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loscarafaggio

quante divisioni ha Saviano?

diario 3/6/2012

 

Chi ha ragione? Ezio Mauro che definisce una scemenza l’ipotesi di una “lista di Repubblica” alle prossime elezioni o Eugenio Scalfari che sullo stesso quotidiano ha giudicato “molto opportuna” la formazione “d’una lista civica apparentata con il Pd e rappresentativa del principio di legalità”, cioè una lista sponsorizzata dal gruppo editoriale che fa capo a Carlo De Benedetti?
Ad essere sinceri ci sarebbe da augurarsi che abbia ragione il primo, anche se tutto lascia pensare che sarà il secondo a prevalere e che nel marzo del prossimo anno assisteremo al debutto sulla scena politica di un altro pezzo di “società civile”, un articolo di gran moda in tempi di crisi dei partiti, a destra come a sinistra come, manco a dirlo, al centro dove si è in trepidante attesa delle decisioni di Luca Cordero di Montezemolo e della sua Italiafutura.
Intanto, qualcuno si è già esercitato –un po’ per dispetto e un po’ per vedere l’effetto che fa- a ipotizzare il nome del capolista del “partito di Repubblica”. Il primo a fare il nome di Roberto Saviano è stato Fabrizio Rondolino, già collaboratore di Massimo D’Alema da tempo in rotta di collisione con il Pd. Secondo il giornalista questa mossa servirebbe a Bersani per mettere all’angolo i “rinnovatori” di tutte le correnti interne e per garantirsi la candidatura a premier senza dover passare attraverso rischiose primarie . La stessa tesi che il giorno dopo ha sostenuto il Corriere della Sera che dava per acquisito il via libera all’operazione da parte di D’Alema e Veltroni, una volta tanto dalla stessa parte.
Ovviamente non poteva mancare la rettifica del diretto interessato, Roberto Saviano che, pur confermando di volersi impegnare in politica, ha negato di aver intenzione di candidarsi. Ma, come è noto, una smentita è una notizia data due volte. Soprattutto in politica.
In attesa di capire se il giovane scrittore napoletano amante di Ezra Pound e di Celine, deciderà di “scendere in campo” personalmente e di sapere chi saranno gli altri esponenti della società civile disposti a metterci la faccia, il pensiero non può non andare ai bei nomi messi in lista a suo tempo da Walter Veltroni, da Paola Binetti a Massimo Calearo, che si sono rivelati uno degli investimenti meno produttivi in assoluto per il centrosinistra. Ma se la speranza è che Pierluigi Bersani, uomo con i piedi ben piantati a terra, si tenga alla larga dagli special effects veltroniani, la sensazione è che l’operazione abbia il significato di una resa del Pd davanti alla crescente insofferenza dell’elettorato per le tradizionali forme partito e all’emergere di nuovi soggetti sulla scena politica. La “lista Repubblica” sarebbe l’equivalente delle liste civiche dietro le quali pensa di nascondersi il Pdl per non essere definitivamente spazzato via dalla scena. Quello del Pd sarebbe un modo per cercare di convogliare su un alleato “presentabile” i voti in libera uscita di parte del proprio elettorato e di recuperare almeno in parte quanti nel centrosinistra potrebbero essere tentati dalle sirene Di Pietro e Grillo. Ma, a questo punto, la domanda è: quante divisioni possono davvero schierare Saviano e Scalfari, quanti voti raccoglierebbero nella loro sporta? E quale prezzo rischierebbe di pagare il Pd a Carlo De Benedetti in termini di rinuncia alla propria sovranità se l’operazione avesse successo?

elezioni, c'è poco da stare allegri

diario 8/5/2012

 

Come il commissario Rock della brillantina Linetti, capita anche a Giorgio Napolitano di commettere qualche errore. Uomo di grande esperienza politica, al quale va il merito di aver impedito che il legame tra cittadini e istituzioni si logorasse definitivamente in questo ultimo quinquennio, il presidente della Repubblica non può non ricordare che, giusto una ventina di anni fa, un suo predecessore al Colle, Francesco Cossiga cercò di dare una scossa alla politica dell’epoca, in crisi come oggi. Il 5 aprile 1992 si erano svolte le elezioni per il rinnovo delle Camere e la Lega, che fino a pochi giorni prima poteva contare su un solo parlamentare (il Senatur Umberto Bossi) e una base elettorale che non arrivava ai duecentomila voti, era arrivata a sfiorare i quattro milioni di consensi. Un terremoto certo più devastante, per i partiti, di quanto non siano i risultati delle amministrative di ieri che peraltro hanno riguardato solo un quinto dell’elettorato. Cossiga decise di rimettere il mandato con un paio di mesi di anticipo sulla scadenza naturale, sperando che il suo gesto costringesse le forze politiche tradizionali a una seria riflessione sulle ragioni di quanto stava accadendo nel paese.
A Napolitano non avrebbe senso chiedere un gesto simile a quello di Cossiga. Ma certo gli si può suggerire di evitare di cavarsela, di fronte ai risultati delle urne e all’emergere di nuovi soggetti politici e soprattutto davanti alla conferma della disaffezione degli elettori rispetto a certe forme e rituali della politica (per non parlare degli scandali che hanno riguardato indistintamente forze di maggioranza e di opposizione) con una battuta. “Il solo boom che ricordo è quello degli anni Sessanta”, ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano un commento sui risultati delle liste del Movimento 5 Stelle. Un errore, anche perché consente al battutista genovese di replicare a modo suo.
Quanto al voto di ieri, è sinceramente difficile capire il perché dell’esultanza della sinistra. Gli unici elementi positivi sono la disfatta del Pdl e il tracollo soprattutto in Lombardia della Lega. Per il resto sarà anche vero che il Pd ha tenuto, ma ad un prezzo molto alto come è stato quello di doversi presentare in molti casi agli elettori con candidati improbabili imposti da primarie “taroccate” come è avvenuto a Palermo con il giovane Ferrandelli che ha battuto Rita Borsellino grazie all’appoggio di Raffaele Lombardo. O come a Genova dove è stato costretto (come già a Milano un anno fa) a digerire la scelta di un outsider come Marco Doria, un ex comunista senza tessera dalle caratteristiche simili a quelle di Pisapia. Né hanno motivo di gioire quanti interpretano il buon risultato e la probabile elezione di Leoluca Orlando a sindaco di Palermo come una rivincita della politica “buona”. Orlando, candidatosi contro la volontà del suo leader Antonio Di Pietro, tutto può essere definito tranne che “nuovo”: già sindaco democristiano del capoluogo siciliano, ottenne un secondo mandato come candidato della Rete, una invenzione politica del gesuita padre Pintacuda, suo mentore. Si parlò di “primavera palermitana”, anche se probabilmente a non essere d’accordo con questa definizione era Giovanni Falcone che da Orlando venne attaccato con l’accusa di nascondere nei cassetti le carte che accusavano politici siciliani e non (leggi Andreotti) di rapporti con la mafia.
Se qualcuno ha motivo di essere contento sono solo i giovani “grillini”, chiamati ora a confrontarsi con la dura realtà. Dovranno dimostrare di non essere l’ennesimo fuoco di paglia, la calamità dell’insofferenza dei cittadini e contribuire a governare le loro città. Qualcosa di più serio e complesso che non sparare insulti e slogan ad effetto da un palco, come ha fatto fino ad oggi il loro leader.
Da ultimo, tra gli scontenti figurano a buon diritto il presidente del Consiglio Mario Monti e quegli esponenti del governo tecnico che fino a ieri coltivavano ambizioni politiche. Il testo elettorale ha nettamente bocciato queste ultime e ha esposto il governo senza maggioranza propria al rischio di “tirare a campare” schiacciato tra la voglia del Pd di incidere maggiormente sulle scelte dell’esecutivo e la tentazione dei berluscones del Pdl di far pesare ancor più di quanto abbiano fatto finora i propri voti in parlamento. Sapendo che sarà la loro ultima occasione perché nel prossimo saranno minoranza. Anche se, come diceva il Trap, è sempre meglio “non dire gatto se non l’hai nel sacco”.

sette in un colpo

diario 2/3/2012

 

Si, si può fare. Parola di Silvio Berlusconi che ieri, a Bruxelles, ha ipotizzato per la prossima legislatura un governo politico a guida Mario Monti con un esecutivo composto non più da professori ma direttamente da esponenti dei tre partiti (Pdl, Pd, Terzo Polo) che in questa fine di legislatura sostengono il governo in carica. Mossa inattesa che, nelle intenzioni di Berlusconi, dovrebbe servire a sparigliare le carte e a rafforzare la sua traballante leadership.
In sostanza, il nostro redivivo ha colto l’occasione per cercare di mettere il cappello sull’esecutivo Monti, presentandolo come una prosecuzione di quello precedente. Il professore sarebbe, secondo Berlusconi, niente altro che colui che starebbe realizzando quel programma che il leader del Pdl avrebbe voluto portare a termine ma che qualcuno (Bossi, ad esempio, o gli ex An) non gli avrebbe consentito di fare. Il tentativo, quindi, è quello di far credere agli italiani che in fondo Monti sarebbe un Berlusconi più educato. E che il consenso di cui godrebbe secondo i sondaggi il governo dei professori andrebbe trasferito pari pari su di lui, che ha avuto “l’eleganza”, come ha detto più volte, di farsi da parte “per senso di responsabilità”, tacendo sul fatto che se non l’avesse fatto l’Italia oggi starebbe peggio della Grecia e il suo partito non esisterebbe più.
Ma dietro le parole di Berlusconi non c’è solo questo. In quella frase di poche parole si nasconde ben altro. Come il tentativo di accrescere le difficoltà del Pd, il cui segretario Pierluigi Bersani si trova a dover fronteggiare la fronda dell’ala montiana del partito capeggiata da Walter Veltroni. Il no di Bersani alle avances berlusconiane è stato netto, ma si può stare sicuri che qualcuno nei prossimi giorni (magari a ridosso delle amministrative) si mostrerà più disponibile.
Nel frattempo, il si entusiasta di Pierferdinando Casini apre un nuovo solco tra Pd e Terzo Polo rendendo sempre più complicato un accordo anche solo elettorale tra le due formazioni politiche. E questo è un altro effetto dell’apertura di ieri.
E non basta ancora. Le parole di Berlusconi rappresentano un segnale chiaro in almeno altre due direzioni: agli ex alleati della Lega e ai duri e puri del Pdl, quei pasdaran che hanno mal digerito la rinuncia obbligata al governo e che premono per una rivincita in tempi brevi. Ai primi Berlusconi ha sostanzialmente fatto capire che hanno tempo un anno per tornare a più miti consigli se non vogliono correre il rischio di correre da soli alle elezioni politiche del 2013 con la prospettiva di vedere molto ridimensionata la propria presenza in Parlamento. Minaccia che in altri tempi avrebbe lasciato indifferenti gli uomini di via Bellerio ma che oggi arriva a un gruppo dirigente che ha mostrato di essere molto sensibile alle lusinghe del potere e al fascino dei consigli di amministrazione. Ai secondi ha fatto arrivare chiaro e forte il messaggio di stare calmi e di non tirare troppo la corda perché alla fine chi comanda è sempre lui. Quindi, niente scherzi in Parlamento e niente più fronde. Diversamente arriverà anche per loro, al momento della compilazione delle liste elettorali, la resa dei conti.
Per Berlusconi presentarsi con il nuovo vestito istituzionale, poi, può significare anche altro. Del tipo, io garantisco la governabilità di questo paese, voi datemi una mano ad uscire dai casini in cui mi trovo, cioè quei processi che la magistratura milanese ostinatamente porta avanti. D’altra parte, dopo la prescrizione al processo Mills, era stato uno dei suoi fedelissimi, Fabrizio Cicchitto, a lasciare intendere senza equivoci che la sentenza aveva salvato il governo Monti. Se vorrà salvarsi anche in futuro, il professore dovrà fare in modo che il suo predecessore conservi la fedina penale pulita. Se non è la richiesta di una ennesima legge ad personam è quanto di più simile si riesca ad immaginare.
L’uscita dalle vicende giudiziaria potrebbe anche consentire a Berlusconi di puntare al bersaglio grosso. Il prossimo Parlamento avrà tra i primi impegni quello di eleggere il nuovo inquilino del Quirinale. Rilanciando oggi l’operazione Monti e quella responsabilità condivisa che è stata il cavallo di battaglia di Giorgio Napolitano fin dall’inizio del suo settennato, Berlusconi rivendica a sé l’eredità politica del capo dello Stato proponendosi come il suo naturale successore. Un sogno che al momento sembra destinato a rimanere tale, anche se le risorse dell’uomo non vanno sottovalutate.
Quando ero bambino mi piaceva una favola che si intitolava “Sette in un colpo”. Guarda caso sette, proprio come gli obiettivi di Berlusconi. Era la storia di un villano il cui unico atto di eroismo era stato schiacciare sette mosche in una volta sola. Ne era così orgoglioso che aveva chiesto alla madre di ricamare su una bandierina la frase “sette in un colpo”. Se la portava in giro con l’orgoglio di un guerriero. Tanto che un re, ancor più ingenuo di lui, si convinse di avere davanti un uomo coraggioso come pochi e lo volle come genero. C’è da sperare che il finale questa volta sia diverso e che al nostro restino in mano solo sette mosche. E nulla più.
 

Un atto dovuto e “rivoluzionario”

diario 11/1/2012

 

Le dimissioni del sottosegretario Carlo Malinconico, vacanziero a sua insaputa, arrivate ieri pomeriggio dopo un incontro con il presidente del Consiglio Mario Monti erano un atto dovuto. E quindi non varrebbe neppure la pena di commentarle. O, perlomeno, non varrebbe la pena se il nostro fosse un paese normale, un paese nel quale chi sbaglia si rassegna a pagare e chi fa il proprio dovere non diventa un eroe come è accaduto suo malgrado a Simone Farina, il giovane calciatore del Gubbio assurto a simbolo dell’Italia onesta per essersi rifiutato di truccare una partita e aver denunciato chi glielo aveva proposto.
Ma l’Italia non è un paese normale da un bel po’. Per cui le dimissioni di Malinconico, arrivate quattro giorni dopo che il caso delle sue vacanze pagate da Francesco De Vito Piscicelli era stato denunciato dal Fatto quotidiano, hanno un che di rivoluzionario. Ci riportano ai tempi in cui esisteva ancora un briciolo di senso delle istituzioni e, soprattutto, un po’ di pudore. E fanno sperare che prima o poi riusciremo a liberarci di quella sottocultura furbo-affaristica che è la vera eredità politica di Silvio Berlusconi e del mondo che lo circonda. Un ambiente nel quale chi paga le tasse è considerato un fesso, al pari di chi rispetta le regole. Per capire bene chi siano questi personaggi basta avere lo stomaco di rileggersi le sdegnate reazioni del fior fiore del Pdl dopo il cosiddetto “blitz di Cortina”, di ascoltare con attenzione le dichiarazioni di ieri di Fabrizio Cicchitto, le sue minacce di ritorsioni sul governo se la Camera voterà l’autorizzazione all’arresto dell’ex sottosegretario Nicola Cosentino, il coordinatore campano del partito di Berlusconi indagato per camorra. E’ sufficiente ricordare con quale protervia venne nominato ministro Saverio Romano, indagato per mafia dai magistrati di Palermo. E, prima di lui, l’indagato Aldo Brancher, poi condannato in via definitiva per ricettazione e appropriazione indebita.
E’ per questo che le dimissioni di Malinconico sono importanti. Perché segnano la vera discontinuità di questo governo rispetto al precedente, sono uno strappo salutare rispetto al recentissimo passato.  

la foglia di fico

diario 6/12/2011

 

La manovra economica del governo Monti non mi piace. Non ne condivido la filosofia di fondo e il fatto che ancora una volta si è scelta la strada più facile, quella di andare a colpire quei ceti medi produttivi che costituiscono l’ossatura del paese e che negli ultimi anni hanno dovuto supplire, mettendo mano al portafoglio, alle carenze di uno stato che si è dimostrato non in grado di avviare politiche economiche degne di questo nome e di arginare una crisi che non è nata tre settimane fa o l’estate scorsa ma ha radici più lontane. Una crisi che il governo di Silvio Berlusconi ha pervicacemente negato per tre anni tacciando quanti ne parlavano come anti italiani, menagramo e altre idiozie del genere. Salvo poi ritrovarsi travolto, lui e il suo governicchio di prestigiatori da dopolavoro, da una realtà negata fino all’ossessione.
Non mi piace la manovra, dicevo, anche se credo che le cose non potessero andare diversamente. Per vari motivi. Primo fra tutti il fatto, evidente, che essendo il governo frutto di un compromesso tra forze politiche lontane tra loro anni luce Mario Monti non poteva certo (ammesso e non concesso che fosse nelle sue corde) fare diversamente. Doveva cercare di accontentare gli “azionisti di maggioranza” – Pd e Pdl – o quantomeno non scontentarli troppo. Lo ha fatto, forte di una emergenza reale e dell’appoggio non disinteressato delle istituzioni europee. Che poi siano loro a vedersela con i loro elettori. Monti non ha un partito, non credo cerchi riconferme, se ne frega altamente se tra diciotto mesi qualcuno pagherà un prezzo in termini elettorali per averlo sostenuto. Al più, la sua ambizione potrebbe essere quella di succedere al suo “padrino” politico ovvero Giorgio Napolitano. E, forse, non sarebbe nemmeno la peggiore delle ipotesi.
Oggi sa di ipocrisia il lamento di chi nei due maggiori partiti dice che si aspettava altro. Mario Monti è stato chiamato per fare il lavoro sporco. Il suo governo è la foglia di fico dietro la quale si nascondono coloro che non hanno avuto il coraggio o la forza di decidere quando ne hanno avuto l’opportunità. Il governo dei tecnici, gente che tra diciotto mesi tornerà nella stragrande maggioranza dei casi alla propria occupazione, a questo serve. Non è stata commissariata la politica. La politica ha scelto di farsi commissariare per comodità, per becero calcolo di comodo. In questo gioco delle parti l’unico coerente (e vincente) è Pierferdinando Casini che ha avuto il coraggio di scindere le proprie responsabilità da Berlusconi quando ancora il cavaliere sembrava invincibile e che oggi non finge uno scontento che non prova ma si schiera apertamente a sostegno di Monti.
Tra gli ipocriti, tanto per cambiare, un posto in prima fila lo merita anche la Conferenza episcopale italiana che oggi ci ha fatto sapere tramite monsignor Giancarlo Bregantini che la manovra “poteva essere più equa”. Vero, come negarlo? Certo sarebbe stato bello se per una volta la Chiesa avesse anche dato un segnale di reale partecipazione alle sorti del paese, magari rinunciando ai lauti finanziamenti alle scuole private cattoliche che già possono contare sulle rette degli studenti o alla esenzione dell’Ici per le strutture ecclesiastiche non destinate ad attività religiose. Sarebbe stato sufficiente dirlo che tanto si sa che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Ma non ci hanno neppure provato. Alla faccia dell’equità.
E, sempre parlando di ipocriti non sfugge neppure Antonio Di Pietro che per puro calcolo elettorale e sicuro del fatto che anche senza i voti dell’Idv il governo avrà la maggioranza per andare avanti, minaccia di sbattere la porta come un Bossi qualsiasi, leader di un partito condominiale che proclama la morte dell’Italia senza avere il coraggio (che un anno e mezzo passa presto e c’è il rischio che qualcuno a tempo debito gli rinfacci l’ennesimo voltafaccia) di rispolverare la secessione accontentandosi di una più blanda “indipendenza condivisa” della Padania. Cioè un bel nulla.
Piaccia o non piaccia la manovra facciamocene una ragione, questa è e questa sarà anche dopo il voto delle Camere, nonostante gli scioperi e le manifestazioni dei sindacati. Che, grazie alla sapiente regia del segretario della Cisl Bonanni per un triennio guardaspalle del governo Berlusconi e degli innovatori alla Marchionne, arrivano all’appuntamento indeboliti e divisi. L’unica speranza vera di discontinuità con il precedente governo che possiamo avere oggi è nei comportamenti, nel rapporto del governo con le altre istituzioni repubblicane, nel rispetto anche formale dei ruoli, delle leggi e della Costituzione, nel ristabilire regole di convivenza in un paese che Berlusconi e i suoi hanno portato al degrado totale.  

Domenico è sempre Domenico

diario 27/11/2011

 

Vuoi mettere? Uno rispolvera dall’armadio dei ricordi quel fantasma del comunismo che ormai vive solo nei suoi incubi notturni probabile conseguenza di cene eleganti. L’altro se la prende con le banche, le più odiate dagli italiani, che promette di castigare a colpi di referendum. Nella gara per non finire nel dimenticatoio il “re dei Peones” Domenico Scilipoti batte con un netto tre a zero a tavolino il Grande comunicatore, ridotto a spalla di Angelino Alfano, a caratterista nel cabaret di Carlo Giovanardi.
Considerando chi sono i suoi compagni di strada, il Danny De Vito della Camera scoperto e lanciato nel mondo della politica da Antonio Di Pietro forse esagera un po’ quando annuncia la creazione del Partito degli Intelligenti, ricorda ancora un po’ troppo le esagerazioni bugiarde del suo maestro Silvio Berlusconi. Però nessuno può negare che un fondo di verità ci sia. Se non intelligenza, almeno una gran dose di paraculaggine. Ecco, forse Partito dei Paraculi sarebbe stato più indicato, ma le persone, è notorio, vivono anche di illusioni. Quindi lasciamolo fare.
Fatto sta che mentre il pattuglione dei Responsabili ormai è allo sbando, ciascuno per sé a dannarsi l’anima, a chiedersi come farà a conservare un posto di lavoro sicuro e ben retribuito, con la possibilità di scatti di carriera inaspettati, da peone a ministro o sottosegretario in pochi minuti, lui non ha avuto esitazioni: si è messo in proprio. Ha sdoganato le lugubri divise del movimento neo fascista di Gaetano Saya, ha raccolto l’approvazione dei cattolici più beceri e oltranzisti che l’hanno incoronato come salvatore della patria dal comunismo, ha velocemente organizzato un congresso del suo Movimento di Responsabilità nazionale per offrire al suo benefattore una delle ultime tribune prima della caduta (ottenendo in cambio attestazioni di amicizia e stima e il pagamento delle spese), ha messo il lutto al braccio il giorno del giuramento del governo Monti per arrivare al colpo di teatro (al momento) finale: l’alleanza con l’ex europarlamentare, avvocato e scrittore Alfonso Luigi Marra, assurto alla fama non per la qualità letteraria della sua opera “Il labirinto femminile” ma grazie alla martellante campagna pubblicitaria sulle reti Rai con spot che il critico Aldo Grasso ha definito “un piccolo diamante di coatteria, così brutto da sfiorare il sublime (...) un esempio involontario di kitsch, di camp e di trash”. Difficile non essere d’accordo, tanto più visto che al primo “interpretato” da Manuela Arcuri sono seguiti quelli con Lele Mora, Ruby Rubacuori e Sara Tommasi versione Bin Laden.
Di folklore in folklore, Domenico Laqualunque sta riuscendo in quello che i suoi spocchiosi ex compagni di cordata non hanno neppure osato immaginare: costituire una base elettorale variegata e stramba quanto si vuole ma in grado di fornire al nostro un discreto pacchetto di voti che gli consenta nel 2013 (o prima se la legislatura non arriverà al termine) di trattare la propria ricandidatura come “alleato” del Pdl. E dato che la politica è come il maiale, non si butta niente soprattutto in tempi di maggioritario, c’è da scommettere che ce la farà.

finché morte non li separi

diario 23/11/2011

 

non sarà certo una cena mancata a segnare il divorzio tra Bossi e Berlusconi, uniti da un vincolo indissolubile come solo un matrimonio d’interessi può creare. “Silvio mi ha invitato ad andare a casa sua stasera – ha raccontato lunedì pomeriggio il Senatur ai suoi riuniti a via Bellerio – ma io ho detto no”. Come un’amante che ogni tanto si rifiuta all’amato, respinge sdegnosa fiori e regali, ma alla fine torna a dire si.
Il gran rifiuto non è un abbandono definitivo, ma una temporanea presa di distanza. Una mossa tattica che dovrebbe consentire a Bossi di recuperare all’interno della Lega quel consenso che negli ultimi anni si era ormai appannato proprio a causa del legame con il Cavaliere di Arcore. Il quale a sua volta, grazie al rapporto privilegiato con la Lega, aveva visto prima l’Udc di Casini e poi la pattuglia finiana sfilarsi in attesa di tempi migliori.
Partito territoriale pur se con forte vocazione ministeriale, la Lega sa benissimo che da sola non andrà da nessuna parte. Neppure se da qui al 2013 riuscirà ad aumentare i propri consensi e a riportare a casa quelle migliaia di militanti che negli anni hanno manifestato una crescente insofferenza per il prezzo pagato all’alleanza con il Pdl. Senza Berlusconi Bossi è nulla più che il capo di una tribù chiusa nella riserva. E senza l’Umberto, l’ex presidente del Consiglio non ha nessuna chance di tornare a Palazzo Chigi o di mandarci una sua controfigura.
Un palazzo che ha lasciato malvolentieri non per senso di responsabilità come va dicendo ai quattro venti ma perché costretto dalla ormai evidente mancanza di una maggioranza parlamentare che lo sostenesse. “Non sono stato sfiduciato”, ripete ossessivamente, fingendo di dimenticare che se avesse chiesto la fiducia alla Camera il suo partito si sarebbe liquefatto come il sangue di san Gennaro con l’uscita in massa dei parlamentari di provenienza democristiana, da Scajola a Pisanu.
Le dimissioni gli hanno per ora consentito di salvare il partito dallo sfascio. E questo gli dà modo di atteggiarsi ad azionista di maggioranza del governo Monti. Ma sa benissimo che il suo è solo un bluff, che la fronda è sempre vigile e pronta a scaricarlo alla prima mossa avventata, alla prima minaccia di ritirare la fiducia ai tecnici. Ha bisogno di tempo, Berlusconi, per tentare un disperato e tardivo ricompattamento delle sue truppe. Così come ha bisogno di tempo Bossi per giocarsi la carta dell’orgoglio padano e mettere a tacere il dissenso di vertice e di base. Abile giocatore, il traballante leader della Lega ha già cominciato ad alzare i toni: i due schiaffi sul collo ricevuti negli ultimi due giorni con l’approvazione del decreto su Roma Capitale e le dichiarazioni di Napolitano sul diritto di cittadinanza per i figli di stranieri nati in Italia sono stati un tonico inaspettato.
La campagna di primavera, quando si terranno le elezioni amministrative, è già cominciata.
Si vedrà allora se Bossi e Berlusconi saranno riusciti nella loro missione impossibile. Se i risultati daranno loro ragione (e se, nel frattempo, Berlusconi non avrà subito condanne per reati infamanti tali da rendere obbligata una sua definitiva uscita di scena), avranno ancora un anno di tempo per chiudere i conti all’interno dei rispettivi partiti e riproporre un’alleanza elettorale nel 2013.   
 

il 27 barrato

diario 9/11/2011

 

Se ieri sera era un sospetto oggi è una certezza. Silvio Berlusconi ci ha provato. Il grande ingannatore, l’uomo delle promesse non mantenute, del milione di posti di lavoro, meno tasse per tutti, contratto con gli italiani e via mentendo non aveva nessuna intenzione di andarsene. Voleva solo prendere tempo nella speranza di riuscire a ricompattare i cocci della sua ex maggioranza parlamentare con l’innesto di qualche nuovo “responsabile” e ottenere, al voto sulla legge di stabilità, quella fiducia che non aveva ottenuto ieri alla Camera e che gli avrebbe consentito di rimanere a palazzo Chigi.
Una mossa dettata dalla disperazione e dalla convinzione di essere più abile, più furbo degli altri giocatori che si è rivelata una autorete clamorosa.
Se c’è un aggettivo che non si adatta ad accompagnare il nome di Giorgio Napolitano questo è “sprovveduto”. Il presidente della Repubblica, che qualche sospetto lo aveva avuto tanto da sottolineare nel comunicato del Quirinale di ieri l’impegno alle dimissioni assunto da Berlusconi, si è così sentito in dovere di tornare sulla questione con una dichiarazione inequivocabile che non lascia spazio a furbizie di sorta. Cogliendo lo spunto delle notizie provenienti dalla borsa e dal nuovo attacco della speculazione finanziaria ai titoli di Stato italiani, ha di fatto dettato i tempi della crisi costringendo il governo a presentare quel maxi emendamento fantasma che le camere aspettavano da tempo e il Parlamento ad approvare la legge di stabilità in tempi da record (“nel giro di alcuni giorni”). E ha ribadito che “non esiste alcuna incertezza sulla scelta del presidente del Consiglio on. Silvio Berlusconi di rassegnare le dimissioni del governo da lui presieduto” subito dopo l’approvazione della finanziaria.
Colpito e affondato. Ma a scanso di equivoci, Napolitano non si è accontentato nominando in serata senatore a vita Mario Monti, colui che in questi giorni viene indicato come l’uomo al quale sarà affidato il tentativo di formare un governo di “salvezza nazionale”.
Tentativo non facile, va detto, anche se proprio in queste ore (e forse anche per effetto della dichiarazione di Napolitano)  il fronte di quanti nel Pdl si oppongono all’idea di elezioni anticipate va allargandosi anche a dirigenti considerati fedelissimi del capo come Gianfranco Miccichè, Maurizio Lupi e, sembra, Gianni Letta. Ma la difficoltà vera, per Monti o chiunque altro avrà l’incarico da Napolitano, sarà quella di non fare conto su personaggi che certo non si fanno troppi scrupoli ad abbandonare la barca che affonda, quelli “sempre pronti a soccorrere il vincitore” come diceva Ennio Flajano. Che non si chiamano solo Razzi, Scilipoti o Sardelli: hanno facce più presentabili ma appetiti altrettanto fieri. E, come il loro tramontato leader, a cuore hanno soltanto se stessi. Un governo che nascesse grazie al loro apporto avrebbe la stessa debolezza di quello ormai defunto e non farebbe che accrescere il distacco dei cittadini dalla politica.
Comunque vadano le cose a questo punto un dato sembra certo. La disfatta berlusconiana è totale. E molto probabilmente se si dovesse andare al voto non sarebbe lui a gestire da palazzo Chigi la campagna elettorale. Se il presidente del Consiglio incaricato decidesse di presentarsi alle camere per la fiducia, anche se bocciato resterebbe in carica “per il disbrigo degli affari correnti” come recita la formula di rito. E, quindi, anche durante i comizi elettorali.
Ha voluto fare il furbo Silvio e ha finito per farsi ancora più male. “Vacce a prova’ sul 27 barato” era l’invito che veniva rivolto ai paraculi romani di un tempo. Che non voleva dire da qualche altra parte ma in un luogo inesistente, perché il 27 barrato era un non luogo, un autobus inventato ad hoc proprio per ospitare i troppo furbi. L’autobus sul quale forse presto vedremo salire Silvio Berlusconi.
 
 
La dichiarazione di oggi del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
“Di fronte alla pressione dei mercati finanziari sui titoli del debito pubblico italiano, che ha oggi toccato livelli allarmanti, nella mia qualità di Capo dello Stato tengo a chiarire quanto segue, al fine di fugare ogni equivoco o incomprensione:
1) non esiste alcuna incertezza sulla scelta del Presidente del Consiglio on. Silvio Berlusconi di rassegnare le dimissioni del governo da lui presieduto. Tale decisione diverrà operativa con l'approvazione in Parlamento della legge di stabilità per il 2012;
2) sulla base di accordi tra i Presidenti del Senato e della Camera e i gruppi parlamentari sia di maggioranza sia di opposizione, la legge sarà approvata nel giro di alcuni giorni;
3) si svolgeranno quindi immediatamente e con la massima rapidità le consultazioni da parte del Presidente della Repubblica per dare soluzione alla crisi di governo conseguente alle dimissioni dell'on. Berlusconi;
4) pertanto, entro breve tempo o si formerà un nuovo governo che possa con la fiducia del Parlamento prendere ogni ulteriore necessaria decisione o si scioglierà il Parlamento per dare subito inizio a una campagna elettorale da svolgere entro i tempi più ristretti.
Sono pertanto del tutto infondati i timori che possa determinarsi in Italia un prolungato periodo di inattività governativa e parlamentare, essendo comunque possibile in ogni momento adottare, se necessario, provvedimenti di urgenza”.

non se ne andrà

diario 8/11/2011

 

Il bluff è riuscito. Silvio Berlusconi ancora una volta è uscito dall’angolo e ha tirato fuori dal cilindro l’ennesimo coniglio. Capo di un governo senza maggioranza politica e parlamentare, sfiduciato dall’Europa, zimbello del mondo intero, ormai ritenuto un problema anche da gran parte dei suoi fedelissimi, il capo del governo si conferma uomo dalle grandi risorse. In un paese normale, dove il rispetto delle regole e delle istituzioni abbia un senso, dopo il voto che oggi ha sancito il fatto che il governo è minoranza alla Camera dei Deputati, un qualsiasi capo di governo non avrebbe perso tempo, avrebbe semplicemente rassegnato le dimissioni. Lui no. Lui le ha promesse. Fra una quindicina di giorni, forse un mese, dopo l’approvazione della legge di stabilità, come si chiama dall’anno scorso la Finanziaria. Lo ha fatto in maniera solenne, davanti a quel galantuomo che è il Capo dello Stato Giorgio Napolitano. Ma mentre prometteva incrociava le dita sapendo che, come sempre, stava mentendo.
Perché il nostro ha un’idea in testa. Un’idea semplice che si può riassumere in una parola: corruzione. In questi quindici giorni proverà con ogni mezzo, lecito o illecito, a recuperare i “traditori” di oggi e a comprarne qualcun altro nel fronte avverso. Gli è riuscito il 14 dicembre dell’anno scorso, potrebbe riuscirgli di nuovo. Se il piano avrà successo, quando la legge di stabilità arriverà alla Camera non dovrà fare altro che porre la fiducia. In caso la ottenesse che valore avrebbe l’accordo di oggi con Napolitano? Il presidente della Repubblica non potrebbe fare altro che prendere atto della novità. Certo non potrebbe forzare la mano e chiedere che Berlusconi mantenga la parola data oggi. Sarebbe né più né meno che un golpe.
Nei primi giorni di dicembre del 2010 abbiamo assistito a uno spettacolo indegno. Parlamentari che senza vergogna firmavano mozioni di sfiducia il giorno prima di votare a favore del governo, personaggi impresentabili diventare protagonisti della scena politica, arbitri della situazione. Gli stessi, peraltro, che anche oggi si preparano ad abbandonare la barca che sta affondando salvo ripensamenti dell’ultima ora nel caso la situazione cambiasse nuovamente. C’è da sperare che questo mese di novembre del 2011 non ci regali qualcosa di peggio. Le premesse ci sono e, a leggere bene, sono già contenute in quel foglietto che Berlusconi ha vergato nervosamente oggi durante il voto a Montecitorio. All’ultimo punto ecco il vero Berlusconi, l’uomo che non ammette le sconfitte: “una soluzione”, scrive dopo aver appuntato tutte le possibili vie d’uscita e aver bollato come “traditori” gli otto parlamentari del Pdl che pensava di aver convinto e che invece si sono astenuti. Eccola la soluzione. Da domani la caccia è aperta.

caro amico ti scrivo

diario 28/10/2011

 

dispiace doverlo ammettere, ma questa volta ha ragione Angelino Alfano, l’uomo che crede di essere segretario del Pdl. Diciamo la verità: come si fa a commentare qualcosa che non è accaduto? Parliamo naturalmente della lettera a Silvio che alcuni parlamentari della maggioranza ancora anonimi (ma a quel che sembra in gran parte di provenienza democristiana, quando si dice la combinazione) avrebbero intenzione di scrivere per chiedergli di fare un passo indietro. Preoccupati per le sorti del paese ormai alla deriva e in balia di decisioni prese altrove? Manco per niente. Preoccupati all’idea che a primavera si voti, con il rischio di perdere il posto e, quindi, pronti a sacrificare il vecchio padrone e a sostenere un governo di emergenza.
L’idea della lettera sarebbe nata ieri sera durante una cena in un ristorante romano: due fettine di prosciutto, un bicchiere di rosso della casa, quattro risate tra amici. Poi qualcuno, come per caso, comincia a scarabocchiare sulla tovaglia “caro Presidente…”. Come Totò e Peppino, come Silvio e Umberto: punto, punto e virgola, due punti… abbondiamo. L’oste ha dovuto buttarli fuori, che altrimenti sarebbero ancora lì. Hanno scritto, limato, cancellato, riscritto, perfino controllato i congiuntivi. Hanno scritto così tanto che quando è stato il momento di firmare la missiva si sono accorti che l’inchiostro della penna era finito. Ma per non sprecare una serata hanno fatto in modo che la tovaglia finisse in mano a qualche giornalista. Così la non lettera è diventata l’argomento politico di giornata. In gergo si chiama ballon d’essai. Si lancia un sasso e si guarda l’effetto che fa. Un po’ quello che ha fatto Berlusconi a Bruxelles. A lui pare sia andata abbastanza bene. Come finirà per gli allegri commensali ce lo diranno i prossimi giorni. Ammesso e non concesso che abbiano il coraggio di mettere nomi e cognomi in calce alla lettera e di spedirla. Perché come diceva qualcuno il coraggio se uno non l’ha non se lo può dare.