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Giornalisti e black bloc

Certo,c’è andato giù pesante Enzo Foschi quando ieri sera, al termine della manifestazione del Movimento per la Casa a Roma, si è sfogato su Facebook: “i giornalisti sono i veri black bloc, infiltrati nel corteo… delusi dal fatto che non scorra sangue”. La frase del capo della segreteria del sindaco Ignazio Marino ha ovviamente suscitato immediate reazioni sdegnate, prima fra tutte quella del non rimpianto Gianni Alemanno. Al quale, in tarda serata, ha fatto eco Romano Bartoloni, presidente del Sindacato cronisti romani, il quale ha stigmatizzato come “vergognose” e “irresponsabili” le parole di Foschi.

Con buona pace del mio vecchio amico Bartoloni, non riesco a dare torto a Foschi. La sua affermazione, per quanto irritante e anche un po’ fuori misura perché colpevolizza singoli cronisti i quali hanno la sola colpa, nella gran parte dei casi, di fare quello che viene loro richiesto, l’ho pensata anche io seguendo per tutto il pomeriggio le cronache televisive sulla manifestazione. Nelle quali il fatto che migliaia e migliaia di persone sfilassero per le strade di Roma pacificamente è passato in secondo piano. Tutte le attenzioni erano concentrate su quelle decine di dementi incappucciati che in due o tre occasioni hanno provato a far saltare i nervi alle forze di polizia nella speranza, delusa, di poter ripetere i fasti del 15 ottobre 2011, quando Roma fu teatro di scontri violentissimi e una grande dimostrazione venne sporcata dalla violenza stupida e gratuita di ragazzotti ai quali è difficile attribuire una etichetta che non sia quella della pura idiozia.

Ieri il gioco non è riuscito. Nonostante che tutti i mezzi di informazione abbiano rivolto la propria attenzione sui pochi episodi di violenza. Per tutto il giorno, le cronache televisive hanno insistito in maniera ossessiva e quasi morbosa a riproporre le stesse immagini degli scontri, quasi a far credere che “quella” fosse la piazza, non le decine di migliaia di persone che davano vita al corteo e che non avevano nessuna intenzione di mettere a ferro e a fuoco la città. Nessun servizio ha dato conto delle ragioni della protesta, giuste o sbagliate che fossero. Chi ha seguito le dirette televisive o i siti internet dei giornali, probabilmente ancora si chiede cosa ci facevano per strada tutte quelle persone tranquille, mentre Roma bruciava e i black bloc assalivano i blindati della polizia e attentavano ai ministeri.

A Romano Bartoloni, in amicizia e da vecchio collega, vorrei dire che –al di là della legittima solidarietà nei confronti dei cronisti e dello sdegno per le brucianti parole di Foschi – varrebbe la pena di riflettere su come sia cambiato il nostro mestiere. Di parlare di come sia degenerato il modo di fare informazione, ammesso che di informazione si possa ancora parlare in presenza di politiche editoriali che mortificano le professionalità e privilegiano le “grida”,i titoli urlati a nove colonne in prima pagina fregandosene altamente del fatto che poi i fatti siano diversi. Perché tanto l’importante non è offrire un servizio ai lettori (che, avendolo capito, i giornali non li comprano più) ma “buttarla in caciara”, spararla più grossa degli altri, fare sensazione. Un giornalismo per il quale le olgettine valgono più di una finanziaria. 

 

Pubblicato il 20/10/2013 alle 13.20 nella rubrica diario.

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