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salvatori della patria

 

Nutro da sempre una profonda diffidenza nei confronti di coloro che si sentono investiti da una missione, dei portatori di verità. Mi ricordano quei bravi uomini in abito talare inviati secoli fa a convertire alla vera religione gli indios sud americani. Talmente compresi nel loro sacro dovere da infliggere a quei poveracci senza dio anche le peggiori torture pur di salvare loro l’anima.
Uno zelo che in questi ultimi tempi ritrovo nello slancio impetuoso con il quale molti esponenti della “società civile” (che per me resta un oggetto indefinito, un non senso) hanno abbracciato la politica. In un paese che ha già visto e scontato sulla propria pelle salvatori della Patria del calibro di Silvio Berlusconi o, più modestamente, di Antonio Di Pietro, si sono di recente proposti come nuovi redentori un comico, un tecnico e un giudice. Tutti e tre decisi a salvare dalla perdizione una Nazione altrimenti destinata a un rapido e definitivo declino. Beppe Grillo, il primo del trio in ordine di apparizione, non propone nulla se non se stesso e le sue battutacce ormai scontate. Il suo programma si sintetizza in poche parole: tutti fuori dalle palle che ci adesso ve la do io l’Italia. Magari strizzando l’occhio ai fascisti di Casa Pound e cacciando fuori dai confini gli immigrati. Come e peggio di un leghista della prima ora, alla Borghezio tanto per capirci. Il secondo, arrivato a palazzo Chigi un anno fa dopo aver rappresentato l’Italia in Europa su delega di Silvio Berlusconi (e della finanza internazionale) ci ha spiegato in questi giorni che ritiene suo preciso dovere salvare l’Italia dallo sfascio. E per questo è ben deciso a continuare da politico l’opera cominciata con la casacca di tecnico. Non ci ha detto (anche se si è lasciato scappare di aver votato Forza Italia nel 1994) che la sua decisione, a molti incomprensibile, è figlia di quel voto di quasi venti anni fa ed è maturata negli stessi ambienti che a suo tempo sostennero l’avventura vincente dell’uomo di Arcore nella ingenua convinzione di poterlo controllare, di farne uno strumento dei propri interessi, sottovalutandone le capacità, il fiuto e le ambizioni. Oltre che quella vena di onnipotente follia che, con il passare degli anni, ha portato Berlusconi ad essere ingombrante e impresentabile, dannoso anche per chi lo aveva aiutato nella scalata al potere, cioè il mondo dell’industria e della finanza. Lo stesso mondo che oggi investe su Mario Monti, il quale offre bel altre garanzie di lealtà e di immagine negli ambienti che contano in Europa e oltre oceano.
Ultimo in ordine cronologico a “prestarsi alla politica” il magistrato palermitano Antonio Ingroia, a ben vedere l’unico del terzetto ad essere realmente un “uomo di fede”, a credere ciecamente nella propria missione salvifica e a essere disposto a portarla avanti a qualsiasi prezzo, a differenza del suo più noto predecessore (e oggi suo sponsor) Antonio Di Pietro che dietro la facciata di uomo tutto d’un pezzo si è, nel corso degli anni, ben adattato e adagiato alle forme della politica politicante. Che avrebbe continuato a praticare se avesse trovato maggiore disponibilità da parte dei suoi vecchi alleati ormai stanchi dei suoi tentativi di resistere al declino politico alzando i toni della polemica oltre ogni limite, tanto da spaccare il suo stesso partito. Se il comico in disarmo Beppe Grillo e l’uomo della finanza Mario Monti rappresentano la continuazione sotto altre vesti del populismo becero della prima orda padana e del tentativo solo in parte riuscito per colpa di un inaffidabile Silvio Berlusconi di cambiare in peggio i rapporti sociali, Ingroia è la vera novità di questa campagna elettorale. Una novità pericolosa perché introduce nella politica un elemento nuovo, la fede. Non in un Dio (che dal quel punto di vista abbiamo già dato a lungo), non in un ideale, ma in una missione. Quella di liberarci dal male dovunque si annidi, costi quel che costi. L’autodefinito “partigiano della Costituzione” non conosce sfumature. Per lui il grigio non esiste. O bianco o nero. O con lui o contro di lui. Che poi è un dettaglio secondario se tra le sue truppe raccogliticce ci sono personaggi che definire ambigui sarebbe un eufemismo e sopravvissuti di mille scissioni che sono stati capaci di dilapidare patrimoni di consensi. Tanto, se le cose dovessero andar male, ad attenderlo c’è sempre il sud America. Proprio come i missionari che l’Inquisizione inviava a redimere le anime dei selvaggi.

Pubblicato il 18/1/2013 alle 0.6 nella rubrica diario.

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