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loscarafaggio

a pensar male si fa peccato, ma...

diario 8/10/2015


tra due mesi esatti avrà inizio il Giubileo straordinario. Ghiotta occasione per Roma. Soprattutto per quella parte della città che vive di affari, di appalti e di speculazioni. Quegli stessi affari, appalti e speculazioni che "l'ingenuo Marino" ha messo in discussione scoperchiando il malaffare nel quale erano coinvolti esponenti di primo piano delle precedenti giunte, del suo stesso partito (il Pd), delle cooperative e di parte del mondo imprenditoriale (con rispetto parlando) romano. Non sarà, allora, che tutta questa frenesia nel cercare di liberarsi di Ignazio Marino, le inchieste giornalistiche indipendenti condotte da quotidiani legati a costruttori e affaristi, nascondono la voglia di tornare allo status quo ante, all'epoca del "libero intrallazzo in libera giunta"?
Come diceva uno che di queste cose era esperto, a pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca


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l'erba del vicino è sempre più rossa

diario 8/7/2015


Che Beppe Grillo e Matteo Salvini cerchino di usare Tsipras è comprensibile. Così come si comprende che che non gliene freghi assolutamente alcunché che il diretto interessato abbia prontamente preso le distanze dai due. Che, invece, lo facciano alcuni personaggi che si dichiarano di sinistra lo è molto meno. Eppure nei giorni scorsi ad Atene, a sostenere la campagna per il no al referendum indetto dal leader greco c'era persino Niki Vendola. E, assieme a lui, molti dei capi e capetti dei tanti partitini che ostentano nel simbolo la falce e il martello e la definizione di comunista. I quali hanno finto di non accorgersi che a schierarsi per il no, oltre a Syriza, sono stati i neonazisti di Alba Dorata. Strana dimenticanza da parte di chi in Italia ha criticato aspramente Matteo Renzi per il Patto del Nazareno siglato con Silvio Berlusconi. Che avrà tanti difetti ma è sempre meglio di gente che si richiama al Terzo Reich.

Ma, d'altra parte, quella di accodarsi alla scia di personaggi ritenuti vincenti è una vecchia tradizione di una parte della sinistra nostrana che, in assenza di idee proprie si ritrova a cercare di cavalcare quelle altrui. Nel 1974, all'epoca della Rivoluzione dei Garofani che portò alla deposizione di Caetano in Portogallo, mettendo fine alla dittatura instaurata da Salazar, molti "rivoluzionari" di casa nostra si precipitarono a Lisbona per spiegare al colonnello Otelo Saraiva de Carvalho, leader della nuova giunta militare, come governare il paese. Furono cortesemente invitati a risalire sulle loro due cavalli e a tornarsene là da dove erano venuti. Ma non bastò a smorzarne gli entusiasmi: cinque anni dopo si rimisero in viaggio per andare a imparare la rivoluzione a Teheran, dove l'ayatollah Khomeini aveva appena instaurato una repubblica islamica. Ancora una volta vennero rispediti a casa.

Ma l'entusiasmo è duro a morire. Soprattutto se grazie ai social network ci si può esporre tranquillamente senza dover affrontare lunghi viaggi e brutte figure. Così, nel 2004 trovarono una ragione di essere in Zapatero, leader socialista spagnolo che veniva contrapposto come esempio di vero uomo di sinistra ai leader dell'Ulivo. Con il passare del tempo, però, anche Zapatero passò di moda e nel 2011 ad appassionare la sinistra italiana alla perenne ricerca di una causa da sposare arrivò il Movimiento 15-M, cioè gli Indignados spagnoli. Che, mentre i nostri affilavano le armi su Twitter e Facebook, scendevano in piazza contro il governo a guida socialista colpevole di non aver saputo risolvere i problemi del paese. L'anno dopo, il 2012, è stato l'anno della stella di Hollande, anch'egli socialista, eletto presidente della Repubblica francese con un programma di sinistra ben presto passato nel dimenticatoio e sostituito con uno più realistico. Tra il 2012 e i primi mesi del 2015 ad infiammare nuovamente gli animi dei sinistri nostrani, ecco Podemos (filiazione degli Indignados) e soprattutto Syriza di Alexis Tsipras. Il cui nome è stato anche utilizzato per una variegata lista elettorale che alle elezioni europee ha superato a fatica la soglia di sbarramento del 4 per cento e che pochi mesi dopo ha conosciuto defezioni e polemiche.

Personalmente non sono un fan di Matteo Renzi e del Pd. Ma non credo che una sinistra litigiosa, velleitaria e legata a vecchi schemi, che non è in grado di esprimere un progetto proprio limitandosi a rincorrere successi altrui e tutto ciò che si agita nel mondo, giusto o sbagliato che sia, possa avere l'ambizione di porsi come forza alternativa all'attuale coalizione di governo e al suo leader. Se questa è la capacità propositiva di ciò che resta della sinistra italiana mi tengo "er puzzone". Casomai posso sempre incazzarmi. Magari su Facebook, che si fa meno fatica. 

 

Io sto con Ignazio Marino

diario 29/6/2015

Stanno incazzati neri perché Ignazio Marino ha tagliato le fonti di finanziamento, quel fiume di quattrini che a Roma finanziavano un po' tutti, dalla destra alle correnti (o ai capi corrente) del Pd. Se potessero gli farebbero fare la fine di Giordano Bruno: al rogo in piazza Campo de' Fiori. Ma non possono. E allora si sono inventati il ritornello "si, è onesto, però è ingenuo e inadeguato". Che tradotto significa "è un coglione". Mentre loro, quei gentiluomini di campagna che hanno coperto le più squallide ruberie, loro sarebbero quelli intelligenti, quelli capaci. Che adesso si stanno preparando a regalare la città a qualche demente grillino o a qualche altro losco figuro. O,magari, a quell’Alfio Marchini, fascinoso discendente di una illustre e democratica famiglia di costruttori, il quale rivendica il proprio essere uomo di sinistra ma non disdegna – stando a notizie finora non smentite pubblicate da alcuni giornali – l’appoggio di Silvio Berlusconi e Matteo Salvini.

Che poi tutto tornerà come prima

le braghe della sinistra

diario 11/6/2012

 

Non ha dubbi Paolo Ferrero, segretario di quel che rimane di Rifondazione comunista: è arrivato il momento di “tirare su le braghe alla sinistra”. Braghe che si suppone siano invece state calate dal Pd e più ancora da Nichi Vendola pronto a partecipare alle primarie di coalizione del centrosinistra e ad avviare un percorso unitario con il partito di Pierluigi Bersani. Quindi quel che occorre fare adesso è “unire le forze che si oppongono al governo Monti da sinistra”. Detto così potrebbe anche sembrare che Ferrero e con lui i dirigenti della Federazione della sinistra facciano sul serio. Ma c’è un ma. Grande come una casa e anche di più: perché Ferrero il suo appello lo rivolge a un signore che con la sinistra, per sua stessa ammissione, poco ha a che vedere: tal Antonio Di Pietro da Montenero di Bisaccia leader e signore indiscusso dell’Italia dei Valori (anche perché chi prova a discutere viene messo ai margini o alla porta). Il quale negli ultimi mesi ha scoperto la sua vocazione di feroce oppositore del governo Monti e non ha perso occasione per accusare il Pd di inciuci e di altri misfatti.
Basta per farlo diventare “di sinistra”, come dice Ferrero, dimenticando che il suo nuovo compagno di strada è lo stesso che ha strenuamente difeso il prefetto Gianni De Gennaro dopo le turpi vicende del G8 di Genova?  Nell’ansia di trovare alleati per una forza politica che l’incapacità dei dirigenti ha escluso dal Parlamento, Ferrero deve aver riposto in un cassetto polveroso le parole di Tonino a difesa di Di Gennaro vittima della “vendetta della sinistra massimalista” che ne chiedeva la rimozione da capo della polizia, né più né meno quanto sostenevano Berlusconi, Fini e Casini all’epoca ancora alleati e amici. E si è dimenticato delle prese di posizione di Di Pietro a favore del reato di immigrazione clandestina voluto dalla Lega e all’allungamento dei tempi di detenzione in quei CPT che la sinistra ha sempre detto di voler chiudere. Così come – e in questo caso la memoria è davvero fallace – non si è ricordato che il capo dell’Idv, dopo gli scontri romani del 15 dicembre, ha prima detto (e poi smentito, secondo la miglior tradizione della politica di casa nostra) che servirebbe una sorta di nuova legge Reale per reprimere le violenze di piazza.
Se si tratti di vuoti di memoria o di puro calcolo elettorale nella convinzione che un accordo con l’Idv consentirebbe a una esangue Federazione della Sinistra di approdare nuovamente in Parlamento, Ferrero prima di porsi il problema delle alleanze dovrebbe fare uno sforzo assieme ai suoi compagni per comprendere che oggi non basta più opporsi per avere il consenso. Tanto più da quando all’orizzonte politico è apparso Beppe Grillo, sicuramente più abile di quanto non lo sia stata fino ad oggi la sinistra radicale ad intercettare il malcontento dei cittadini elettori, che c’è ed è ampiamente giustificato. Dovrebbe anche, ponendosi qualche domanda, riflettere sull’analisi del voto fatta in questi giorni dall’Istituto Cattaneo, secondo il quale proprio Idv e sinistra radicale sarebbero tra le forze politiche che cedono consensi al Movimento 5 Stelle. L’unione di due debolezze difficilmente fa una forza. Di questo passo, Paolo Ferrero, Oliviero Diliberto, Massimo Rossi e Cesare Salvi rischiano di far la fine dei quattro amici al bar di Gino Paoli. Ci sarà sempre qualcuno che preferisce andare con la donna al mare.

quante divisioni ha Saviano?

diario 3/6/2012

 

Chi ha ragione? Ezio Mauro che definisce una scemenza l’ipotesi di una “lista di Repubblica” alle prossime elezioni o Eugenio Scalfari che sullo stesso quotidiano ha giudicato “molto opportuna” la formazione “d’una lista civica apparentata con il Pd e rappresentativa del principio di legalità”, cioè una lista sponsorizzata dal gruppo editoriale che fa capo a Carlo De Benedetti?
Ad essere sinceri ci sarebbe da augurarsi che abbia ragione il primo, anche se tutto lascia pensare che sarà il secondo a prevalere e che nel marzo del prossimo anno assisteremo al debutto sulla scena politica di un altro pezzo di “società civile”, un articolo di gran moda in tempi di crisi dei partiti, a destra come a sinistra come, manco a dirlo, al centro dove si è in trepidante attesa delle decisioni di Luca Cordero di Montezemolo e della sua Italiafutura.
Intanto, qualcuno si è già esercitato –un po’ per dispetto e un po’ per vedere l’effetto che fa- a ipotizzare il nome del capolista del “partito di Repubblica”. Il primo a fare il nome di Roberto Saviano è stato Fabrizio Rondolino, già collaboratore di Massimo D’Alema da tempo in rotta di collisione con il Pd. Secondo il giornalista questa mossa servirebbe a Bersani per mettere all’angolo i “rinnovatori” di tutte le correnti interne e per garantirsi la candidatura a premier senza dover passare attraverso rischiose primarie . La stessa tesi che il giorno dopo ha sostenuto il Corriere della Sera che dava per acquisito il via libera all’operazione da parte di D’Alema e Veltroni, una volta tanto dalla stessa parte.
Ovviamente non poteva mancare la rettifica del diretto interessato, Roberto Saviano che, pur confermando di volersi impegnare in politica, ha negato di aver intenzione di candidarsi. Ma, come è noto, una smentita è una notizia data due volte. Soprattutto in politica.
In attesa di capire se il giovane scrittore napoletano amante di Ezra Pound e di Celine, deciderà di “scendere in campo” personalmente e di sapere chi saranno gli altri esponenti della società civile disposti a metterci la faccia, il pensiero non può non andare ai bei nomi messi in lista a suo tempo da Walter Veltroni, da Paola Binetti a Massimo Calearo, che si sono rivelati uno degli investimenti meno produttivi in assoluto per il centrosinistra. Ma se la speranza è che Pierluigi Bersani, uomo con i piedi ben piantati a terra, si tenga alla larga dagli special effects veltroniani, la sensazione è che l’operazione abbia il significato di una resa del Pd davanti alla crescente insofferenza dell’elettorato per le tradizionali forme partito e all’emergere di nuovi soggetti sulla scena politica. La “lista Repubblica” sarebbe l’equivalente delle liste civiche dietro le quali pensa di nascondersi il Pdl per non essere definitivamente spazzato via dalla scena. Quello del Pd sarebbe un modo per cercare di convogliare su un alleato “presentabile” i voti in libera uscita di parte del proprio elettorato e di recuperare almeno in parte quanti nel centrosinistra potrebbero essere tentati dalle sirene Di Pietro e Grillo. Ma, a questo punto, la domanda è: quante divisioni possono davvero schierare Saviano e Scalfari, quanti voti raccoglierebbero nella loro sporta? E quale prezzo rischierebbe di pagare il Pd a Carlo De Benedetti in termini di rinuncia alla propria sovranità se l’operazione avesse successo?

Aspettando la rivoluzione

diario 20/4/2012

 

In attesa che Silvio/Mandrake e Angelino/Lothar svelino a tutti noi la rivoluzione politica del secolo qualcuno, meno fantasioso ma con le spalle ben coperte, ha deciso di giocare d’anticipo lanciando un’idea altisonante. Pierferdinando Casini, ex doroteo allievo di Toni Bisaglia, ex forlaniano, tuttora democristiano doc ha annunciato lo scioglimento di fatto del suo partito destinato a costituire l’ossatura attorno alla quale far nascere il Partito della Nazione. Che non sarà una riedizione moderna della vecchia e mai rimpianta Dc ma, se possibile, qualcosa di peggio. Perché la nuova formazione politica che si propone di raccogliere sotto le sue bandiere l’Italia moderata si preannuncia come una sorta di partito delle corporazioni sotto lo sguardo benedicente del Vaticano.
Le prove tecniche le hanno già fatte quando, nei mesi passati, in molti hanno accolto l’appello di papa Ratzinger per un nuovo impegno dei cattolici nella vita pubblica del paese e i meno generici inviti del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei. Che, in un paese dove la stragrande maggioranza dei cittadini, oltre che dei politici, è di fede cattolica non avrebbero senso se non significassero che la ricreazione è finita ed è giunta l’ora di serrare i ranghi. Più volte rappresentanti del mondo sindacale, industriale, politico, bancario, del volontariato e dell’associazionismo cattolico si sono ritrovati per discutere di come mettere in pratica le sollecitazioni. Una platea variegata, che comprendeva esponenti dei diversi schieramenti parlamentari e organizzazioni spesso in guerra tra loro, come Comunione e Liberazione e Azione Cattolica, fino ad oggi apertamente in dissenso.
Ma non saranno certo questi dettagli a frenare il progetto quando la prospettiva è di far tornare sulla scena, come unico soggetto politico, ciò che i casi della vita (e quelli giudiziari) hanno separato. A questo già di per sé ampio parterre, si dovrebbe poi aggiungere qualche noto imprenditore tentato da uno scranno governativo o illuso di giocare da play maker e persino qualche laico, in versione foglia di fico, da spendere per poter negare di essere un partito confessionale, quale neppure la Dc nella sua lunga e travagliata storia è mai stata. Non è un caso che il primo a storcere il naso di fronte all’iniziativa di Casini sia stato il suo alleato Gianfranco Fini il quale si rende ben conto che il nuovo partito potrebbe segnare la fine del lungo percorso che lo ha portato ad affrancarsi dal retaggio fascista per approdare a posizioni, specie sui temi dei diritti, spesso sgradite alla chiesa e a quel mondo che, da un lato e dall’altro dell’emiciclo parlamentare, continua a ritenersi, prima di ogni altra cosa, democristiano.
Casini è un uomo abile, dotato di fiuto e di furbizia: ha saputo defilarsi al momento giusto, dopo aver capito che l’alleanza con Berlusconi lo avrebbe trascinato a fondo nel volgere di pochi anni. Ha intuito per tempo ciò che Fini ha compreso in ritardo, anche se poi è stata proprio la rottura di quest’ultimo con il leader del Pdl a determinarne la caduta e lo sfaldamento di un partito che oggi è dilaniato da sempre meno celate rivalità e faide interne.
Con la sua mossa il leader dell’Udc (che ha ancora nel Pdl buoni amici che gli hanno anticipato che qualcosa si stava muovendo) ha buttato sul tavolo il jolly, sperando di attirare i delusi alla Beppe Pisanu (anch’egli ex Dc, pur se proveniente da una corrente diversa) e anche qualche scontento del Pd, dove i malumori tra le due anime del partito sono ben visibili anche agli osservatori meno attenti.
Una mossa, insomma, da non sottovalutare perché se malauguratamente avesse successo potrebbe significare la nascita di un partito egemone, senza contrappesi a fermarne lo strapotere. Tanto più che mai come ora le opposizioni sono state tanto divise, con un Di Pietro che gioca a fare il Bossi “di sinistra” (e qui le virgolette sono necessarie), la Federazione della sinistra che non riesce ad esprimere un programma sensato che vada oltre il no a tutto e al contrario di tutto e Nichi Vendola che oscilla tra la tentazione governativa e la paura di perdere i consensi per ora virtuali che i sondaggi gli assegnano. Mentre il Pd, all’interno del quale si alzano le voci di quanti come Casini premono perché il governissimo dei tecnici non sia una esperienza da chiudere dopo il voto del 2013, si ritrova nuovamente a correre il rischio di affrontare una lunga campagna elettorale senza alleati. Che, forse, lo vedrà primo partito nel paese. Ma costretto o ad essere subalterno nel caso di una affermazione consistente del nuovo partito di Casini o ricattabile ed esposto ai capricci di compagni di strada inaffidabili, come ai tempi dell’Unione.
  

la strana etica del senatore Lusi

diario 9/3/2012

 

“Se parlo io succede un casino”. Tra le tante cose dette dal senatore Luigi Lusi nell’intervista a Servizio pubblico, la parodia di Samarcanda che Michele Santoro ci propina da anni con nomi diversi e adesso anche da emittenti diverse, probabilmente questa è la più significativa e quella che meglio definisce il personaggio in questione. L’ex tesoriere della Margherita e attuale senatore del Pd accusato di essersi intascato la discreta somma di tredici milioni di euro sottratti ai fondi del suo partito, lascia intendere che la melma è profonda, che non sarebbe lui l’unico a dover temere l’inchiesta della magistratura. Dice fingendo di non voler dire, secondo una tradizione consolidata di chi prova a salvare se stesso minacciando gli altri di vuotare il sacco, di fare quella che in termini processuali si chiama una chiamata di correo.
In genere non sono d’accordo con chi tende a fare di ogni erba un fascio mettendo nello stesso calderone politici per bene e politici mascalzoni, capaci e incapaci, onesti e disonesti. Ma certo ascoltare da un senatore della Repubblica parole che richiamano comportamenti di tipo mafioso non aiuta l’immagine di una classe politica ormai invisa a gran parte del paese. Se Lusi, come dice, è al corrente di vicende di malaffare parli. Racconti le sue verità ai magistrati, senza minacciare di farlo nel tentativo di alzare un polverone che copra le sue responsabilità personali. Se, come ha detto, “questa partita fa saltare il centrosinistra” ben vengano le sue rivelazioni, sempre che ne abbia. Meglio un bel botto che un brutto ricatto. Faccia i nomi, racconti i fatti. La magistratura verificherà, chi sarà chiamato in causa potrà difendersi, chi eventualmente ne uscirà sputtanato sarà costretto a farsi da parte una volta per tutte. Quello che non si può accettare è la logica del tutti colpevoli nessun colpevole. Né si può consentire che un solo uomo tenga sotto scacco una intera classe politica e, soprattutto, milioni di cittadini. Che hanno il diritto di sapere per chi votano. “Ero un esecutore” ha detto Lusi. Bene, ora faccia il nome dei mandanti. Faccia, se ha un minimo di rispetto per se stesso, quello che ha avuto il coraggio di fare persino un delinquente del calibro di Gaspare Spatuzza. O si rassegni a essere considerato un ladro di polli. Anche se molto costosi.

sette in un colpo

diario 2/3/2012

 

Si, si può fare. Parola di Silvio Berlusconi che ieri, a Bruxelles, ha ipotizzato per la prossima legislatura un governo politico a guida Mario Monti con un esecutivo composto non più da professori ma direttamente da esponenti dei tre partiti (Pdl, Pd, Terzo Polo) che in questa fine di legislatura sostengono il governo in carica. Mossa inattesa che, nelle intenzioni di Berlusconi, dovrebbe servire a sparigliare le carte e a rafforzare la sua traballante leadership.
In sostanza, il nostro redivivo ha colto l’occasione per cercare di mettere il cappello sull’esecutivo Monti, presentandolo come una prosecuzione di quello precedente. Il professore sarebbe, secondo Berlusconi, niente altro che colui che starebbe realizzando quel programma che il leader del Pdl avrebbe voluto portare a termine ma che qualcuno (Bossi, ad esempio, o gli ex An) non gli avrebbe consentito di fare. Il tentativo, quindi, è quello di far credere agli italiani che in fondo Monti sarebbe un Berlusconi più educato. E che il consenso di cui godrebbe secondo i sondaggi il governo dei professori andrebbe trasferito pari pari su di lui, che ha avuto “l’eleganza”, come ha detto più volte, di farsi da parte “per senso di responsabilità”, tacendo sul fatto che se non l’avesse fatto l’Italia oggi starebbe peggio della Grecia e il suo partito non esisterebbe più.
Ma dietro le parole di Berlusconi non c’è solo questo. In quella frase di poche parole si nasconde ben altro. Come il tentativo di accrescere le difficoltà del Pd, il cui segretario Pierluigi Bersani si trova a dover fronteggiare la fronda dell’ala montiana del partito capeggiata da Walter Veltroni. Il no di Bersani alle avances berlusconiane è stato netto, ma si può stare sicuri che qualcuno nei prossimi giorni (magari a ridosso delle amministrative) si mostrerà più disponibile.
Nel frattempo, il si entusiasta di Pierferdinando Casini apre un nuovo solco tra Pd e Terzo Polo rendendo sempre più complicato un accordo anche solo elettorale tra le due formazioni politiche. E questo è un altro effetto dell’apertura di ieri.
E non basta ancora. Le parole di Berlusconi rappresentano un segnale chiaro in almeno altre due direzioni: agli ex alleati della Lega e ai duri e puri del Pdl, quei pasdaran che hanno mal digerito la rinuncia obbligata al governo e che premono per una rivincita in tempi brevi. Ai primi Berlusconi ha sostanzialmente fatto capire che hanno tempo un anno per tornare a più miti consigli se non vogliono correre il rischio di correre da soli alle elezioni politiche del 2013 con la prospettiva di vedere molto ridimensionata la propria presenza in Parlamento. Minaccia che in altri tempi avrebbe lasciato indifferenti gli uomini di via Bellerio ma che oggi arriva a un gruppo dirigente che ha mostrato di essere molto sensibile alle lusinghe del potere e al fascino dei consigli di amministrazione. Ai secondi ha fatto arrivare chiaro e forte il messaggio di stare calmi e di non tirare troppo la corda perché alla fine chi comanda è sempre lui. Quindi, niente scherzi in Parlamento e niente più fronde. Diversamente arriverà anche per loro, al momento della compilazione delle liste elettorali, la resa dei conti.
Per Berlusconi presentarsi con il nuovo vestito istituzionale, poi, può significare anche altro. Del tipo, io garantisco la governabilità di questo paese, voi datemi una mano ad uscire dai casini in cui mi trovo, cioè quei processi che la magistratura milanese ostinatamente porta avanti. D’altra parte, dopo la prescrizione al processo Mills, era stato uno dei suoi fedelissimi, Fabrizio Cicchitto, a lasciare intendere senza equivoci che la sentenza aveva salvato il governo Monti. Se vorrà salvarsi anche in futuro, il professore dovrà fare in modo che il suo predecessore conservi la fedina penale pulita. Se non è la richiesta di una ennesima legge ad personam è quanto di più simile si riesca ad immaginare.
L’uscita dalle vicende giudiziaria potrebbe anche consentire a Berlusconi di puntare al bersaglio grosso. Il prossimo Parlamento avrà tra i primi impegni quello di eleggere il nuovo inquilino del Quirinale. Rilanciando oggi l’operazione Monti e quella responsabilità condivisa che è stata il cavallo di battaglia di Giorgio Napolitano fin dall’inizio del suo settennato, Berlusconi rivendica a sé l’eredità politica del capo dello Stato proponendosi come il suo naturale successore. Un sogno che al momento sembra destinato a rimanere tale, anche se le risorse dell’uomo non vanno sottovalutate.
Quando ero bambino mi piaceva una favola che si intitolava “Sette in un colpo”. Guarda caso sette, proprio come gli obiettivi di Berlusconi. Era la storia di un villano il cui unico atto di eroismo era stato schiacciare sette mosche in una volta sola. Ne era così orgoglioso che aveva chiesto alla madre di ricamare su una bandierina la frase “sette in un colpo”. Se la portava in giro con l’orgoglio di un guerriero. Tanto che un re, ancor più ingenuo di lui, si convinse di avere davanti un uomo coraggioso come pochi e lo volle come genero. C’è da sperare che il finale questa volta sia diverso e che al nostro restino in mano solo sette mosche. E nulla più.
 

Genova per noi

diario 13/2/2012

Ripropongo per chi lo avesse perso il bell'articolo di Aldo Cazzullo su Genova pubblicato dal Corriere della Sera. Spiega più di tante chiacchiere quello che sta accadendo nella sinistra del capoluogo ligure ma, soprattutto, come è cambiata la città.

Genova, introversa e ribelle
La città che somiglia al paradiso (ma conta sempre meno)

 

Genova è risorta. Si è ripresa il mare, ha restaurato i palazzi. Non si è mai vissuto così bene, non è mai stata così bella. Peccato non conti quasi più nulla. Il «quasi» è obbligatorio per tre motivi. Da Genova, nel suo palazzo tra la Cattedrale e i carrugi, il cardinale Angelo Bagnasco governa la Chiesa italiana, dividendosi con Roma. A Genova, nella sua Fondazione a picco sul mare, uno dei più importanti architetti del mondo, Renzo Piano, progetta la modernità, dividendosi con Parigi e New York. E a Genova c'è il porto. Meglio, Genova è il porto del Nord Italia, lo sbocco al mare della Lombardia, l'affaccio di Milano al Mediterraneo. E il porto, con i suoi tanti volti - i container e l'acquario, i bacini di carenaggio e le crociere, i camalli e i traghetti per il Nord Africa -, resta il motore dell'economia di Genova, il suo ancoraggio al mondo, il fattore che definisce la sua identità.
Per il resto, la città non ha più il peso demografico e industriale che aveva. Da 900 a 600 mila abitanti in trent'anni; record di centenari, riuniti dal sindaco in una festa molto affollata; pochi i giovani, e metà sono stranieri. La storia ha finito per gemellare Genova con Torino. Per secoli le due città si sono avversate, un po' come oggi Roma e Milano. Torino era Roma: la corte, la politica, la burocrazia. Genova era Milano: le banche, il lavoro, i commerci. Paolo Conte ha raccontato lo spaesamento - passati gli Appennini - del piemontese, per cui «i gamberoni rossi sono un sogno»; e «che paura ci fa quel mare scuro che si muove anche di notte e non sta fermo mai». «Genova: industria pubblica e operai scontenti» diceva l'Avvocato Agnelli. Ora l'industria ha chiuso o traslocato. Anche Genova si è imborghesita. Ha ritrovato una sua dolcezza di vivere. E ha stemperato la sua durezza caratteriale e ideologica. Da sempre, questa è la città più di sinistra d'Italia. A Bologna la sinistra è sistema, potere, denaro, coop. Qui è ribellione. Si spiega anche così la clamorosa vittoria alle primarie del marchese comunista Marco Doria, e la disfatta del Pd. Genova è stata repubblicana quando l'Italia era monarchica, antifascista o almeno scettica ai tempi del Duce, comunista nell'era della Dc; i Savoia per riprenderla nel 1849 dovettero cannoneggiarla dal mare, nel luglio '60 i portuali spezzarono l'alleanza tra la Dc e la destra, durante il G8 i genovesi si schierarono apertamente con i manifestanti. A garantire la Genova borghese e cattolica provvidero nel dopoguerra Paolo Emilio Taviani, partigiano atlantico, storico ministro dell'Interno, e il cardinale Giuseppe Siri, Papa mancato, capo dell'ala destra della Chiesa italiana.
Tra i carrugi con il cardinale
Da Siri fu consacrato sacerdote - nel 1966, a ventitré anni - Angelo Bagnasco, ora arcivescovo di Genova e capo dei vescovi italiani. «In privato, Siri era un uomo dolce, attento al rapporto umano. Veniva a trovarci in seminario ogni mercoledì. Quando ho detto messa per gli operai della Fincantieri, 750 posti di lavoro a rischio, i delegati della Fiom mi hanno parlato di Siri con gratitudine. Ancora si racconta di quando salvò il porto e le fabbriche, durante e dopo la guerra».
Con Bagnasco passiamo una mattinata tra i carrugi: il quartiere dov'è cresciuto, la chiesa della prima comunione, i palazzi costruiti sulle macerie dei bombardamenti tra cui giocava a guardie e ladri, la fabbrica di dolci dove il padre lavorò fino a 78 anni - «sotto Natale e Pasqua non tornava a casa neppure la notte, turni continui per fare panettoni e colombe» -, il vicolo delle prostitute: «De André nelle sue canzoni ne ha dato una visione consolatoria, rassegnata. Invece non dobbiamo rassegnarci». Anche a Bagnasco, come a Siri, capita di essere fermato per strada dai genovesi che vogliono ringraziarlo. Sono i beneficiati dal welfare finanziato dalla Curia con i 960 mila euro dell'8 per mille e costruito dalla Caritas e da 27 gruppi di volontari. Chi mantiene il cinquantenne rimasto senza lavoro. Chi accoglie il padre separato messo fuori casa. Chi insegna agli anziani a evitare gli sciacalli che comprano appartamenti a 500 euro il metro per rivenderli al decuplo. Chi diffonde la guida stampata da Sant'Egidio: «Dove dormire, dove mangiare, dove scaldarsi». Chi, come l'oncologa Maria Vittoria Mari, apre ambulatori per i figli dei poveri, e compra all'ingrosso sacchi di frutta e verdura per le madri straniere, cui non viene il latte per la cattiva alimentazione.
Spiega il cardinale di non avere nulla in contrario alla costruzione di una moschea, su cui Genova litiga da anni. Fa notare che una piccola moschea c'è già, dietro una serranda, accanto alla meravigliosa chiesa romanica di San Donato. Aggiunge che la Chiesa non è un ente assistenziale, ma aiuta gli ultimi perché il loro volto, segnato dal bisogno e dagli errori, è il volto di Dio. I parrocchiani lo guardano adoranti. Gli studenti della facoltà di architettura, dove prosegue la visita pastorale, lo fissano attoniti. Ad accoglierlo ci sono professori e burocrati. I giovani restano nelle aule. Lui passa a salutarli, qualcuno si avvicina, qualcuno ridacchia, qualcuno sbuffa. Il cardinale dice: «Fate un lavoro importante, la bellezza delle vostre opere ci conferma l'esistenza del Signore». Gli studenti non hanno l'aria di aver capito.
Nello studio dell'Architetto
Neppure Renzo Piano ha capito se è stata Genova a fare i genovesi, o i genovesi a fare Genova. La verità, dice, sta nel mezzo. La città è sottovalutata. La si dice avara, in realtà è parsimoniosa: una virtù, nell'età del consumismo. Più che diffidente, è prudente: un pregio, in un Paese credulone. Può sembrare chiusa, forse è solo riservata. Certo, per quanto il porto antico ridisegnato appunto da Piano sia ora un moltiplicatore di turismo, Genova non è il massimo dell'accoglienza. Sulle toilette di molti bar è scritto «GUASTO»; funzionano benissimo, ma prima devi consumare, poi ti daranno le chiavi. La città invecchia e la sera va a letto presto, allo storico cinema Ariston l'ultimo spettacolo è alle 21 e 15, pure in posti chic come l'enolibreria di via san Lorenzo ti portano il conto anche se non richiesto, dopo le undici le focaccerie chiudono e si mangia solo kebab. Dice però il suo architetto che Genova non è ruvida; è timida. Introversa. La ricchezza mai esibita, la bellezza spesso nascosta, nei cortili, negli arredi. Il centro storico non è tutto uffici come altrove, la gente ci vive e soprattutto convive, i ricchi al piano alto e i poveri al mezzanino, gli spacciatori in via del Campo e i professionisti nella parallela. I genovesi assomigliano alla loro città: non sono facili. Possono essere crudeli: i pisani lasciati morire di stenti e sepolti nel campo che ne porta il nome, i mendicanti imbarcati su navi affondate al largo, i telai dei concorrenti lionesi comprati per essere bruciati; da qui il grido dei veneziani, «genovesi mangiatevi il cuore se ancora l'avete!». Però possono comporre melodie più durature del tempo, come Ivano Fossati acclamato al Carlo Felice per l'ultimo concerto, come Fabrizio De André che con Piano andava in barca, come Gino Paoli con cui Piano è stato negli scout. Tutta gente di poche parole. «Mio padre, da genovese doc, non parlava quasi mai - ricorda l'architetto -. Però ogni domenica, dopo la messa, voleva andare al porto. Uno spettacolo di pietra e di acqua. Non c'erano i container. Gli oggetti volavano. Le automobili in braccio alle gru. Un capolavoro dell'effimero: tutto vola o galleggia, nulla tocca terra; ti viene voglia di costruire per sfidare la legge di gravità. Per questo c'è un po' di Genova in tutto quello che faccio».
Al porto con i camalli
Il primo giorno di lavoro alla Compagnia Unica, nel 1974, ad Antonio Benvenuti furono forniti i guanti, una tuta normale, una tuta da ghiaccio, una cappotta per i sacchi, una zappetta per i pacchi di caffè, un gancio normale, un gancio lungo per il caucciù e le carni (e gli scontri con la Celere), la tessera della Cgil e quella del Pci. Benvenuti rifiutò solo quest'ultima: dal partitone era già uscito, in quanto antiberlingueriano e leninista. Oggi è il console dei camalli (dall'arabo hamal , portatore), erede del leggendario Paride Batini. Nella sala chiamate ci sono ancora i ritratti di Lenin, Togliatti, Di Vittorio e Guido Rossa; ma i camalli oggi vengono qui solo per sfidarsi sul ring della savate, la boxe francese. Le convocazioni arrivano via sms, 364 giorni l'anno, tutti tranne il primo maggio. Domani sera fanno il karaoke. Racconta il console che qualcuno vota Berlusconi, altri Lega.
Negli Anni 70, il porto di Genova era pubblico e aveva 5 mila dipendenti, più 10 mila camalli. Quando nel '94 la gestione fu privatizzata, lo Stato si accollò debiti per centinaia di miliardi di lire. Ora i 15 terminal privati - del carbone, del sale, dell'alluminio... - hanno meno di duemila addetti, i camalli sono poco più di mille, e i conti sono in attivo. La fine del monopolio della Compagnia Unica ha invertito il declino. Raggiunta Marsiglia, superata Barcellona, Genova sta tornando il primo porto di destinazione finale del Mediterraneo (Valencia e Algeciras guidano la classifica dei porti di transito). Racconta il presidente, Luigi Merlo, che sono iniziati i lavori per raddoppiare i volumi, da 2 a 4 milioni di container: si scava il mare e si costruiscono nuovi piazzali. Già si litiga sulla nuova diga foranea, che dovrebbe sottrarre spazio al Mediterraneo e proiettare la città ancora più al largo. E a giugno partirà il fatidico terzo valico: previsti otto anni di lavori per abbreviare il viaggio delle merci verso Nord.
Attorno al porto, c'è un mondo. L'Accademia del mare, dove i diplomati del nautico studiano da capitani. Cinque bacini per riparare le navi. Il grattacielo in costruzione della Msc, i concorrenti della Costa, che ha scelto Savona e peggio per lei. Il quotidiano L'avvisatore marittimo (è arrivato un bastimento carico carico di...). Il fenomeno dell'acquario. Eataly. Il galeone del film «Pirati» di Polanski e la nave di «Love boat». Trentamila posti di lavoro nell'indotto.
Fuori dal porto, c'è una città in crisi, come il resto del Paese. Della Finsider e dell'Ansaldo restano aziende ad alta tecnologia, talora però amministrate da fuori. L'altoforno di Cornigliano, dove il brigatista Riccardo Dura sognava di gettare vivi i capisquadra, ora è spento, in attesa della riconversione a freddo gli operai sono cassintegrati. I 750 della Fincantieri di Sestri tengono in ostaggio una nave da crociera commissionata dagli americani dell'Oceania: la consegneranno quando avranno la garanzia che lo stabilimento non chiude; altrimenti minacciano di bloccare il festival di Sanremo, «i compagni Morandi e Celentano capiranno». Racconta Sergio Cofferati di aver visto, per la prima volta in vita sua, i commercianti scioperare con gli operai: se chiude la fabbrica, è finita per tutti.
L'«ex sindaco»
«Se non cambia, questa città ha dieci anni di vita» dice il sindaco in carica, Marta Vincenzi, figlia di un operaio dell'Ansaldo. Sfidata alle primarie da un'altra donna, anche lei del Pd, la senatrice Roberta Pinotti, figlia di un operaio dell'Enel. Battute entrambe dall'outsider Marco Doria. Una sorta di suicidio collettivo del Pd. La Vincenzi è molto simpatica. Porta prodigiosamente i suoi 64 anni. Però ha in parte dilapidato un patrimonio di popolarità, pasticciando un po' su tutto, dalla moschea alla Gronda, la nuova tangenziale. Opere necessarie, ma non amate. Se poi il sindaco propone ogni volta un luogo e un percorso diversi, i nemici si moltiplicano. Ha pure litigato con il boss locale e presidente della Regione, Claudio Burlando, figlio di un camallo, che non l'ha mai amata. Il resto l'ha fatto l'alluvione. Sei vittime, tutte femmine, due bambine e quattro donne: «Le porterò per sempre sulla coscienza» disse la Vincenzi. Si vota a maggio. Doria avrà forse come avversario Enrico Musso. Chiunque vinca, avrà punti fermi cui aggrapparsi. I grandi ospedali, il Gaslini per i piccoli e il San Martino per i vecchi. Marassi, lo stadio all'inglese. La Carige, che è rimasta la banca di Genova. Palazzo Ducale, dove la mostra su Van Gogh e Gauguin è prorogata a furor di visitatori. Lo Stabile, con il teatro della Corte e il Duse. E una bellezza appartata, silenziosa, da ammirare dai colli a strapiombo su cui si sale in ascensore. «Quando mi sarò deciso d'andarci, in paradiso, ci andrò con l'ascensore di Castelletto» scriveva Giorgio Caproni. Per De Andrè, invece, il paradiso era al primo piano delle case di via del Campo. Di sicuro, per i genovesi, il paradiso è da qualche parte nella loro città.
Aldo Cazzullo
http://blog.aldocazzullo.it

la foglia di fico

diario 6/12/2011

 

La manovra economica del governo Monti non mi piace. Non ne condivido la filosofia di fondo e il fatto che ancora una volta si è scelta la strada più facile, quella di andare a colpire quei ceti medi produttivi che costituiscono l’ossatura del paese e che negli ultimi anni hanno dovuto supplire, mettendo mano al portafoglio, alle carenze di uno stato che si è dimostrato non in grado di avviare politiche economiche degne di questo nome e di arginare una crisi che non è nata tre settimane fa o l’estate scorsa ma ha radici più lontane. Una crisi che il governo di Silvio Berlusconi ha pervicacemente negato per tre anni tacciando quanti ne parlavano come anti italiani, menagramo e altre idiozie del genere. Salvo poi ritrovarsi travolto, lui e il suo governicchio di prestigiatori da dopolavoro, da una realtà negata fino all’ossessione.
Non mi piace la manovra, dicevo, anche se credo che le cose non potessero andare diversamente. Per vari motivi. Primo fra tutti il fatto, evidente, che essendo il governo frutto di un compromesso tra forze politiche lontane tra loro anni luce Mario Monti non poteva certo (ammesso e non concesso che fosse nelle sue corde) fare diversamente. Doveva cercare di accontentare gli “azionisti di maggioranza” – Pd e Pdl – o quantomeno non scontentarli troppo. Lo ha fatto, forte di una emergenza reale e dell’appoggio non disinteressato delle istituzioni europee. Che poi siano loro a vedersela con i loro elettori. Monti non ha un partito, non credo cerchi riconferme, se ne frega altamente se tra diciotto mesi qualcuno pagherà un prezzo in termini elettorali per averlo sostenuto. Al più, la sua ambizione potrebbe essere quella di succedere al suo “padrino” politico ovvero Giorgio Napolitano. E, forse, non sarebbe nemmeno la peggiore delle ipotesi.
Oggi sa di ipocrisia il lamento di chi nei due maggiori partiti dice che si aspettava altro. Mario Monti è stato chiamato per fare il lavoro sporco. Il suo governo è la foglia di fico dietro la quale si nascondono coloro che non hanno avuto il coraggio o la forza di decidere quando ne hanno avuto l’opportunità. Il governo dei tecnici, gente che tra diciotto mesi tornerà nella stragrande maggioranza dei casi alla propria occupazione, a questo serve. Non è stata commissariata la politica. La politica ha scelto di farsi commissariare per comodità, per becero calcolo di comodo. In questo gioco delle parti l’unico coerente (e vincente) è Pierferdinando Casini che ha avuto il coraggio di scindere le proprie responsabilità da Berlusconi quando ancora il cavaliere sembrava invincibile e che oggi non finge uno scontento che non prova ma si schiera apertamente a sostegno di Monti.
Tra gli ipocriti, tanto per cambiare, un posto in prima fila lo merita anche la Conferenza episcopale italiana che oggi ci ha fatto sapere tramite monsignor Giancarlo Bregantini che la manovra “poteva essere più equa”. Vero, come negarlo? Certo sarebbe stato bello se per una volta la Chiesa avesse anche dato un segnale di reale partecipazione alle sorti del paese, magari rinunciando ai lauti finanziamenti alle scuole private cattoliche che già possono contare sulle rette degli studenti o alla esenzione dell’Ici per le strutture ecclesiastiche non destinate ad attività religiose. Sarebbe stato sufficiente dirlo che tanto si sa che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Ma non ci hanno neppure provato. Alla faccia dell’equità.
E, sempre parlando di ipocriti non sfugge neppure Antonio Di Pietro che per puro calcolo elettorale e sicuro del fatto che anche senza i voti dell’Idv il governo avrà la maggioranza per andare avanti, minaccia di sbattere la porta come un Bossi qualsiasi, leader di un partito condominiale che proclama la morte dell’Italia senza avere il coraggio (che un anno e mezzo passa presto e c’è il rischio che qualcuno a tempo debito gli rinfacci l’ennesimo voltafaccia) di rispolverare la secessione accontentandosi di una più blanda “indipendenza condivisa” della Padania. Cioè un bel nulla.
Piaccia o non piaccia la manovra facciamocene una ragione, questa è e questa sarà anche dopo il voto delle Camere, nonostante gli scioperi e le manifestazioni dei sindacati. Che, grazie alla sapiente regia del segretario della Cisl Bonanni per un triennio guardaspalle del governo Berlusconi e degli innovatori alla Marchionne, arrivano all’appuntamento indeboliti e divisi. L’unica speranza vera di discontinuità con il precedente governo che possiamo avere oggi è nei comportamenti, nel rapporto del governo con le altre istituzioni repubblicane, nel rispetto anche formale dei ruoli, delle leggi e della Costituzione, nel ristabilire regole di convivenza in un paese che Berlusconi e i suoi hanno portato al degrado totale.