri sera era un sospetto oggi è una certezza. Silvio Berlusconi ci ha provato. Il grande ingannatore, l’uomo delle promesse non mantenute, del milione di posti di lavoro, meno tasse per tutti, contratto con gli italiani e via mentendo non aveva nessuna intenzione di andarsene. Voleva solo prendere tempo nella speranza di riuscire a ricompattare i cocci della sua ex maggioranza parlamentare con l’innesto di qualche nuovo “responsabile” e ottenere, al voto sulla legge di stabilità, quella fiducia che non aveva ottenuto ieri alla Camera e che gli avrebbe consentito di rimanere a palazzo Chigi.
Una mossa dettata dalla disperazione e dalla convinzione di essere più abile, più furbo degli altri giocatori che si è rivelata una autorete clamorosa.
Se c’è un aggettivo che non si adatta ad accompagnare il nome di Giorgio Napolitano questo è “sprovveduto”. Il presidente della Repubblica, che qualche sospetto lo aveva avuto tanto da sottolineare nel comunicato del Quirinale di ieri l’impegno alle dimissioni assunto da Berlusconi, si è così sentito in dovere di tornare sulla questione con una dichiarazione inequivocabile che non lascia spazio a furbizie di sorta. Cogliendo lo spunto delle notizie provenienti dalla borsa e dal nuovo attacco della speculazione finanziaria ai titoli di Stato italiani, ha di fatto dettato i tempi della crisi costringendo il governo a presentare quel maxi emendamento fantasma che le camere aspettavano da tempo e il Parlamento ad approvare la legge di stabilità in tempi da record (“nel giro di alcuni giorni”). E ha ribadito che “non esiste alcuna incertezza sulla scelta del presidente del Consiglio on. Silvio Berlusconi di rassegnare le dimissioni del governo da lui presieduto” subito dopo l’approvazione della finanziaria.
Colpito e affondato. Ma a scanso di equivoci, Napolitano non si è accontentato nominando in serata senatore a vita Mario Monti, colui che in questi giorni viene indicato come l’uomo al quale sarà affidato il tentativo di formare un governo di “salvezza nazionale”.
Tentativo non facile, va detto, anche se proprio in queste ore (e forse anche per effetto della dichiarazione di Napolitano)  il fronte di quanti nel Pdl si oppongono all’idea di elezioni anticipate va allargandosi anche a dirigenti considerati fedelissimi del capo come Gianfranco Miccichè, Maurizio Lupi e, sembra, Gianni Letta. Ma la difficoltà vera, per Monti o chiunque altro avrà l’incarico da Napolitano, sarà quella di non fare conto su personaggi che certo non si fanno troppi scrupoli ad abbandonare la barca che affonda, quelli “sempre pronti a soccorrere il vincitore” come diceva Ennio Flajano. Che non si chiamano solo Razzi, Scilipoti o Sardelli: hanno facce più presentabili ma appetiti altrettanto fieri. E, come il loro tramontato leader, a cuore hanno soltanto se stessi. Un governo che nascesse grazie al loro apporto avrebbe la stessa debolezza di quello ormai defunto e non farebbe che accrescere il distacco dei cittadini dalla politica.
Comunque vadano le cose a questo punto un dato sembra certo. La disfatta berlusconiana è totale. E molto probabilmente se si dovesse andare al voto non sarebbe lui a gestire da palazzo Chigi la campagna elettorale. Se il presidente del Consiglio incaricato decidesse di presentarsi alle camere per la fiducia, anche se bocciato resterebbe in carica “per il disbrigo degli affari correnti” come recita la formula di rito. E, quindi, anche durante i comizi elettorali.
Ha voluto fare il furbo Silvio e ha finito per farsi ancora più male. “Vacce a prova’ sul 27 barato” era l’invito che veniva rivolto ai paraculi romani di un tempo. Che non voleva dire da qualche altra parte ma in un luogo inesistente, perché il 27 barrato era un non luogo, un autobus inventato ad hoc proprio per ospitare i troppo furbi. L’autobus sul quale forse presto vedremo salire Silvio Berlusconi.
 
 
La dichiarazione di oggi del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
“Di fronte alla pressione dei mercati finanziari sui titoli del debito pubblico italiano, che ha oggi toccato livelli allarmanti, nella mia qualità di Capo dello Stato tengo a chiarire quanto segue, al fine di fugare ogni equivoco o incomprensione:
1) non esiste alcuna incertezza sulla scelta del Presidente del Consiglio on. Silvio Berlusconi di rassegnare le dimissioni del governo da lui presieduto. Tale decisione diverrà operativa con l'approvazione in Parlamento della legge di stabilità per il 2012;
2) sulla base di accordi tra i Presidenti del Senato e della Camera e i gruppi parlamentari sia di maggioranza sia di opposizione, la legge sarà approvata nel giro di alcuni giorni;
3) si svolgeranno quindi immediatamente e con la massima rapidità le consultazioni da parte del Presidente della Repubblica per dare soluzione alla crisi di governo conseguente alle dimissioni dell'on. Berlusconi;
4) pertanto, entro breve tempo o si formerà un nuovo governo che possa con la fiducia del Parlamento prendere ogni ulteriore necessaria decisione o si scioglierà il Parlamento per dare subito inizio a una campagna elettorale da svolgere entro i tempi più ristretti.
Sono pertanto del tutto infondati i timori che possa determinarsi in Italia un prolungato periodo di inattività governativa e parlamentare, essendo comunque possibile in ogni momento adottare, se necessario, provvedimenti di urgenza”.

non se ne andrà

diario 8/11/2011

 

Il bluff è riuscito. Silvio Berlusconi ancora una volta è uscito dall’angolo e ha tirato fuori dal cilindro l’ennesimo coniglio. Capo di un governo senza maggioranza politica e parlamentare, sfiduciato dall’Europa, zimbello del mondo intero, ormai ritenuto un problema anche da gran parte dei suoi fedelissimi, il capo del governo si conferma uomo dalle grandi risorse. In un paese normale, dove il rispetto delle regole e delle istituzioni abbia un senso, dopo il voto che oggi ha sancito il fatto che il governo è minoranza alla Camera dei Deputati, un qualsiasi capo di governo non avrebbe perso tempo, avrebbe semplicemente rassegnato le dimissioni. Lui no. Lui le ha promesse. Fra una quindicina di giorni, forse un mese, dopo l’approvazione della legge di stabilità, come si chiama dall’anno scorso la Finanziaria. Lo ha fatto in maniera solenne, davanti a quel galantuomo che è il Capo dello Stato Giorgio Napolitano. Ma mentre prometteva incrociava le dita sapendo che, come sempre, stava mentendo.
Perché il nostro ha un’idea in testa. Un’idea semplice che si può riassumere in una parola: corruzione. In questi quindici giorni proverà con ogni mezzo, lecito o illecito, a recuperare i “traditori” di oggi e a comprarne qualcun altro nel fronte avverso. Gli è riuscito il 14 dicembre dell’anno scorso, potrebbe riuscirgli di nuovo. Se il piano avrà successo, quando la legge di stabilità arriverà alla Camera non dovrà fare altro che porre la fiducia. In caso la ottenesse che valore avrebbe l’accordo di oggi con Napolitano? Il presidente della Repubblica non potrebbe fare altro che prendere atto della novità. Certo non potrebbe forzare la mano e chiedere che Berlusconi mantenga la parola data oggi. Sarebbe né più né meno che un golpe.
Nei primi giorni di dicembre del 2010 abbiamo assistito a uno spettacolo indegno. Parlamentari che senza vergogna firmavano mozioni di sfiducia il giorno prima di votare a favore del governo, personaggi impresentabili diventare protagonisti della scena politica, arbitri della situazione. Gli stessi, peraltro, che anche oggi si preparano ad abbandonare la barca che sta affondando salvo ripensamenti dell’ultima ora nel caso la situazione cambiasse nuovamente. C’è da sperare che questo mese di novembre del 2011 non ci regali qualcosa di peggio. Le premesse ci sono e, a leggere bene, sono già contenute in quel foglietto che Berlusconi ha vergato nervosamente oggi durante il voto a Montecitorio. All’ultimo punto ecco il vero Berlusconi, l’uomo che non ammette le sconfitte: “una soluzione”, scrive dopo aver appuntato tutte le possibili vie d’uscita e aver bollato come “traditori” gli otto parlamentari del Pdl che pensava di aver convinto e che invece si sono astenuti. Eccola la soluzione. Da domani la caccia è aperta.

Giuliano Ferrara, il cuore oltre l'intelligenza

diario 3/11/2011

 

Giuliano Ferrara è una persona intelligente, forse anche troppo rispetto ai compagni di strada che si è scelto. Uomo di grandi passioni, è passato dal partito comunista degli anni giovanili al craxismo per approdare infine al berlusconismo. O meglio: si è dichiarato berlusconiano nella speranza, neanche troppo nascosta, che in realtà fosse Berlusconi ad essere diventato ferrariano. A Giuliano va dato atto che quando fa una scelta la fa fino in fondo, senza riserve. La sua forza e il suo limite consistono proprio nell’anteporre spesso la pancia al cervello. Nel senso (e mi spiego perché non vorrei che qualcuno pensasse a una battuta fin troppo facile riferita al fisico imponente del nostro) che troppe volte la passione viscerale lo porta a sostenere tesi insostenibili, a forzare la realtà, a dire cose che forse neppure pensa pur di sostenere le proprie ragioni e quelle dei suoi amici.
Anche oggi, sul Foglio, maschera la realtà. Riferendosi alla mancata approvazione del decreto sviluppo da parte del governo, scrive: “domani, 4 novembre, doveva essere il giorno della vittoria (e anche il giorno della verità). Misure economiche di secca e inaudita radicalità, un decreto legge di riforme liberali che stravolge la malattia cronica di economia e società italiana. Firmato Berlusconi. Garantito dai poteri sovranazionali europei. Necessario e urgente, i suoi specifici requisiti. Le opposizioni messe di fronte alle loro responsabilità. Basta fanghiglia. Basta retorica. Basta demagogia. Rimboccarsi le maniche sul serio. Abbandonare i sogni di ribaltone mascherato. Mettersi a preparare un’alternativa di governo e di programma per la fine della legislatura. Troppa grazia. Hanno fucilato il firmatario. Gli hanno impedito di decidere, di agire. Lo hanno paralizzato”.
Eccola la bugia a fin di bene. E’ in queste ultime parole. Il povero Silvio avrebbe anche fatto le mosse giuste. Ma “gli altri” glielo hanno impedito. Là dove “gli altri” si possono identificare in Giorgio Napolitano e Giulio Tremonti. Non è vero, naturalmente e Giuliano lo sa. Ma la sua missione è assolvere Berlusconi, l’uomo del fare. E allora serve un capro espiatorio. Due ancora meglio.
Ma va oltre. A suo giudizio se dovesse cadere il governo l’unica alternativa possibile sarebbero le elezioni, non certo una riedizione riveduta e corretta del governo Dini del 1994, il governo del ribaltone. Ammanta la tesi con belle parole, la condisce con il disprezzo finale verso i “fucilatori e mezze figure del partito parruccone”. Un tocco da maestro perché sa che l’attenzione del lettore si concentrerà su questa ultima frase. Qualcuno si incazzerà, altri la condivideranno, ma quello diventerà il punto centrale del suo articolo. Che invece è un altro. Che a Giuliano piaccia o meno, l’ultima carta la giocherà il suo vecchio amico Giorgio Napolitano. Che sicuramente non si farà blandire dalla promessa di rielezione buttata lì tra le righe perché il suo compito non è quello di assicurarsi un futuro da ri-presidente ma di applicare la Costituzione. Che non è cambiata, per fortuna, al contrario della legge elettorale che ha introdotto il finto bipolarismo all’italiana e la “nomina” dei parlamentari affidata alle segreterie dei partiti. La Carta costituzionale prevede ancora che i parlamentari non abbiano “vincolo di mandato” e che il capo dello Stato, prima di sciogliere le camere, verifichi se in Parlamento esistano altre maggioranze. Lo sa Ferrara ed è per questo motivo che gioca in attacco, cercando di occupare le postazioni migliori, nella speranza di seminare il dubbio tra le fila nemiche. Di tante cose potrà essere accusato, ma almeno un pregio gli va riconosciuto, la fedeltà a se stesso e alle proprie convinzioni. Merce rara di questi tempi nei quali l’interesse privato prevale sulle idee. In fondo aveva ragione Francesco Cossiga quando parlando di Giuliano lo definiva senza ironia “l’ultimo vero comunista”.

e adesso vattene

diario 1/11/2011

 

questo il testo integrale della nota del Quirinale sulla situazione economico-politica. Una presa di posizione netta e inequivocabile, di fronte alla quale persino un uomo privo di senso dello stato come Silvio Berlusconi dovrebbe avere la dignità di rassegnare le dimissioni da presidente del Consiglio. Forse per la prima volta nella storia della Repubblica un governo viene di fatto "commissariato" dal capo dello Stato.

Se non ora quando?

"In un momento così critico improrogabile l'assunzione di decisioni efficaci"

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dinanzi all'ulteriore aggravarsi della posizione italiana nei mercati finanziari, e alla luce dei molteplici contatti stabiliti nel corso della giornata, considera ormai improrogabile l'assunzione di decisioni efficaci nell'ambito della lettera di impegni indirizzata dal governo alle autorità europee. Il Presidente del Consiglio gli ha confermato il proprio intendimento di procedere in tal senso. Dal canto loro, diversi rappresentanti dei gruppi di opposizione gli hanno manifestato la disponibilità a prendersi le responsabilità necessarie in rapporto all'aggravarsi della crisi. Nell'attuale, così critico momento il paese può contare su un ampio arco di forze sociali e politiche consapevoli della necessità di una nuova prospettiva di larga condivisione delle scelte che l'Europa, l'opinione internazionale e gli operatori economici e finanziari si attendono con urgenza dall'Italia. Il Capo dello Stato ritiene suo dovere verificare le condizioni per il concretizzarsi di tale prospettiva.


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permalink | inviato da danrep il 1/11/2011 alle 22:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

l'autunno del patriarca

diario 14/10/2011

 

Tra le tante citazioni che vengono attribuite a torto o a ragione a Giulio Andreotti una in particolare si adatta al Berlusconi di oggi: meglio tirare a campare che tirare le cuoia. Politicamente si intende.
I 316 si ottenuti alla Camera non rappresentano un successo, ma la conferma che un ciclo è finito. Anche se lui si ostina a non prenderne atto neppure davanti all’evidente progressivo sfaldamento di quella che fu la più ampia maggioranza parlamentare mai avuta da un governo italiano. A dieci mesi di distanza da quel 14 dicembre dell’anno scorso, quando la spallata di Fini e dei suoi futuristi venne vanificata da un altro voto di fiducia (e dal voltafaccia sospetto di molti deputati), le truppe filo governative sono ormai ridotte ai minimi termini. Oggi a Montecitorio, il governo ha una maggioranza numericamente molto più fragile di quella sulla quale poteva contare al Senato il debole governo Prodi che l’ha preceduto. E molto più rissosa e divisa.
Parlando ieri alla Camera, Berlusconi si è giocato l’ultima carta: se cado io, ha detto, l’alternativa sono le elezioni. Il che per molti parlamentari significherebbe la definitiva uscita di scena. Ma il primo a non prendersi sul serio molto probabilmente è proprio lui. Sa fin troppo bene che dietro l’angolo c’è altro, il governo di “salvezza nazionale” invocato da Pierferdinando Casini e accettato dal Pd e dall’Italia dei Valori. Che non dispiacerebbe per niente a molti degli attuali alleati di Berlusconi, pronti a cambiare o a ricambiare casacca e a garantire il proprio voto al nuovo esecutivo. D’altra parte, la decisione di sciogliere le Camere è di esclusiva competenza del presidente della Repubblica obbligato a verificare se esistono maggioranze alternative. Berlusconi ne è consapevole (anche perché ricorda il governo Dini del 1994) e si rende conto di avere in mano una pistola ad acqua che non spaventa nessuno. Ma intanto tira a campare. Assomigliando ogni giorno di più ad un personaggio di Gabriel Garcia Marquez. Solo nel suo palazzo ormai disertato anche dalle bellezze a gettone, circondato da adulatori e postulanti che cercano di trarre gli ultimi vantaggi dal suo bisogno disperato di compagnia, aspetta la morte politica ormai imminente e ineluttabile. Il denaro, il potere ostentato, le lusinghe, il tentativo quasi maniacale di nascondere il declino fisico non bastano più ad allontanare lo spettro di una fine ingloriosa e triste. Così come non è sufficiente il tentativo di sopravvivere a se stesso e al proprio declino affidando la successione al delfino designato, forse l’unico vero amico rimastogli, sempre più simile a un soldato giapponese disperso nella giungla.
La prossima fermata potrebbe essere l’ultima, questione di giorni o di settimane poco importa. I giochi sono fatti.